Il calzolaio stalinista [201]

falcesvasticaVi parlo del 1954, subito dopo la morte di Stalin. Cleanto era un calzolaio abilissimo: coi tempi che correvano e con poca spesa, ti rimetteva a nuovo scarpe, sandali e stivali ed io che vivevo tra Venezia e la terraferma avevo la convenienza, su istruzioni dei miei, di portare al calzolaio del paese le scarpe per la riparazione: non solo le mie ma anche quelle dei miei e della famiglia dei miei zii.

Poteva darsi che venissi giù da Venezia anche con venti paia di scarpe da riparare: le scarpe, a Venezia, per quanto buone, durano molto poco.

Ma c’era un prezzo da pagare: era comunista stalinista sfegatato e, se volevi le scarpe rimesse a nuovo, lo dovevi assolutamente ascoltare, altrimenti, se non lo ascoltavi, lo prendeva per un affronto e le tue scarpe andavano a finire in un angolo della stanza, praticamente dimenticate e una volta che le avesse riprese in mano non curava bene la riparazione e per di più il prezzo della stessa lievitava un poco…

Insomma, lo si doveva ascoltare: allora era raggiante, aveva due mani d’oro, e ti faceva lo sconto extra perché gli eri simpatico.

Comunque, da Cleanto ho passato ore ed ore. Non che si fosse obbligati a dargli ragione, anzi: se l’interlocutore non era comunista, si appassionava alla discussione ancora di più.

Diceva Cleanto che tutte le critiche fatte a Stalin erano bugie, sporche bugie fasciste perché non si voleva che la classe operaia e gli artigiani uscissero dalla schiavitù.

Che adesso Stalin era morto e che il mondo infame fa morire sempre e solo i migliori.

Che lui in soffitta aveva le armi ed era pronto ad intervenire per la rivoluzione comunista ma era un pezzo di pane e la sua dialettica esauriva le sue velleità: secondo me, non sarebbe stato capace di far del male ad una mosca.

Che Stalin aveva rifiutato il piano Marshall e che noi eravamo schiavi degli americani.

E bisognava controbattere, dicendo le solite cose anti-comuniste: allora Cleanto si sentiva vivo, lo vedevi che usciva dal bugigattolo col deschetto e volava su, verso cieli popolati di falci e di martelli.

Un’obiezione sola lo infastidiva: quando dicevo che fra comunismo e nazismo non c’era assolutamente nessuna differenza e lo dimostrava il patto tra Germania e Unione Sovietica, tra Molotov e Ribbentrop.

Allora taceva, diventava serio, mi guardava a lungo e diceva: “No l’è véro, no ghe créde, no pòl èsser ma se fùsse véro, no restarìe pì gnènt e lòra me coparìe.” [Non è vero, non ci credo, non può essere ma se fosse vero, non resterebbe più niente e allora mi ucciderei.]

Non era quindi uno pericolo per gli altri ma caso mai per sé stesso.

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