Trombetta e candeggina [250]

candegginaTra i personaggi venditori ambulanti del primo dopoguerra, dobbiamo aggiungerne un altro che veniva sempre da Roncadelle di Ormelle e che, a differenza degli altri che si sono fatti una posizione, non abbiamo più saputo che fine abbia fatto. 

Era un signore distintissimo, che d’inverno era imbacuccato in un pastrano, con sciarpa, guanti e berretto di lana mentre d’estate aveva pantaloni e panciotto senza maniche  grigi, con camicia bianca e cravatta ma niente giacca. A modo suo, era molto curato, con la barba sempre rasata e un bel paio di baffi. A suo dire, era un chimico.

La sua attrezzatura era costituita dalla bicicletta con la solita sporta di paglia per mettere le uova dei pagamenti ricevuti e poi aveva un carrettino a due ruote, legato dietro alla bicicletta, carrettino che recava due damigiane da cinquantaquattro litri: la sua merce in vendita era la candeggina o ipoclorito di sodio o conegrina o acqua di Javel. (varechìna in dialetto). Per chi si diletta di chimica, è il sale di sodio dell’acido ipocloroso, formula grezza ‘Na Cl O’. All’aspetto, è un liquido giallo un poco più pesante dell’acqua. Oltre i 35 gradi di temperatura può esplodere e per questa ragione viene di solito usato in soluzione acquosa. La soluzione finale è molto alcalina (Ph 12). Le massaie lo usavano (e lo usano o comunque lo possono usare) come sbiancante, come disinfettante, per uccidere muffe, funghi ed i virus, anche se questo magari non si sapeva. Un uso caratteristico era per lavare i panni (non c’entra niente con la lìssia o lisciva o liscivia). Non va mescolato all’acido muriatico (acido cloridrico) e neanche all’ammoniaca perché sviluppa gas tossici. Dura poco perché e sensibile alla luce e al calore. Per questo il nostro venditore consigliava di comprare una quantità adeguata e non di più, tanto lui passava ogni settimana, e di tenerla al buio e in bottiglie di vetro scuro.

Dalle due damigiane spuntavano due tubi di gomma per riversare la candeggina nella bottiglia dei clienti.

IL nostro venditore aveva anche una bottiglia di olio commestibile. Se per caso bisognava succhiare dai tubi di gomma per creare una depressione (effetto sifone) onde riempire le bottiglie dei clienti, egli prima si ungeva il cavo orale in modo da minimizzare il contatto tra candeggina e mucose, non senza aver prima detto, sorridendo: “Un fià de varechìna ła cópa i bìss…”. [Un po’ di candeggina uccide gli animaletti…].

La candeggina se la faceva lui, per risparmiare, con un procedimento abbastanza complesso e abbastanza pericoloso: per questo si definiva un chimico. Le due damigiane avevano due contenuti diversi: uno più costoso e l’altro meno costoso. Quello meno costoso era ovviamente più annacquato ma egli aveva trovato il modo di trasformare il limite in un pregio: “La varechìna, al caldo, la pòl ss-ciopàr ma quèsta qua ła cósta mànco e te pòl tègnerla al càldo, ànca sóte el larìn, parchè no ła ss-ciòpa mài… ma no la è bóna par netàr puìto el punèr…” [La candeggina al caldo può esplodere ma questa costa meno e puoi tenerla al caldo, anche sotto al focolare, perché non scoppia mai… tuttavia non va bene per disinfettare bene il pollaio…]

La trombetta caratteristica serviva come inconfondibile richiamo per le massaie: “L’è rivà quèl de ła varechìna… Marìa, svèlta, càta do bòθe scùre… sòte ła scàła… pòrtełe te ła passàda… che mi càte un pòchi de vòvi par pagàr…” [E’ arrivato quello della candeggina… Marìa, svelta, trova due bottiglie scure… nel sottoscala… portale al cancello… ché io intanto trovo alcune uova per pagàre…]

Che sia morto intossicato dalla candeggina? Povero…

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