Esportare mobili 2 [208]

camion2Siamo nel novembre 1967. Da Aquisgrana (Aachen) in Germania prendiamo le autostrade del Belgio per recarci ad Anversa (Antwerpen) dove abbiamo appuntamento con un grosso importatore di mobili.

Lungo l’autostrada, ci sorpassa un camion italiano di Lecce, il quale a metà sorpasso rallenta alla nostra velocità, strombazza e ci fa cenni incomprensibili con un braccio. Poi ci sorpassa del tutto e ci sta davanti sino al primo distributore; a questo punto mette fuori la freccia a destra e strombazza di nuovo: vuole parlarci, dirci qualcosa. Parcheggia nell’area riservata ai camion e così facciamo anche noi. Ci viene incontro sorridendo e ci dice che lui viene da Lecce, che noi siamo italiani e che vuole offrirci una birra: non sa le lingue e sono tre giorni che non parla con alcuno. Al che ho pensato che se ci fossimo trovati a Bologna, non sarebbe successo niente di tutto questo. Trovandoci sulla Luna, faremmo amicizia anche con un cinese.

Arriviamo ad Anversa di sera e sulla strada di periferia troviamo un bar dove vorremmo chiedere informazioni sull’indirizzo dell’importatore, in modo da saperci regolare per la mattina successiva.

Il bar ha una porta come nei saloons dei cow boys: la porta non tocca terra ma s’inizia a 80 centimetri d’altezza e occupa lo spazio sino a 180 centimetri da terra; è quindi alta un metro. Sotto, si vedono decine e decine di piedi; il bar è quindi affollatissimo. Apriamo le due porte con cardine a molla e… non si vede più niente! il bar era pieno di fumatori di pipa, quasi tutti. La porta lasciava uscire il fumo dagli 80 centimetri in giù e dai 180 centimetri in su; il resto del fumo non era in grado di uscire: una nebbia vera e propria.

Düsseldorf, Germania. Abbiamo avuto un appuntamento a mezzogiorno, è l’una e mezza ed alle tre abbiamo un altro appuntamento ancora più importante. Abbiamo mezz’ora circa per fare colazione. Anche se volessi spendere una cifra, non ho tempo di cercare un ristorante e devo andare con l’autista nel primo posto che troviamo. Si tratta di una gasthaus, una specie di trattoria. Ormai è l’una e mezza e comunque non si può pretendere chissà che.

Ci sediamo e ci portano una carta con delle parole: la più corta del menù è composta da 24572 lettere… e chi capisce? L’autista è nelle mie mani, mi guarda come se fossi San Patrizio, distributore di ogni ben di Dio…

So qualcosa di tedesco ma il nome dei piatti è vernacolare. Comunque su una voce leggo schwarz Brot (pane nero), Ei (uovo), Salat (insalata), Shinken (prosciutto) e Paprika. Naturalmente è una parola sola con altre lettere incomprensibili per me, che forse celano qualche altra nefandezza.

Dico all’autista: “Pàn néro co l’óvo, co salàta e co parsùto e co pàprika. Cóssa te pàr? Co ‘na bìra…” [Pane nero con l’uovo, con salata e con prosciutto e con paprika. Cosa ti sembra? Con una birra…]

Autista: “Bàsta magnàr calcòssa.” [Basta mangiar qualcosa]

Arriva la seguente tedescata:

  • Due fette di pane nero semicircolari: accostate, formano un cerchio perfetto che prende tutto il piatto.
  • Sopra, una spalmata di strutto schifosamente schifoso, che forse era scritto tra le parole che mi erano sfuggite.
  • Una fetta di prosciutto cotto, mezzo magro e mezzo grasso, incollato allo strutto.
  • Un’altra spalmata di strutto sopra il prosciutto.
  • Due o tre foglie di lattuga tra il marrone e il grigio, incollate allo strutto.
  • Un uovo crudo! crudo! crudissimo, spiaccicato sopra la lattuga.
  • Circa 42 chili di paprika a mimetizzare l’uovo.

L’autista quasi piange, con la forchetta gratta via l’uovo crudo e dice: “Ma cóme se fa…” [Ma come si fa]

Terminata la visita, andiamo in albergo e l’autista dice che stasera, se sono d’accordo, si potrebbe andare in un self service dove almeno uno prende quello che vuole. Sono d’accordissimo.

Al self service Amerika, l’autista nelle transenne mi precede perché i pranzi sono a carico mio. Vedo che ordina due bistecche di maiale enormi, patate al forno (faranno buoni almeno il maiale e le patate, no? Sono tedeschi…), una birra gigante, due panini bianchi e due neri (non si sa mai che uno dei due tipi non sia una porcheria) e una fetta di strudel. Lo perdo di vista un momento e noto che è uscito dalla transenna, ha raggiunto un tavolo e piange, piange come un vitello e dice: “Vùi tornàr càsa, qua no l’è pì gnènt da fàr…” [Voglio tornare a casa, qua non c’è più niente da fare…]

Era successo che alla fine della transenna c’era un’inserviente con una pentola in una mano e un mestolo nell’altra. Nella pentola c’erano mele cotte, mescolate con la senape. Quando passava uno col maiale, la donna chiedeva: “Willst du Äpfel mit Senf?” [Vuole mele con la senape?].

Si vede che l’autista, che non aveva capito niente, ha fatto un sorriso ebete che la banconiera ha interpretato come un sì e… splat! le due meravigliose braciole erano scomparse sotto un tripudio di mele cotte con la senape.

L’autista, mentre piangeva, con la forchetta e con un gesto che ormai doveva essergli abituale, cercava di grattar via le mele insenapate…

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