Chichibìo di Boccaccio [166]

gruChichibìo è un cuoco veneziano di cui si parla nel Decameron di Giovanni Boccaccio, del XIV° secolo. Come facciamo sempre in questi casi, riprendiamo qui la novella e la scriviamo in un modo tale che sia comprensibile ai giovani lettori, ambientandola nei luoghi d’origine del cuoco veneziano piuttosto che in Toscana. La novella, per altro, è liberamente adattata. Chi volesse leggersi l’originale, dovrebbe andare alla Giornata VI del Decameron.

Chichibìo faceva il cuoco nel castello del conte P., vicino al lago di Revine. Al nostro cuoco piaceva moltissimo una giovane cameriera, Fiammetta, che andava e veniva tra la cucina e la sala enorme dove pranzava il conte con i suoi commensali. Chichibìo aveva chiesto più volte a Fiammetta se lo avesse voluto sposare ma la ragazza rispondeva sempre: “Ni…”: né sì, né no…

Chichibìo si aspettava ogni giorno una risposta concreta ma più chiedeva la risposta e meno otteneva. D’altronde, se cercava di non corteggiare Fiammetta, la ragazza faceva la vezzosa, cercando in tutti i modi di attirare l’attenzione del povero cuoco: bravissimo in cucina e poco accorto con la ragazza…

Una sera, c’erano i preparativi per una cena sontuosa, con molti invitati di riguardo e il piatto forte era una gru fatta allo spiedo, con le sue belle verdure al forno ma senza patate, perché Cristoforo Colombo non era ancora stato nelle Americhe. Si sopravviveva lo stesso anche se, senza le patatine al forno, la vita doveva essere veramente una disperazione.

Chichibìo era indaffaratissimo coi suoi preparativi e Fiammetta, come sempre quando Chichibìo la trascurava un poco, faceva la smorfiosa.

Chichibìo: “Fiaméta, no so cóssa che farìa par tì… ti podarìssi domandàrme tùto… tùto…” [Fiammetta, non so cosa farei per te… potresti chiedermi tutto… tutto…]

Fiammetta: “Tùt pròpio tùt?” [Tutto proprio tutto?]

Chichibìo: “Sì… sì…” [Sì… sì…]

Fiammetta lo guarda, si avvicina a lui e con l’occhio da gatta morta gli chiede una coscia della gru che sta per essere portata in tavola… e la vuole anche subito… dato che il cuoco aveva detto che per lei avrebbe fatto qualunque cosa… e tra sé pensava: “Vedén se ghe piàxe davéro o no…” [Vediamo se gli piaccio davvero o no…]

Chichibìo non ci pensa un attimo, stacca immediatamente la coscia dalla gru e la consegna a Fiammetta, dicendo: “El conte, par ‘sta ròba, el me farà bastonàr fin che i me spàca i òssi… ma par ti… fàsso tùto…” [Il conte, per questa cosa, mi farà bastonare fin che mi romperanno le ossa… ma per te… faccio tutto…]

Chichibìo risistema le verdure sul piatto di portata, in modo tale che la mancanza della coscia passi inosservata il più possibile…

I camerieri vengono in cucina, prelevano i piatti e li portano nel salone dove si tiene il banchetto. Chichibìo si fa il segno della croce ed avrebbe anche voluto raccomandarsi a San Francesco Caracciolo, protettore dei cuochi, se non fosse che tale santo sarebbe nato due secoli dopo, nel 1563…

Dopo alcuni minuti, ecco il maggiordomo tornare in cucina per comunicare che il signor conte gli vuole parlare immediatamente. Aggiunge che il conte è furibondo.

Chichibìo si segna di nuovo, dà un’occhiata a Fiammetta come se avesse voluto rimproverarle qualcosa e si avvia verso il salone del banchetto…

Conte: “Chichibìo, sei tu impazzito? Hai sottratto una coscia della mia gru per i miei ospiti! Cosa diciamo ai commensali qui presenti?”

Chichibìo: “Siór cónte, łe gru… łe gru… łe gà una gàmba sóła… se łe véde tànte vòlte sul łàgo de Revìne… una gàmba… łe gà… una sóła… ànca quésta gru, el siór cónte ła gà ciapàda là, sul làgo de Revìne…” [Signor conte, le gru… le gru… hanno una gamba sola… si vedono tante volte sul lago di Revine… una gamba… hanno… una sola… anche questa gru, il signor conte l’ha presa là, sul lago di Revine…]

Conte: “Orsù, non infastidiamo vieppiù gli ospiti con queste stupidaggini… domattina mi accompagnerai sul lago e ti dimostrerò che le gru hanno due gambe. Poi, ti farò battere per bene, così ti passerà la voglia di mancarmi di rispetto. Ora, torna in cucina.”

La mattina dopo, Chichibìo è obbligato dai servi a salire a cavallo ed a seguire il conte. Seguono anche i servi, con dei bastoni particolarmente nodosi.

Arrivano sul lago e le gru, com’è loro abitudine (vedi illustrazione) stanno effettivamente appollaiate su di una sola gamba.

Chichibìo spera di evitare le randellate e dice: “Siòr conte… tùte co ‘na gàmba sóla…” [Signor conte, tutte con una gamba sola…]

Il conte batte le mani forte e grida altrettanto forte: “Oeh!… Oeh!…”

Le gru si spaventano, tirano fuori l’altra zampa e volano via.

Chichibìo si sente perso, mentre il conte dice: “Ecco, impostore, preparati ad assaggiare i bastoni…”

Chichibìo, disperato, ha un lampo di genio: “Siòr cónte, ma iéri séra no’l gà batùo le màn e no’l gà dìto ‘Oeh!’” [Signor conte, ma ieri sera lei non ha battuto le mani e non ha detto ‘Oeh!’]

Il conte rimane perplesso un attimo e poi scoppia a ridere, ridere e ridere… e poi dice: “Mi hai fatto divertire, con questa battuta: voglio fare omaggio al tuo spirito intelligente e per questa volta ti perdono ma che non succedano mai più cose del genere.”

E così, vissero felici e contenti: Fiammetta e Chichibìo, s’intende…

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