Kariba [233]

La diga di Kariba, in Africa.
La diga di Kariba, in Africa.

Ovvero: siamo differenti per cultura ed istruzione, non per razza.

La diga di Kariba fu costruita sul fiume Zambesi, al confine tra Zambia e Zimbabwe: i lavori s’iniziarono nel 1955, terminarono nel 1959 e furono eseguiti dall’impresa italiana Impresit. Si tratta di una diga ad arco enorme, con un’altezza di 128 metri e una lunghezza di 579 metri. Può generare 1320 megawatt di corrente, il bacino d’acqua si estende per 280 chilometri e l’invaso contiene 180 chilometri cubi di acqua. Insomma, un vero mostro sul quale andava fatta successivamente una manutenzione annuale.

A quel tempo un architetto, diventato poi sindaco di un comune molto conosciuto in quel di Treviso, fu assunto con incarichi di responsabilità direttive dall’impresa costruttrice, la Impresit.

Una sera, davanti ad una birra, l’architetto ci raccontava alcune disavventure della mano d’opera locale, per evidenziare come, secondo lui, sarebbe stato meglio civilizzare maggiormente le popolazioni prima di consentire il loro autogoverno. Sta di fatto che, successivamente, nessuna manutenzione è mai stata fatta alla meravigliosa diga che ora rischia il crollo, anche se non si parlerà mai di questo fino a crollo avvenuto ma se girovagate su Internet, troverete molte notizie inquietanti in proposito.

Lo Zimbabwe, prima di cadere nella guerra civile (con l’avvento dell’indipendenza nel 1965) si chiamava Rhodesia, era una colonia britannica, chiamata la Svizzera africana, quindi progreditissima. Poi, l’indipendenza concessa ai locali portò al disastro sociale ed economico. Qui tuttavia non parleremo di questo ma del fatto che il nostro architetto dovette far arrivare dall’Italia anche i semplici operai, quando in un primo momento si pensava di utilizzare la manovalanza locale.

L’architetto accennava agli episodi che indussero a far arrivare in Africa anche i semplici operai italiani, non qualificati ma avanti mille anni rispetto agli operai locali.

Dopo una settimana di lavoro, secondo l’usanza inglese, gli operai locali ricevevano la paga: al sabato si ubriacavano in modo feroce e non tornavano a lavorare prima di tre o quattro giorni: non tutti, ovviamente, ma buona parte sì. Non avevano il senso dell’impegno lavorativo. Diceva l’architetto che non è una questione di razzismo: sono le abitudini locali, le consuetudini, gli usi e i costumi che spingono il ‘vero uomo’ a non tornare al lavoro se non quando ha finito i quattrini. Chi torna a lavorare coi quattrini in tasca è considerato un ebete, una mezza cartuccia.

Bisognava quindi cambiare spesso manodopera, girando per i villaggi con i piccoli pulmini Volkswagen a nove posti. Effettuata la trattativa e presi gli accordi coi maggiorenti del villaggio, gli addetti della Impresit invitavano gli operai a salire sul pulmino per portarli al lavoro ma… i nuovi assunti restavano fermi davanti al pulmino e non sapevano che fare: non avevano il concetto di porta, non sapevano come salire sul pulmino e qualcuno, più intraprendente, tentava di arrampicarsi sul tetto. In effetti, nelle loro capanne non c’erano porte: al massimo una stuoia di foglie che pendeva dal soffitto e che si spostava come una tenda. Bisognava quindi spiegare loro il concetto di porta del pulmino, con dimostrazioni pratiche. Poi, saliti sul pulmino, non volevano assolutamente richiudere la porta stessa: anche a casa (capanna) loro, non si erano mai trovati chiusi dentro e il fatto di richiudere la porta del pulmino dava loro un senso di angoscia. Solo con estrema fatica accettavano di richiudere la porta ma bisognava spiegare che con la porta aperta non si poteva andare al cantiere.

Quando il pulmino si metteva in moto, bisognava aprire il più possibile i vetri perché altrimenti si inferocivano, si sentivano in trappola, chissà…

Una volta, ad uno che sembrava più sveglio degli altri, fu insegnato a manovrare da terra, col comando a cavo, la gru che portava i massi per la costruzione. Il comando aveva sei bottoni: destra sinistra alto basso acceso spento. Tale comando è collegato tramite un attacco al cavo primario, che porta la corrente a 400 volts.

Un giorno, il comando non risponde. L’incaricato stacca il comando dall’attacco del cavo primario, lo guarda bene, pensa che sia sporco, non sa che ci sono i 400 volts, prende un secchio d’acqua e pensa di lavarlo per farlo funzionare. Naturalmente, muore folgorato.

Un locale, particolarmente civilizzato, prese la patente per guidare il camion pellicano, di quelli da cantiere, con un cassone enorme per portare materiali inerti, pietrisco, sabbia e così via.

Ogni sera, sulla via di ritorno ai villaggi, una decina di operai prendevano regolarmente posto all’interno del cassone, come se fosse un autobus ma una brutta sera piove e quando piove gli acquazzoni sono fortissimi.

Idea geniale del conducente! alzare il cassone e far sedere gli operai sul piano dell’autocarro, in modo che il cassone stesso, inclinato, fungesse da tettoia. Arrivati all’uscita dal cantiere, il pellicano aperto verso l’alto non passa sotto l’arcata che fa da entrata al cantiere e quindi l’autista, senza riflettere, abbassa il cassone per uscire, schiacciando gli operai, col bilancio di tre morti e sei feriti.

Geneticamente parlando, non è che ci siano razze inferiori ma, se il background culturale non è adatto, le differenze ci sono e come.

Quando lavoravo in quel di Ginevra avevo impiegati di tutti i paesi: russi, tunisini, giapponesi. Benché fossero tutti in grado di fare bene lo stesso lavoro, non lo facevano nello stesso modo. Ad esempio, il giapponese prima di fare una cosa nuova aveva bisogno di dire: “Dunque, se ho capito bene, qui si fa così, poi, se succede bianco, si fa così e se succede nero, si fa in quest’altro modo”. Successivamente era efficientissimo ma aveva bisogno che qualcuno lo mettesse in moto con un cenno di assenso. Il suo motto sembrava essere: “Non voglio applicare novità se prima non ne ho parlato con qualcuno”. In anni e anni di lavoro, non ho mai trovato un italiano che avesse problemi simili. Voi direte: “Sarà stata una combinazione.” Ebbene, no, perché nell’ufficio accanto c’era un altro giapponese che si comportava in modo uguale. Siamo diversi per cultura.

A riprova, i due giapponesi dicevano che la Ferrari vinceva sempre ed erano quattro gatti mentre la Honda, che aveva centinaia di ingegneri, non riusciva altrettanto bene e questo per loro era inspiegabile. Emergeva poi dai loro discorsi che, se uno ha un’idea geniale, viene visto da loro stessi come un esaltato: come puoi avere tu un’idea geniale se qui ci sono cento ingegneri?

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