Filò 4 [163]

carro

Le strade infernali.   

Nei filò, che di solito si tenevano nelle notti di autunno o d’inverno, forse per la luce fioca o forse per la temperatura fredda, il racconto verteva spesso su temi misteriosi, per non dire lugubri.

Nel filò, l’arte di chi racconta è quella di non determinare i confini netti del racconto, bensì di lasciare delle aree indefinite e misteriose. Il caldo della stalla e il numero dei presenti incoraggiano a considerarsi isolati e protetti dai pericoli provenienti magicamente dai racconti stessi, quasi fossero delle sfide. Noi bambini, se ci lasciavano ascoltare, rimanevamo con la bocca letteralmente aperta, anche perché gli adulti usavano dei toni e delle espressioni che durante il giorno, in condizioni normali, non usavano mai.

Gli adulti, non so perché, avevano sicuramente la sensazione, se non la convinzione, di fare qualcosa al limite della liceità. C’era insomma un’atmosfera misteriosa e allo stesso tempo circospetta, come da carboneria. Le cose, più che dette erano sussurrate.

Dico questo perché mi è rimasto impresso il fatto che una volta, all’arrivo casuale nella stalla dell’arciprete (una signora anziana in una casa vicina aveva appena ricevuto l’estrema unzione), tutti si zittirono improvvisamente ed ebbero un atteggiamento che faceva capire che non di argomenti misteriosi si stava parlando ma di frivoli argomenti qualsiasi. Come se l’arciprete non fosse a conoscenza degli usuali  argomenti dei filò…

Tutto sommato, gli adulti partecipanti ai filò, solo donne o quasi, sembrava che stessero svolgendo un rito sacrilego, tipo voodoo. Mia nonna era una maestra di filò. Aveva la capacità di alternare ad un paio di storie fosche un aneddoto allegro, per distendere e rilassare l’ambiente e gli ascoltatori. Era anziana, inoltre era una giùstaòss [aggiusta ossa], un’erborista, una pranoterapeuta, il che accresceva il suo fascino e il suo alone misterioso. In cambio di queste arti, riceveva quotidianamente pollastri, uova, mezzi salami e farina. Come se non bastasse, suo nonno, Simir Or’eda, padre di Luigi, proveniva da Smirne in Turchia (per ragioni di commercio della seta e dei bachi relativi) (cavalieri): io, con mia nonna, ho sempre bevuto il caffè alla turca. Mangiavo inoltre strani dolci secchi, fatti con noci, miele e polvere di caffé, che nessuno del posto conosceva.

Raccontava, mia nonna, di come fossero pericolose certe strade nelle notti senza luna, popolate da diavoli e fantasmi. Le due strade principalmente incriminate erano:

  • La strada che dalla località Guizza di Roncadelle, nel comune di Ormelle, va sino a San Polo di Piave. Strada frondosa, stretta, lungo un fossato.
  • La strada che da Tezze di Vazzola va verso Santa Lucia di Piave, nei pressi del Borgo Malanotte, oggi famoso perché zona del Raboso Malanotte, un nuovo vino DOCG, a Denominazione di Origine Controllata e Garantita.

In queste due strade (ed anche in alcune altre ma non con la stessa frequenza) non si poteva passare nelle notti senza luna. Diremo di più: il Borgo Malanotte, ad esempio, già dal nome era tutto un fosco programma.

Quando i trasportatori abituali (detti cariòti), coi loro enormi carri di mercanzie o quant’altro, trainati da un paio di cavalli, arrivavano nei punti maledetti e nelle notti senza luna, gli animali s’inchiodavano e non volevano saperne di andare avanti, né con le brutte maniere, né con molteplici segni della croce. Quando si chiedeva al narrante se avesse un’idea del perché, si otteneva come risposta un’alzata di spalle ed un’espressione che sembrava dire, scuotendo il capo: “Per brutte cose…”. Erano stati messi (e ci sono ancora) parecchi capitelli, con tutte le immagini sacre possibili e immaginabili, compresa quella di San Cristoforo, protettore dei viandanti ma senza risultato alcuno. A detta delle donne più esperte, che si davano ragione l’una con l’altra, non si trattava sicuramente del mazariòl (vedi), diavoletto dispettoso ed innocuo e citavano a supporto di questa tesi il racconto orribile del cavallo bruciato, che ora esporremo.

 Mentre di solito chi voleva andare in una notte infausta da Tezze a Santa Lucia , al fine di evitare i supposti diavoli, faceva il giro per Mareno e Vazzola, allungando considerevolmente il percorso, un cariòto che non ci credeva decise di passare lo stesso per il Borgo Malanotte. I cavalli non volevano farlo assolutamente ed egli, in preda ad un attacco di collera, usò la frusta a più non posso. I cavalli allora girarono il carro e si misero a galoppare, rovesciando in seguito il carro stesso. Il trasportatore, sbalzato, batté la testa e perse conoscenza. I cavalli furono trovati in un fossato, morti, uno con gli occhi letteralmente fuori dalla testa e uno quasi completamente bruciato, come bruciato per metà era anche il carro con le mercanzie. Sia il cavallo bruciato che il carro e le mercanzie, manco a dirlo, puzzavano di zolfo…

El mazariòl non fa di queste cose… doveva essere quindi, dato lo zolfo, un diavolo professionista, molto cattivo, che se ne infischiava del Concilio di Trento, il quale avrebbe dovuto regolamentare la materia. Anche quest’ultimo, un argomento da filò…

Quelli di Montebelluna.

Come usa nei filò, allentiamo la tensione con una storia più leggera, sempre presa dal mondo del filò.

Non ho mai capito perché, tuttavia, quando si vede uno che non ha voglia di lavorare gli si chiede se viene da Montebelluna. La spiegazione, che non spiega niente, è che quelli di Montebelluna non è che non vogliano lavorare: non possono, perché hanno un braccio lungo e uno corto e quindi fanno i lavori molto male. Nel filò, si dice che certe volte essere di Montebelluna è un vantaggio, come fare il sacrestano.

Sembra che il sacrestano di Montebelluna col braccio corto suoni le campane (spiegazione un po’ sciocca), faccia le pulizie (?) e si segni con l’acqua santa più rapidamente, mentre col braccio lungo va meglio a mettere sotto il naso dei fedeli, attraverso il banco, la busta delle elemosine e a raggiungere e spegnere i candelabri accesi usando lo smoccolatoio. Sembra più che altro una storiella.

Perché Montebelluna? E perché proprio un braccio corto ed uno lungo? Qualche bello spirito si è inventato il tutto senza ragione? Non saprei. Il detto, tuttavia, è molto diffuso.

Le ragazze che non pigiano l’uva.

Per dire che una ragazza è seria, nel filò si dice ‘no ła fóła’ [non pigia (l’uva)]

Quando chiedevo a mia nonna il perché di questa espressione, si metteva a ridere per un minuto buono ma non mi rispondeva. Vista la mia insistenza, diceva: “No te sa pròpio gnént.” [Non sai proprio niente.] e non diceva altro.

Solo una volta si è degnata di rispondere:

Dìmeło ti: cóme fàła a folàr déntro te ła brénta?” [Dimmelo tu: come fa a pigiare l’uva dentro nella tina?]

“Si toglie le scarpe… o gli zoccoli… entra nella tina…”

Sì… ma dòpo, se no ła vòl sporcàrse ła còtoła, ghe tóca tiràrseła su…” [E se non vuole sporcarsi la gonna, deve tirarsela su].

Ah! finalmente!  si dice di una ragazza ‘che non pigia l’uva’, che è seria, perché non accetta di tirarsi su la gonna… cioè no ła fóła [non pigia (l’uva)] significa che non accetta di mostrare le gambe. Tanto, ci voleva?

 

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