Colpo di grazia [169]

crocerossaSiamo sul Piave, durante la Grande Guerra. Una battaglia nella zona di Fagarè è appena finita. Una delle tante, purtroppo, tantissime. Dopo la disfatta di Caporetto del 1917, gli italiani hanno arginato l’avanzata degli Imperi Centrali sulle rive del Piave.

Una enorme quantità di morti e feriti insanguina le rive del fiume. Gli accordi internazionali prevedono che ogni esercito mandi un suo ufficiale medico nella zona del massacro, accompagnato da un fante disarmato con la bandiera della Croce Rossa. Si cercherà di raccogliere i feriti (del proprio esercito) meno gravi e di portarli via in barella, mentre i più gravi, gravissimi, basandosi sul giudizio dell’ufficiale medico, dovranno ricevere un colpo di grazia con la pistola d’ordinanza per evitare al ferito inutili sofferenze. Mentre per i meno gravi ognuno recupera i suoi commilitoni, nel caso che i feriti debbano ricevere il colpo di grazia, non si fanno distinzioni di esercito. L’ufficiale medico italiano, se vede soldati gravemente feriti ed in punto di morte, darà il colpo di grazia, sia che il ferito sia italiano, tedesco, austriaco oppure ungherese. Lo stesso farà l’ufficiale tedesco. L’unica arma degli ufficiali è la pistola d’ordinanza.

C’è un ufficiale medico italiano, seguito dal fante italiano con la bandiera crociata in rosso e c’è pure un ufficiale medico tedesco, anche lui seguito da un fante ungherese con la stessa bandiera.

I due ufficiali si salutano, portando la mano sulla visiera del berretto.

L’ufficiale italiano è di Motta di Livenza e conosce parecchi dei feriti italiani: chiama in continuazione i barellieri per cercare di salvare il maggior numero possibile di vite. L’ufficiale tedesco invece, ben poche volte chiama i barellieri e spesso e quasi volentieri usa la pistola d’ordinanza, una Luger P08, canna 10 centimetri, arma micidiale (vedere illustrazione).

L’ufficiale di Motta è esterrefatto: il collega tedesco sembra che si diverta a esplodere i colpi di grazia…

Improvvisamente, l’ufficiale di Motta mette il piede sopra una mina inesplosa.

Bum!: perde un braccio, una gamba, un occhio e un orecchio… insomma, un vero disastro.

L’ufficiale tedesco si avvicina, lo guarda, riflette, forse pensa di sparare l’ennesimo colpo di grazia, quando l’ufficiale italiano, sorridendo allegramente con la parte di faccia che gli resta, si mette a canticchiare e fischiettare:

… ♫ …  càro el me todéscooo… no me són fàt… ♪… pròpio gnént… ♫ … ma gnènt, pròpio gnént… ♪…” [caro il mio tedescooo… non mi sono fatto… proprio niente… ma niente, proprio niente…]

Noi speriamo che l’ufficiale tedesco capisse qualcosa del dolce idioma di Dante… o capisse che uno che sorride e fischietta non sia poi così mal messo…

Questa storia mi è stata raccontata dal fratello di mia nonna, Giovanni Oreda, che era stato sul Piave con l’esercito italiano. La storia è chiaramente inventata ma lui ci scherzava sopra e questo per me era inaccettabile.

Non è infrequente scherzare con la morte quando si assiste a tali carneficine.

Mio padre, che era del 1898 ed ha fatto tutt’e due le Guerre Mondiali, durante la Grande Guerra era sottufficiale del Genio Telefonisti ed erano partiti in centoventi per Caporetto: sono tornati in quattro. Andavano a mettere i fili del telefono sugli alberi per assicurare le comunicazioni tra i vari comandi e i cecchini austriaci facevano il tiro al bersaglio.

Raccontava che durante le notti fredde giocavano a carte nelle baracche dove c’erano anche i compagni caduti, stesi su una tavola. Il particolare macabro era che usavano le dita irrigidite dei piedi dei caduti per contare i punti delle partite a carte. Dato che me l’ha raccontata una decina di volte, sono arrivato a pensare che la storia sia vera. Se è vera, questo significa che la guerra genera nei soldati dei cambiamenti allucinanti.

Poi mi diceva: “Io ho fatto tutt’e due le guerre, una per me e una per mio figlio: quindi, tu non la farai.”

Quando aveva settant’anni è arrivata una lettera dove dicevano che come reduce della Grande Guerra gli spettava il titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto. Se avesse fatto domanda con le modalità tale e tal’altra, avrebbe potuto fregiarsi del titolo ed avrebbe ricevuto anche una piccola pensione, sembra un poco più elevata del normale in quanto era stato sottufficiale. Non ha mai fatto nessuna domanda e diceva: “Nel 1916, quando avevo diciotto anni, per mandarmi a morire, mi han pur trovato, senza che facessi domanda alcuna. Ora, se vogliono, che facciano lo stesso. Figlio mio, questa cosa ricordatela sempre quando andrai a votare.”

Quindi non ha mai ricevuto l’onorificenza e tanto meno la pensione. Ed io me la ricordo quando vado a votare.

 

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