Pallottole registrate [183]

lampadina
Bunker, con lampadina oscurata.

Il mio primo ricordo risale al dicembre 1944 o gennaio 1945 circa, quando avevo un anno e mezzo scarso.

Mi chiederete come faccia ad essere così sicuro della data: semplicemente perché sono in braccio a qualcuno, probabilmente mia madre o mia nonna e siamo in in bunker e quindi sicuramente durante la guerra. Ce n’era uno, bunker, vicino a casa nostra ad Ormelle e c’è ancora, in via Gere, costruito attaccato alla casa della famiglia Cescon, di fronte a un capitello con un’immagine sacra. Sono in braccio a qualcuno e c’è molto buio e molto freddo: il bunker è pieno di persone e la fioca luce di una lampadina ricoperta (per oscurare) da carta da zucchero illumina i capelli di una donna. C’è inoltre una trave che va a zig-zag nel soffitto: la vedo perfettamente. Ho cercato nel disegno di rappresentare il mio ricordo. Il terrore delle persone si percepiva benissimo e il silenzio assoluto di tutta quella gente era impressionante: qualcuno piangeva sicuramente e guai a parlare. Tutto questo è molto vivido e non ricordo altro, tranne un’altra sola cosa: la persona che mi teneva in braccio parlava a voce bassissima, quasi un soffio. Questo contribuiva a darmi la sensazione del più grande pericolo. Come ho poi saputo dai miei, si temeva un bombardamento da parte di Pippo Triestino, un aereo da caccia alleato. Arrivava a volo radente per evitare la contraerea, sganciava bombe e mitragliava nel buio: Come! Nel buio? Sì, perché gli alleati avevano dato il via all’uso dei primi radar anche nell’aeronautica. Si trattava di un’operazione nota come “Night intruder”: i caccia partivano dal Gargano e dalle Marche in squadriglie e, arrivati al nord, si disperdevano per raggiungere le rispettive zone operative. Gli aerei erano dei cacciabombardieri bimotori (Beaufighter) pilotati dagli inglesi della RAF. Le incursioni s’iniziarono nell’autunno 1943 e durarono fino all’aprile 1945.

Ad Ormelle, un solo contadino fu ucciso: rincasava in bicicletta con la sigaretta accesa e purtroppo la brace fu abbastanza perché Pippo lo vedesse e lo tagliasse letteralmente in due con una raffica di mitragliatrice.

Veniva chiamato da mia nonna e dagli altri anziani anche ‘Pipéto’ e c’erano un sacco di chiacchiere: dato che la verità si è saputa solo dopo un decennio, la principale fantasia era che Pippo Triestino fosse tedesco e che mitragliasse qualunque luce vedesse, per obbligare a tener buio ed evitare i grossi bombardamenti alleati di alta quota, come quello della città di Treviso, che fu praticamente distrutta. Dopo l’episodio del contadino, si pensava alle luci come ad un obiettivo dell’aereo, amico o nemico che fosse, mentre invece il nuovo radar prescindeva dalle luci.

E veniamo al secondo ricordo, generatore di questo scritto.

Checca
Cane da pastore, bergamasco.

Avevo un cane femmina, un pastore bergamasco bellissimo, come quello della fotografia. Sembrava una pecora. Alta 56 centimetri e pesante 32 chili, la Checca (nome del cagnone) ogni giorno mi teneva sulla schiena e faceva con me parecchi giri del cortile. Io mi aggrappavo al pelo oppure alle orecchie ed ero il bambino più felice del mondo quando salivo sulla mia cavalcatura.

Ma… nel marzo del 1945 (avevo venti mesi) il cane prese la rabbia e i miei furono obbligati a chiuderlo nel pollaio. Era pericoloso perché molto grande e molto forte. Io cominciavo a frignare perché volevo il mio cane. Era nel pollaio per riposarsi un poco, diceva mia nonna.

Cosa fare? Mia nonna decise di andare nella sua vecchia casa, la più bella del paese, requisita dai tedeschi per farne una stazione della Wehrmacht, l’esercito tedesco.  Mia nonna parlò con un sottufficiale e chiese se per piacere avessero potuto sparare un colpo all’animale rabbioso, comunque molto forte e pericoloso, avendo cura che io non vedessi.

“Nein! Non possiamo mica sparare così: le pallottole sono contate e c’è un registro, dove dobbiamo scrivere come e perché le stesse pallottole siano state adoperate. Chiederò il permesso all’ufficiale superiore e lei torni domani sera: le sapremo dire.”

Efficienza teutonica! La sera successiva, dicono a mia nonna che verranno con la camionetta e con un sacco. Verranno alle nove di mattina: mia madre prenda il bambino (cioè me) e vada a fare una bella passeggiata, almeno fino alle undici, non si sa mai.

Alla mattina, mia madre mi dice che lei ed io si va a cercare erbe nei campi, com’era solita fare mia nonna che era un’erborista provetta.

Mia nonna racconta come alle nove in punto siano arrivati i todeschi con un sacco e in cambio vogliano un caffè fatto come si deve.

Mentre mia nonna prepara il caffè, vanno nel pollaio, uccidono la povera bestia malata, la mettono in un sacco sulla camionetta ed entrano in casa per bersi il caffè. Mia nonna elargisce ringraziamenti ai todeschi:

I todèschi ghe n’ ha cuminà pì de Capòia ma quéła vòlta ièra del giùsto fàrghe un cafè parchè no varàe savù come far…” [I tedeschi ne hanno combinate più di Capoia ma quella volta era giusto far loro un caffè, perché (altrimenti) non avrei saputo come fare].

Capoia: personaggio della tradizione veneta, probabilmente immaginario, che faceva tante di quelle cattiverie da non dire, le peggiori soperchierie.

E perché mi ricordo? Perché al mio ritorno la Checca non c’era più e non capivo come facesse a non esserci: non mi davo pace. Era scappata dal pollaio? Sì, mi dicevano, era scappata e chissà dove fosse mai…

Ed ecco il mio ricordo: una sensazione di beatitudine a cavallo del cane che si trasforma in una grandissima sofferenza perché il cane non c’è più e non so nemmeno dove sia. E così, ciclicamente, il ricordo prosegue: beatitudine, disperazione, beatitudine, disperazione…

Il resto della storia che ho esposto me l’ha raccontata mia nonna quando avevo undici o dodici anni e potevo capire.

Con tutto quello che si vede nei films, nazisti, Wehrmacht, atrocità e così via, mi ha sempre impressionato il contrasto con questo dover rendere conto di una pallottola per iscritto, nel registro dei verbali dell’esercito tedesco. Quante autorizzazioni han dovuto fare e quanti registri han dovuto riempire?

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