Vendere pesce [180]

pesce1Un altro personaggio, un po’ come quello della Sabbia del Piave, era T.G., sempre di Stabiuzzo, frazione di Ormelle, sulle rive del Piave. Doveva pur vivere e, qualche anno dopo la guerra, un lavoro non si trovava e bisognava inventarselo.

Non aveva nemmeno un carretto da rimorchiare. Aveva sistemato una cassetta di legno sulla bicicletta, al posto del portapacchi anteriore. La mattina presto, prima dell’alba, si recava sul Fiume Sacro alla Patria Italiana e pescava quel poco che c’era da pescare. Poi, caricato il pesce sulla cassetta, faceva anche lui il giro dei paesi vicini.

stadera
Stadera, bilancia trasportabile.

Sul portapacchi posteriore, per pesare il pesce, aveva sistemato una piccola stadera, cioè una bilancia con il marco (cosi è chiamato il peso scorrevole, vedi illustrazione). Poi aveva una sporta di paglia dove metteva le uova ricevute in pagamento del pesce.

Aveva un segreto nel suo atteggiamento. Era come se dicesse: “Voi, non mangiate mai pesce e io ve l’ho portato per farvi un piacere. Sbrigatevi a comperare che torno a casa mia perché ho altro da fare”.

Alla faccia del marketing, era l’atteggiamento giusto perché gridava: “Fémene, ve ho portà el péss, tùta salùte, me ha tocà levàr su ałe quàtro par ciapàrveło, par fàrve un piaθér. L’è quàsi fenìo, movéve che vùi tornàr càsa!” [Donne, vi ho portato il pesce, tutta salute, ho dovuto alzarmi alle quattro per prendervelo, per farvi un piacere. E’ quasi finito, spicciatevi che voglio tornare a casa.]

Era vero che era sempre quasi finito, perché partiva già da casa sua a Stabiuzzo con poco pesce: dicendo che era quasi finito, riusciva a trasformare in un pregio un’offerta molto scarsa.

Mia nonna, che era un orso, diceva: “L’ha quàtro scàrdołe in tùt ma l’è frésco… farèn ‘na tecéta…” [Ha quattro pesciolini in tutto ma è fresco… faremo una padellina…] Prendeva le uova o delle monete per pagare e andava sul cancello: “A quànt lo méteo, stamatìna…” [Che prezzo chiede, stamattina…]

Siòra, ghi n’ho’ncòra un chìło scàrs, se lo ciòl tùt ghe fàe puìto e vae càsa.” [Signora, ne ho ancora un chilo scarso, se lo prende tutto le faccio un buon prezzo e vado a casa]

Nemmeno si discuteva se il pagamento dovesse avvenire in uova o in contanti: un uovo valeva dalle cinque alle sette lire, a seconda dei periodi dell’anno e tutti ne conoscevano il prezzo perfettamente e l’uovo era universalmente accettato.

Dopo cinque anni di questa vita infernale, si comperò una vecchia Topolino usatissima e sosteneva, a chi gli diceva che stava diventando ricco: “Can da l’óca, me ha costà pì ła paténte che ła màchina: e ‘ncóra me ha tocà fàr dèbite…” [Accidenti, mi è costata più la patente che l’automobile: e ancóra ho dovuto fare debiti…].

Con La Topolino, andava due volte alla settimana a Caorle a comperare pesce molto buono: polpi, seppie, calamari, cefali e una quantità infinita di pesce azzurro, istriano, buonissimo, di acqua profonda.

 Inoltre si era comperato una enorme ghiacciaia dove sistemava il pesce comprato a Caorle. Aveva comperato un macchinario infernale dove si buttava dentro acqua e sale ed usciva ghiaccio, con la corrente elettrica speciale 220 (la normale era 125). Metteva il ghiaccio nella ghiacciaia e la moglie, mentre lui era via, aveva l’incarico di versare la vasca dell’acqua proveniente dalla ghiacciaia in un secchio e col secchio la versava nel fosso.

Ancora, s’era comperato un triciclo con parecchio spazio anteriore, dove teneva sempre distinto il pesce di Caorle (abbastanza più caro) dal pesce del Piave. Cominciò a servire, col pesce di Caorle, le principali trattorie, alle quali dava anche delle ricette, scritte dai caorlotti, stampate col ciclostile, perché pochi qui da noi sapevano fare il pesce come di deve. Fece, a casa, un piccolo chiosco per le trattorie più distanti, dove solo al pomeriggio i cuochi venivano a far compere per pesce particolarmente deperibile e che non poteva essere trasportato in giro per i paesi tutta la mattina, come rombi, soàsi [varietà di rombo molto magro], pesce San Piero, sogliole, astici, aragoste, granséole e scorfani per il brodetto. Mi ricordo che vendeva anche i sacchetti di canapa per gli scorfani. Un poco dopo vendeva anche gli ingredienti per fare il court bouillon.

Oggi, i suoi figli hanno una certa età ma le famiglie hanno quattro rivendite di pesce, una friggitoria e stanno bene, anzi molto bene.

C’è da meditare… chi lo farebbe, al giorno d’oggi? Non quel mestiere, s’intende, ma uno sforzo analogo?

Il problema è che T.G. ha puntato, rischiando tutto, su un mercato che poi è esploso. Per fare i soldi, anche oggi bisognerebbe fare lo stesso.

Questa è una storia non per i bambini ma per i grandini.

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