Locanda al Paradiso [243]

frittataVi parlo della Locanda al Paradiso (di Meduna di Livenza) di anni fa, quando era gestita dalla famiglia Reschiotto. Ora è diventato un albergo che non conosco e della famiglia Reschiotto non c’è più nessuno.

Ci sono al mondo delle persone che odiano mangiare da sole in trattoria: a queste persone si poteva consigliare la Locanda al Paradiso, da Reschiotto, per il semplice motivo che i titolari erano di una grandissima affabilità, sempre sorridenti, sempre con una battuta pronta e al solitario avventore sembrava quasi di essere in famiglia.

L’ambiente era caldo non solo come accoglienza ma anche come temperatura: insomma, non si pativa il freddo. La pulizia era assoluta, anche nei bagni. In relazione a quanto si ordinava, non si spendeva assolutamente molto.

Appena arrivati, si ricevevano tre cose: un sorriso, un po’ di pane e un po’ di vino. Comunque, il servizio era rapidissimo e il menù era vario ma non troppo ed andando due giorni di seguito non si trovavano mai gli stessi piatti, tranne che i cavalli di battaglia, i quali avevano un consumo continuo.

Tali cavalli erano:

  • Una frittata alta sei centimetri (misurateli…) che la signora Reschiotto chiamava “la rognósa” e veniva servita sia come antipasto che come secondo. Tale frittata era ogni giorno diversa nei contenuti e poteva accogliere patate, asparagi, fagiolini, piselli, salsiccia, carciofi, spinaci, formaggi vari e così via. Era una delizia per il palato e per gli occhi. A seconda del contenuto, veniva servita fredda oppure calda. Si consigliava tocai o un merlot giovane.
  • La pasta e fagioli col cucchiaio in piedi. Una cosa da mettersi in ginocchio, una cosa che cominciava a sobbollire dalla sera precedente. Probabilmente usavano come addensante la fecola di patate? Non ho mai chiesto. Gran parte dei clienti chiedevano replica. Vino rosso leggero, merlot.
  • Il radicchio verde in insalata con intingolo di pasta e fagioli, di cui parla il Veronelli e di cui abbiamo parlato anche altrove, con i ciccioli di lardo fumanti spenti nell’aceto e servito con fette di polenta abbrustolita. Vino ideale: raboso Malanotte d.o.c.g.
  • Meringata: una torta enorme di meringhe e mandorle macinate, fatta da loro, con alcuni ingredienti segreti e con tutti i sapori del mondo, da bere col Recioto della Valpolicella, rosso passito dolce d.o.c.g. oppure col picolit dei colli orientali friulani oppure ancora, se volete far bella figura da ricchi signori ma bere un po’ peggio, col Sauterne francese. Va bene anche lo champagne demi-sec se vi piace ma potete bere anche un prosecco fermentato charmat. Da Reschiotto si trovava tutto questo, per niente si chiamava al Paradiso. Si poteva bere anche uno zibibbo di Pantelleria, chiamato anche Moscato d’Alessandria. Volendo risparmiare, andava bene anche un vin santo toscano o umbro.

E veniamo al non plus ultra dei non plus ultra: la costata alla fiorentina.

Per dirvi quale livello di perfezione si raggiungesse da Reschiotto, vi dico una cosa sola: una volta avevo degli ospiti toscani che avevano certi affari qui da noi e che mi avevan fatto provare a Poggibonsi la loro costata. Buona, per carità ma bisognava usare il coltello per tagliarla. Quando vennero da noi e mi permisi di proporre la Locanda al Paradiso dove avrebbero gustato la costata di Giovanni Reschiotto, suscitai l’ilarità generale: “Ovvia! A noi toscani una costata veneta! Nun s’è nemmeno mai sentito!”

Dissi che l’avrei ordinata io, che loro l’avrebbero solo assaggiata e che avrebbero potuto ordinare qualunque altra cosa.

Arrivò la mia costata, una roba da oltre un chilo: con la forchetta, tagliai mezza costata a pezzi e misi i pezzi sui piatti dei toscani… non solo se la ordinarono subito ma, quando venivano su per i loro affari, andavano da Reschiotto a sbranarsi la costata veneta…

Giovanni comperava la carne non si sapeva dove, era un segreto, nessuno sapeva nemmeno come la frollasse.

Un giorno, Giovanni chiamò il capo-cameriere Adriano e gli disse: “Io, entro una settimana, morirò: per le costate devi comprarle in tal posto e poi fare così e così…”

Dopo una settimana Giovanni morì e per fortuna il segreto era stato trasmesso.

Dopo ancora un anno o due, non ricordo, tornando dal mare, di domenica pomeriggio, chiamai la signora Reschiotto per sapere se quella sera stessa sarei potuto essere suo ospite.

Mi disse: “Caro figliolo, questa sera vado in ospedale e probabilmente non ci vedremo più, mi faccia gli auguri…”. E così fu.

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