Chi fa le carte [165]

DalNegro
Carte da gioco trevisane: gli assi.

C’è stato un periodo, attorno al 1966, in cui mia nonna era ricoverata all’ospedale, io lavoravo in banca e quindi dormivo nella pensione X del paese Y, nel Trevigiano. Nel paese Y abitava il grande professor C.A. della clinica neurologica di Bologna, amicissimo di I.D.N., noto fabbricante di carte da gioco, scacchi eccetera. Il venerdì sera, il professor C.A. lasciava la clinica di Bologna e tornava al paese, per rilassarsi un poco.

Al che, I.D.N. lo veniva a trovare nel paese di Y. I due amici passavano la serata a chiacchierare e verso le 11 di sera venivano alla pensione-bar dove dormivo io, per farsi una partita a carte col titolare della pensione e con un quarto qualsiasi, tra quelli che c’erano nel bar.

Io non sapevo niente di questa storia ma un venerdì sera di una notte d’inverno sento bussare alla porta della mia cameretta.

Era il proprietario della pensione, A.S., che mi racconta come ogni venerdì sera ci fosse il professore con l’industriale per la partita a carte ma che quella sera il quarto non ci fosse: anzi, per il maltempo, non c’era proprio nessuno. Volevo io fargli un piacere grande come una casa? Mi sarei dovuto vestire e scendere per fare una partita a tressette oppure a scopa con l’asso, non altri giochi, né d’azzardo né altro, ci si giocava un caffè o una grappa. Diceva il proprietario che non poteva deludere il luminare, il quale onorava il locale con la sua presenza.

Io volevo declinare ma ho visto che avrei creato un profondo avvilimento nel proprietario; così chiesi dieci minuti per rivestirmi e poi sarei sceso nell’agone cartario.

Non vi dico i ringraziamenti di A.S.

S’iniziò così un periodo di due o tre mesi nel quale, ogni venerdì sera, alle 11, il titolare ed io facevamo coppia fissa contro lo psichiatra e l’industriale delle carte.

I due, francamente, non giocavano in modo eccelso ed alcune battute erano le seguenti.

L’industriale diceva scherzando all’amico psichiatra, quando sbagliava qualcosa nel gioco: “Te sarà ànca dotór dei màti, ma calcóssa, da łóri, te lo ha ciapà…” [Sarài anche dottore dei matti, ma qualcosa da loro, l’hai preso…]

Quando invece sbagliava l’industriale, il professore poteva anche dire: “Mi, cóme dotór dei màti, podarìe fàrte far na bèła curéta… te ha tùti i sìntomi par l’internaménto…

Inutile dire che, quando doveva mescolare (fare le carte) l’industriale, si sprecavano le battute: “Lù, łe càrte łe fa davéro…” [Lui, le carte le fa (le fabbrica) davvero…]

Tipo sanguigno, il professore fumava come un tubo di stufa. Divorava Nazionali Esportazione Super sena filtro, lunghe, quelle col pacchetto verde e col veliero nero. Ne fumava tante, tantissime. Gli davano un portacenere enorme e lui meticolosamente ci versava la cenere e ci versava le cicche, facendo attenzione a non spandere niente sul tavolo o sul pavimento.

Ad un certo punto, il portacenere si riempiva e, se a giudizio del professore, nessuno veniva a sostituirglielo con uno vuoto, prendeva il portacenere e lo rovesciava tranquillamente sotto il tavolo, rimettendolo al suo posto, vuoto. Subito dopo diceva a voce altissima, come discolpa: “Me ha tocà svodàrmeło mi!” [Ho dovuto vuotarmelo io…] Al che, l’industriale diceva invariabilmente, ridendo: “Chi che va col lùpo…” [Chi va col lupo…] intendendo che il professore, stando in mezzo ai matti, imparava ad ululare pure lui…

Poche volte ho visto un’amicizia così bella, dove ognuno dei due in realtà rispettava l’altro.

Vi riporto un’ultima battuta, tra le tante, che il professore rivolgeva all’amico quando sbagliava: “Un che fàbrica càrte el varìe ànca da savér ðogàr…” [Uno che fabbrica carte dovrebbe anche saper giocare…]

Secondo me, giocavano alle carte essenzialmente per divertirsi ad inventare in continuazione battute e doppi sensi.

Ciao. Sono fatti verissimi.

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