Mestieri a Venezia [236]

ArrotinoI mestieri ambulanti a Venezia hanno il grosso problema del trasporto: non potendoci essere automobili, gli ambulanti dovevano (e devono, quei pochi rimasti) escogitare delle soluzioni originali usando dei carretti spinti a mano, carretti che devono essere dotati di ruote gommate.

Siccome l’unico mezzo su ruote gommate ammesso è la valigia (trolley) per tutti gli altri è necessaria una autorizzazione comunale.

L’arrotino (“el gùa” in veneziano, da aguzzo, latino acutus, termine datato da prima del 1294) che a Venezia ha sempre fatto anche el giùsta-ombrèłe [riparatore di ombrelli] era l’artigiano che più di ogni altro doveva escogitare delle soluzioni originalissime (vedi foto).

A causa delle non infrequenti giornate spàca-ombrèłe, l’arrotino guadagnava forse di più con gli ombrelli che non con i coltelli.

Le giornate spàca-ombrèłe si verificano nei giorni di bora e di pioggia contemporaneamente. La bora soffia forte da nord-est e spinge la pioggia verso la direzione opposta, cioè sud-ovest e i veneziani tengono l’ombrello inclinato verso la bora per difendersi da vento e pioggia ma… svoltando in una calle nord-sud, ecco una improvvisa raffica di tramontana apparente che colpisce la parte concava dell’ombrello, rovesciandolo e rompendo o incurvando le stecche dell’ombrello stesso. Tali colpi improvvisi dipendono dal fatto che dall’altra parte della calle c’è di solito un campo o campiello che non sono colpiti dalla bora, in quanto la calle nord–sud impedisce alla bora di accedervi. Ma nella zona della bora c’è una pressione più bassa (e in certi casi più alta) del campo o campiello, la cui aria tende ad attraversare a tutta velocità la calle per livellare la pressione, creando un effetto apparente di tramontana. Questa improvvisa raffica che colpisce l‘ombrello può romperne le strutture.

L’arrotino gira per le calli gridando “el gùaaaael giùsta-ombrèłeee…” al che i ragazzini gridano forte: “Chi xe móna…” [Chi è sciocco…] e lui di rimando: “el gùaaaael giùsta-ombrèłeee…”.

I ragazzini allora ridono a più non posso, al che l’arrotino li minaccia: ”Carògne, gò ‘na famègia da mantègnar, se ve ciàpo, ve mòło do sbèrle…” [Maledetti, ho una famiglia da mantenere, se vi prendo, vi mollo due sberle…]

Se poi l’arrotino è della terraferma e dice al singolare, rivolto ad un monello, non “se te ciàpo”, bensì “se te ciàpe” si sentirà apostrofare: “Ohé, campàgnaaa… sète ciàpe fa tre cùłi e mèzo!” [Ehi, campagnolo! Sette chiappe fanno tre culi e mezzo!” e allora l’arrotino cerca di inseguirli, naturalmente senza risultato alcuno…

Con l’arrotino si poteva mercanteggiare sul prezzo dell’affilatura delle lame ma non sulla riparazione degli ombrelli. Forse perché l’affilatura può essere rinviabile ma l’ombrello quando è rotto, è rotto.

Queło del giàsso. [Quello del ghiaccio] ne abbiamo già parlato altrove e riassumiamo dicendo che non era quasi mai un ambulante: veniva su ordinazione, quando c’erano le ghiacciaie, e portava in un carro enorme a due ruote gommate dei parallelepipedi di ghiaccio, avvolti in sacchi di iuta. Il carro del ghiaccio lasciava inevitabilmente una traccia d’acqua al suo passaggio, il che, secondo il regolamento comunale, non sarebbe dovuto succedere. Il vigile urbano che eventualmente vedeva lo richiamava:

Ti xe drìo bagnàr par tèra, ti sa che no se pól… me tóca dàrte ‘na mùlta…” [Stai bagnando per terra, sai che non si può… devo darti una multa…]

In verità, esistevano dei carretti a tenuta stagna ma chi se li poteva permettere? costavano come una Maserati o giù di lì.

Ah, càpo, el me rovina, go na famégia, el giàsso se moła da sóło… no fàsso mìga a pósta…el me scùsa tànto…” [Ah, capo, mi rovina, ho una famiglia, il ghiaccio si scioglie da solo… non faccio mica apposta… mi scusi tanto…]

Siccome l’importante è il rispetto per l’autorità costituita, il vigile, che ha valutato l’atteggiamento come rispettoso ed obiettivamente comprendendo che il ghiaccio vive di scioltezza sua, finge di non sapere del carro stagno e dice, allontanandosi:

Dàte ‘na móssa, va vìa, sparìssi, mi no go vìsto gnènte…” [Datti una mossa, va via, sparisci, io non ho visto niente…]

Un altro mestiere che era diffusissimo era quello del lavandaio, di cui abbiamo già parlato.

 

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