Piccoli attrezzi [181]

UtensiliUn altro personaggio da far notare era un signore distintissimo degli anni ’70 che aveva un banchetto microscopico, nell’attuale Piazza Grande di Oderzo, il mercoledì mattina, giorno del mercato settimanale. Oltre al banchetto, composto da due cavalletti e una tavola con una tovaglia, banchetto che si ripiegava come una valigia, aveva un’altra vera valigia dove teneva un microfono, un altoparlante col trespolo di supporto ripiegabile e le sue cose da vendere.

In quel periodo, la legge consentiva l’uso di altoparlanti: ora, non più.

Arrivava alla mattina alle sette, con qualunque tempo atmosferico. Se pioveva a dirotto, si spostava nella attigua Piazza Castello, in un sottoportico.

Quando arrivava, preparava il banchetto, stendeva la tovaglia, preparava l’altoparlante col suo trespolo attaccato al banchetto e sistemava il microfono.

Subito dopo, dalla valigia magica, cominciava ad estrarre i suoi articoli che disponeva in bell’ordine sul banchettino. La valigia sembrava il pozzo di San Patrizio: quando il tavolino era pieno dell’assortimento, nella valigia c’era ancora un buon tre quarti della mercanzia.

Forbicine piccole, aghi, ditali per cucire, bottoni automatici, apriscatole, gratta-formaggio, lamette da barba, pinzette di tutte le varietà, coltellini in genere e coltellini per temperare le matite, scatolette per le pastiglie medicinali, ami da pesca: solo acciaio, nient’altro che acciaio, il che gli consentiva di non rovinare la merce in caso di pioggia. Comunque, tutta roba minuta e leggera.

Era costui un ometto piccolino, magro, sempre vestito decorosamente, sempre in giacca, camicia bianca e cravatta.

Aveva l’aria di colui che può dire: ‘Ragazzino, lasciami lavorare.’

Vi descriverò alcune frasi che ho sentito per anni, fin che si poteva usare l’altoparlante, perché avevo un ufficio nell’attuale Piazza Grande con le finestre che davano sulla Piazza stessa.

“Signori, uno alla volta, uno alla volta…con calma… mettetevi in coda, per piacere…” Lo diceva solo quando davanti al suo banchetto non c’era nessuno, altrimenti si occupava della clientela.

“Signori, fatevi le vostre comodità… solo oggetti indispensabili per voi, prego…” Si riferiva ovviamente ai piccoli utensili in vendita.

“Tecnologia tedesca di Solingen, la patria dell’acciaio… venite… acquisti facoltativi… nessuno obbliga nessuno… ammirate… noi abbiamo licenze regolari…” Non si è mai saputo di quali licenze parlasse e comunque usava il pluralis maiestatis, come un monarca. [il plurale della maestà]

“Forbici e lame che tengono il filo, garantite… provare per credere…”

“Il più vasto assortimento di aghi, per rammendare, per cucire, per lana, per cotone… provare per credere…”

Vendeva parecchia merce. Molte volte, alle 11, aveva venduto tutto e aveva vuotato la valigia. In un lampo, sistemava la sua attrezzatura e se ne andava: dove, non l’ho mai saputo.

Parlava sempre italiano, tranne che per una frase, da me tenuta per ultima in questo ricordo. Quando le cose non andavano bene, quando non aveva nessuno davanti al banchetto e da un bel pezzo… perdeva le staffe e, quasi gridando, ad altissimo volume, usciva dall’altoparlante la seguente frase, mezza in italiano e mezza in un dialetto antico e strano: ”Signori! vàgo via!” Era una minaccia per chi non aveva ancora fatto acquisti…

Ora è chiaro che vàgo sta per vado ma quale sia esattamente la zona di provenienza non lo so.

Altre forme sono:

  • Vàdo Venezia attuale.
  • Vàe nel trevisano.
  • Vóo nel trevisano-padovano.
  • Vo, Vào nel padovano-vicentino.

Rischio a dire che potrebbe essere una forma desueta una volta più diffusa, probabilmente ancora usata nell’entroterra veneziano e un tempo anche a Venezia. Bartolomeo Gamba, poeta veneziano, nel 1817 scriveva:

Se vago in Piazza, vago per San Basso…” che fa parte del ‘Lamento di una tornitore’, poema in ottave che esordisce:

Posso ben dir da seno…” [Posso dire in coscienza, con lucidità]

E in ‘Letera a madona’, terzine,

“…vago in leto ben spesso col pugnal,…”

“… no vago gnanca cercando altro intopo…”.

A proposito di Bartolomeo Gamba, colgo l’occasione per offrirvi la poesia ‘A madonna che amazza il porco’, dove l’innamorato dice che la sua amata preferisce toccare il porco piuttosto che lui, perché lui, in effetti, non è mai stato nemmeno toccato.

Signora mia, vu manizè per tuto

Drento a sto porco infina a le buele;

Donca per far salsizze e mortaele

Vu ve degnè d’un animal sì bruto?

 

E a mi che son per vu morto e distruto

No m’avè mai tocà gnanca la pele?

Forsi che lu per quele man sì bele

S’à sentì mai d’amor caldo un persuto?

 

Orsù, s’amazza el porco, e mi son morto

Mile volte per vu, ma ingiustamente,

che lu muor a rason, mi moro a torto;

 

Lu tutavia vel tegnì sempre arente,

E mi no go mai avù nissun conforto

De sì longo servir con tante stente!

La poesia sembra ispirata ai ‘poeti concettisti’ barocchi del secondo XVII° secolo, che scrivevano sonetti dove celebravano, ad esempio, i pidocchi della propria amata (Anton Maria Narducci, ‘Bella pidocchiosa’). Il gusto paradossale è quasi lo stesso. L’esponente più noto è Giovan Battista Marino, un poco meno paradossale di altri concettisti.

Se uno vuole approfondire, lo può fare impunemente guardando su Internet.

Per aspera, ad astra. [Attraverso le difficoltà si arriva alle stelle] O come traduceva scherzosamente un grande che non nomino, Angelo Sguerzi, professore d’italiano che parlava su Rai Radio Uno:

“Attraverso le difficoltà, dal dolore, puoi vedere le stelle.”

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