Marco e Todaro 4 [227]

marcoTodaroVedi anche il precedente Marco e Todaro 3. Todaro: “Marco, gèro drìo pensàr che ti e mi sémo qua da 937 àni, dal 1178… quasi diése sécołi… ma no ti ghe pénsi…” [Marco, stavo pensando che tu ed io siamo qui da 937 anni, dal 1178… quasi dieci secoli… ma non ci pensi…].

Marco: “Sì, ghe pénso, ghe pénso sémpre… quéła vólta ghe gèra ‘ncóra ‘na parvénsa de democrassìa… dòpo, i gà cavà ànca ła parvénsa…” [Sì, ci penso, si penso sempre… quella volta c’era ancora una parvenza di democrazia… dopo, hanno tolto anche la parvenza…].

C’erano dei piccioni che ascoltavano e chiesero come fosse andata che venne tolta la democrazia.

Al che, alternandosi, Marco e Todaro dissero ai piccioni:

“La tradizione pone la fondazione di Venezia al 25 marzo 421, 1594 anni fa. I fondatori furono, sempre secondo la tradizione, dei profughi padovani. Dopo trentuno anni (452) Attila ed i suoi unni distrussero Aquileia, Concordia ed Altino e ci fu così una fuga di tali abitanti verso le lagune costiere della futura Venezia, che improvvisamente aumentò di popolazione. Nel 562 arrivarono i longobardi e le lagune costiere rimasero sotto il controllo dei romani-bizantini.

Nel 639 i longobardi conquistarono Oderzo e il governatore bizantino di Oderzo si trasferì ad Eraclea. Molti opitergini si recarono nella futura Venezia, creando un vincolo tra Oderzo e Venezia stessa, tant’è vero che il primo doge di Venezia, eletto (secondo la tradizione) nel 697 fu Paolo Lucio Anafesto (o Paolucio o Paulicius).  Il doge risiedette in quel periodo a Malamocco, nel Lido di Venezia. Secondo la tradizione, Venezia ha ormai 276 anni e siamo solo al primo doge… da confrontare coi 150 anni attuali della Repubblica Italiana…

Il doge era designato dalla concio [conferenza, assemblea popolare] degli abitanti-cittadini, una vera democrazia, che si si riunivano con le loro barche. La concio designava anche il Consiglio dei Sapienti, una specie di Consiglio dei Ministri che tuttavia eseguiva gli ordini della concio. Il potere legislativo era quotidianamente dell’assemblea popolare e il Consiglio dei Sapienti aveva il potere esecutivo.

Questo durò sino al 1172, quando il doge Sebastiano Zani, oltre a porre la base della Piazzetta con le colonne di Marco e Todaro, decise che la concio non nominasse più il Consiglio dei Sapienti, agli ordini della concio popolare stessa ma che nominasse invece un’assemblea sovrana per un anno, assolutamente libera di fare e disfare: il Maggior Consiglio, dotato di potere legislativo ed esecutivo. Nel frattempo, le principali famiglie patrizie (Càse vècie) vedevano minacciato il loro potere dai nuovi arrivati, pieni di soldi e nient’altro (Càse nóve). Ufficialmente, chiunque poteva ancora entrare nel Gran Consiglio, anche se in realtà non era così. Ma dal 1297 viene negato anche il diritto, democratico per quanto teorico, di entrare nel Gran Consiglio: i partecipanti del 1297 si auto-dichiararono Nobili di diritto, càse vècie e solo i loro eredi avrebbero potuto partecipare al Gran Consiglio. Dalla democrazia all’aristocrazia con un colpo di mano. I vari tentativi di ripristinare i diritti e il prestigio della vecchia concio saranno soffocati nel sangue e da un certo momento tutte le pene capitali saranno eseguite tra le colonne di Marco e Todaro.

L’agonia di Venezia aristocratica durerà 500 anni esatti: dal 1297 al 1797, quando gli eredi imbelli del patriziato e il loro altrettanto imbelle doge Lodovico Manin si arrenderanno a Napoleone senza alzare un dito.”

Marco e Todaro: “Eco, colòmbi, sé contènti?” [Ecco, piccioni, siete contenti?]

Piccioni: “Siìì, gavé contà cussì ben ma cussì ben che magàri domàn podaréssi contàrghene n’àltra…” [Sììì, avete raccontato così bene ma così bene che magari domani potreste raccontarne un’altra…]

Todaro a Marco, sottovoce: “Te gavèvo dìto, baucòto: no contàr massa ben… ‘dèsso, sémo del gàto…” [Te lo avevo detto, sciocchino: non raccontare troppo bene… adesso, siamo del gatto (espressione usata dai topi, che stanno per essere intrappolati dal gatto: adesso siamo in mano loro, siamo spacciati.)]

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