Variazioni jazz [188]

jazz
Snoopy, il bracchetto disegnato da Schulz.

Parecchi di voi suoneranno od avranno suonato qualche strumento musicale. Si tratta di percorrere una strada molto lunga e faticosa, quale che sia lo strumento prescelto. Una volta ottenuta una buona padronanza dello strumento (dopo otto o dieci anni), s’inizia la parte più difficile: la padronanza dei pezzi musicali.

Per la prima cinquantina di volte, un pezzo musicale si suona decentemente solo leggendo lo spartito musicale, soffrendo e non divertendosi, sbagliando qua e là.

Per le seconde cinquanta volte, si legge sempre lo spartito ma s’inizia il divertimento: sempre un po’ di più, sempre un po’ di più.

Arrivati alla centesima volta (ovviamente i numeri sono largamente approssimativi e dipendono dalla persona che suona), si può suonare il pezzo abbastanza bene a memoria, sempre meglio, eseguendolo tuttavia almeno un altro centinaio di volte.

Ora lo abbiamo suonato, diciamo, duecento volte almeno: siamo pronti ad eseguire il pezzo cambiando qualche fraseggio, allungando qualche nota, poi facendo un trillo di due note che si alternano al posto di una, introducendo degli abbellimenti che certe volte all’inizio in realtà saranno abbruttimenti e così via. Questo tipo di esecuzione, irripetibile perché inventata al momento, si chiama jazz. Un suonatore raggiunge il colmo della felicità quando è in un’orchestrina, della quale lui è un membro, per fare del jazz. Inutile dire che per fare del jazz in orchestra bisogna che i suonatori si conoscano approfonditamente, intuiscano le variazioni in corso d’opera e capiscano l’umore degli altri in quella particolare serata, oltre che essere tutti dei profondi conoscitori del pezzo che si sta per eseguire.

Ci sono dei pezzi dove il jazzista A è allegro e suona con brio in tonalità prevalentemente maggiore (che denota trionfo, allegria, marzialità) o con molti accordi di quarta mentre il jazzista B è molto triste per motivi suoi e cerca di agganciarsi alle quarte di A con delle ‘svisate’ per sviluppare un tema in tonalità minore (che denota per l’appunto tristezza, infelicità ed insicurezza). Nel momento in cui B si trova ad eseguire un assolo, gli altri, che hanno capito che B suonerà in tono minore, devono adeguarsi immediatamente con opportuni tecnicismi (cascata di settime diminuite) mentre saranno pronti a ‘svisare’ in maggiore e a riadeguarsi non appena A ridiventi il protagonista. Tutto questo senza contare che i più bravi cambiano improvvisamente anche la scala musicale, passando ad esempio da un ‘do’ a un ‘re bemolle’, creando in questo caso un effetto ‘crescendo’.

Poi ci sono i mostri, come Armstrong, Goodman, Bechet, Ellington, i quali, senza aver mai suonato assieme, si trovano e fanno del jazz tra di loro ‘a naso’, ad intuito. Sono questi dei marziani talmente bravi che a noi, comuni mortali, danno addirittura fastidio.

Le case editrici di dischi registrano queste ultime esecuzioni che passeranno alla storia e che costano un occhio: “Satchmo alla cornetta, col Tale e col Tal’altro, eseguono ‘Basin Street Blues’, il 15 agosto del 19.. alle ore 21 in New Orleans, da non confondere con lo stesso pezzo eseguito dagli stessi alle ore 24. In questo disco, entrambe le esecuzioni sono presenti.”

Ci sono due pezzi che dovrebbero essere identici: stesso pezzo, stessi suonatori, stessa sera ma… sono passate tre ore! Armstrong ora è più stanco, è mezzanotte e non sono più le nove di sera, adesso ‘trascina’ le note… su tale trascinamento, nella esecuzione di mezzanotte, il batterista esegue dei contrappunti, delle piccole rullate improvvise e tiene il piatto charleston (hi-hat) al minimo e inoltre lo tiene ripetuto, quasi un tremolio, arricchendo l’effetto, mentre il chitarrista ad ogni nota ‘do’ di Armstrong ci aggiunge una nota rapidissima ‘fa’ per creare un effetto di quarta ma quando tutti si aspettano che il pezzo sia finito, egli attende i ‘do’ di Armstrong per aggiungerci una settima (si) che crea un senso di attesa, un senso inesprimibile di provvisorio, un senso che qualcosa ora sta per succedere e così Armstrong non può finire l’esecuzione: sarebbe come aver alzato  un peso enorme e tenerlo indefinitamente per aria.  Armstrong dà un’occhiata al chitarrista, è stufo e allora trattiene il ‘do’ a corona, per molte battute e il chitarrista capisce che basta, è ora di finirla di aggiungerci delle settime in ‘si’: il peso può essere rimesso a terra; il chitarrista esegue un do sopra un’ottava, un sol a scendere, un mi bemolle a scendere (scala di rock), un accordo di do tonico, un do di quarta, un altro do tonico e il pezzo può finire. Battuta in levare del batterista per creare un effetto di smorzamento finale. Voilà.

Il godimento di una cosa del genere, per chi mastica jazz, è indescrivibile. Egli sa di ascoltare qualcosa che mai più si ripeterà nello stesso modo. Se Armstrong non fosse stato stanco, avrebbe potuto arricchire il ‘si’ del chitarrista aggiungendoci un rapidissimo ‘si bemolle – re bemolle – do’, effetto di svisatura con tremolo, facile col piano e difficilissimo con la cornetta, dove si rischia di impastare tutto. Ma era stanco e non lo fece. Voi capite come su di una esecuzione del genere si possano scrivere volumi.

E veniamo ad una prima conclusione:

In borsa, X ha eseguito molte volte delle operazioni al rialzo e si sente, come per il jazz, abbastanza confidente nelle proprie capacità. Conosce bene il pezzo ‘Rialzo’.

X: “Sai, ho comperato Generali sui minimi (punto A), sono andate su, anche un po’ troppo, adesso le rivenderò (punto B), aspetterò che scendano, poi le ricomprerò (al punto C) e ci guadagnerò di nuovo perché saliranno di nuovo… (andranno verso il punto D)”

Queste sono pur sempre variazioni jazz…

Le Generali, perbacco, fanno esattamente quello che ha detto X. X, al punto C, mantenendo fede al proprio programma, ricompera ma… questa volta, invece di risalire, le Generali continuano a scendere per il semplice motivo che non sapevano di essere tenute a risalire… X credeva di conoscere la materia ma in borsa non ci sono variazioni jazz prevedibili: non esistono. Tanto meno ha le variazioni jazz per un improvviso ed inatteso ribasso, che d’altronde neppure esistono…

Mentre nella musica le note sono 12, in borsa le note sono migliaia di miliardi ed ogni tentativo di previsione è coronato da successo solo se si ha fortuna. Non illudetevi.

E veniamo alla seconda conclusione:

Per centinaia di migliaia di anni le ragazze si sono comportate in un certo modo e i ragazzi in un modo corrispondente. I costumi sono stati quasi sempre uguali, a seconda delle civiltà.

Ora, da circa mezzo secolo, i costumi sono profondamente cambiati. Le ragazze avevano (ed hanno) maggior preparazione in fatto di sesso, avevano già una maggior preparazione jazz. I maschi sono ancora alle prime esecuzioni degli spartiti, specialmente nella provincia veneta. Perché i maschi si adeguino, ci vorranno forse mille anni. Basta guardarli, mentre cercano disperatamente di corteggiare le ragazze. Non hanno il jazz, non hanno le variazioni sul tema, sembrano dei pesci fuori dall’acqua.

Nella lingua spagnola c’è un unico verbo, esperar, che significa sia sperare che aspettare.

Caro ragazzo, aspetta e spera, che il gran giorno si avvicina… tra moltissimo tempo.

Un ragazzo ha la maturità e la preparazione jazz di una ragazza di vent’anni quando lui ne ha quaranta ma questo può creare disaccoppiamenti biologici e la situazione, quindi, è molto complessa.

Bisognerebbe anticipare i tempi ed insegnare ai maschi come affrontare l’agguerritissimo gentil sesso… insegnare le variazioni sul tema: le variazioni jazz.

Mi viene sempre in mente come si catturino con la retina le seppie di sesso maschile: basta legare una femmina con uno spago al traino della barca e attendere, remando lentamente. Dopo un poco, non avendo istruzioni in proposito, il seppio arriva e si fa prendere con la retina (vółega): niente di più facile, non ha ancora imparato i rudimenti.

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1 commento su “Variazioni jazz [188]”

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