Panegirico del dialetto [238]

Popolani a Venezia - 1961 - Provate a contare i gatti.
Popolani a Venezia – 1961 – Provate a contare i gatti.

Sono rimasto sorpreso dal seguente brano di Joseph Roth, ebreo, scritto nel 1924, tratto da Hotel Savoy, un romanzo compreso nelle sue Opere (edizione italiana ‘I Classici Bompiani’, vedi bibliografia).

Il personaggio Zvonimir, contadino russo intelligente, chiede al protagonista austriaco-ebreo di aiutarlo per certe faccende private.

Il protagonista risponde: “Non posso aiutarti. Io vivo isolato e mi manca il senso della comunità. Sono un egoista, un vero egoista.”

Al che, Zvonimir osserva: “Parole colte… le parole colte sono tutte vergognose. Nella lingua semplice non sapresti neanche dire una cosa così brutta: tutti siamo inseriti in una comunità.”

Il discorso del personaggio Zvonimir mi ha indotto a chiudere il libro e a riflettere a lungo. Improvvisamente, mi si è squarciato un velo davanti agli occhi.

Ho visto chiaro: avevo sempre pensato che tra i colti e le persone semplici ci fosse una differenza intrinseca di qualità. Improvvisamente mi rendevo invece conto che la semplicità era il rifiuto dell’ipocrisia, del machiavellismo ed era il privilegio di una vita pura. Dell’appartenenza ad una comunità diversa. Il politico non appartiene alla stessa comunità del popolano, non ha lo stesso esprit, come dicono i francesi. [La traduzione di esprit con spirito non è molto adeguata, forse è meglio tradurre con ingegno, genialità, buona o cattiva che sia.]

Avevo sempre pensato che un popolano non sapesse o potesse corteggiare una ragazza perché addirittura sprovvisto del linguaggio opportuno. Ora mi rendo conto che tale linguaggio avrebbe costituito la base della non sincerità, dell’ipocrisia. Il linguaggio del popolano è semplice perché la sua cultura rifiuta le parole colte vergognose, come dice Zvonimir. E aggiungo che se nella tua cultura mancano certe frasi, non puoi esporti all’uso perfido che ne deriverebbe e se tale è la realtà vuol dire che così va bene. Un esempio:

Un popolano non può dire in dialetto ‘signorina, bacio le mani’, perché una frase del genere nella cultura popolare non esiste. E perché, verbigrazia, non esiste? Perché esporrebbe i parlanti ad un dialogo ipocrita e di maniera, ad un dire e non dire, molto peggio che offrire un fiore, valori che la cultura popolare non ammette: non è una mancanza di cui vergognarsi, è un ostracismo di cui compiacersi. Anche la ragazza, d’altronde, che pure appartiene alla stessa comunità popolana, non capirebbe il ‘bacio le mani’ nel suo senso galante-ipocrita-erotico-scherzoso-subdolo. Preferirà una margherita. Non ha il tailleur né sogna di averlo: ha modelli d’imitazione affatto differenti.

Poi, naturalmente, c’è la ragazza popolana che vorrebbe evadere dal suo mondo ed apprezza la frase del baciamano. Ma lei ormai non fa più parte della gente semplice, a torto o a ragione, fa parte di un’altra comunità. Se ne accorgerà: cambiare comunità e difficilissimo anche se non impossibile. Donne e buoi…

 Poi ci sono quelli che hanno capito il valore della semplicità delle nostre genti e che vi si reimmergono dopo aver primamente tentato l’abbandono.

Nella lingua semplice, parafrasando Zvonimir, non si dicono cose brutte, si capiscono gli aneddoti piuttosto che le barzellette, si cerca la tradizione (e la si apprezza) invece che la novità e tra la gente semplice c’è il rispetto che si deve ad un’autorità. Magari è un rispetto solo apparente e alla prima votazione si voterà contro tale autorità ma il rispetto formale rimane.  I semplici fanno fatica a capire che li si vuole turlupinare ma una volta cambiata idea, faranno altrettanta fatica a cambiarla nuovamente e a ritornare all’idea pristina. Vae victis… (‘Guai agli sconfitti’, Brenno nell’invasione di Roma).

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