Modi di dire a Venezia [251]

Palazzo Ducale di Venezia. Foto ed elaborazione di Ernesto Giorgi ©
Palazzo Ducale di Venezia. Foto ed elaborazione di Ernesto Giorgi ©

Rivolto al figlio: “Se ti stà bón, doménega te pòrto in Piàssa a védar i siòri che màgna el gełàto…” [Se fai il bravo, domenica ti porto in Piazza (San Marco) a vedere i ricchi che mangiano il gelato…] Questa frase veniva pronunciata da qualche adulto non troppo povero e che quindi poteva scherzarci sopra: veniva pronunciata inoltre quando c’era qualche altro adulto presente, che poteva apprezzare e sorridere.

Dello stesso tono:

Domàn, che xe fèsta grànda, magnémo ‘nca ‘l dólsse, cóme i sióri…” [Domani, festa grande, mangiamo anche il dolce, come i ricchi…]

Sempre come i ricchi:

Incuò (o incùo) gavémo magnà pàsta cónssa co’l tòcio par cónto sùo.” [Oggi abbiamo mangiato pasta asciutta condita col sugo per conto suo].

Il popolo faceva, come secondo, ad esempio, l’ossobuco in umido e allora come primo, di solito, c’era la pastasciutta con lo stesso sugo, per risparmiare. Avere un sugo ‘per conto suo’ nella pastasciutta, cioè un sugo diverso dal condimento del secondo, era un lusso e un lavoro che una massaia indaffarata non poteva affrontare. Tranne che nelle festività solenni, naturalmente.

Colgo l’occasione per dire che, come abitudine, il popolo non mangiava mai per mangiare, bensì “Bisògna che màgna calcòssa parché, co quéło che gò lavorà, me sénto zózo…” [Devo mangiare qualcosa perché, con quello che ho lavorato, mi sento giù…]

L’obiettivo era di minimizzare eventuali pensieri poco benevoli per uno che poteva permettersi di mangiare: se uno è tanto stanco perché ha lavorato a più non posso, chi mai lo potrà criticare o invidiare anche se mangia? La prima regola per il quieto vivere è quella di non prestare il fianco ad invidie di alcun genere. In ogni caso, “se màgna un bocón” [si mangia un boccone] sempre per minimizzare: frase pronunciata magari da chi ha dieci chili di troppo.

Ancora, questo atteggiamento andava gridato ai quattro venti ogni volta che ci si concedeva qualcosa. Non si sa mai, anche per scaramanzia, qualche spiritello dispettoso potrebbe vederti felice anche per un solo momento e pertanto punirti.

Una leccornìa, un dolce, una prelibatezza, un vino, talmente una buona cosa che “ła ghe tóca łe téte a ła regìna” [tocca le tette alla regina].

Si tratta di una espressione comunissima e diffusissima, di cui abbiamo già scritto. Il sarto di corte ha il privilegio sommo di drappeggiare il vestito attorno al corpo regale. Per associazione, dicesi anche di un cibo o bevanda molto buoni, che si presume siano riservati a pochi privilegiati.

El risòto el gèra cusì bon che’l fasséva scampàr el demònio.” [Il risotto era così buono che faceva scappare il demonio]

Leggasi: cibo paradisiaco, come l’acqua santa o la comunione, talmente paradisiaco che il diavolo non lo può affrontare.

Toni: “El me gà dito de far cussì e cussì…” [Mi ha detto di fare così e così…]

Nane: “Che no’ła sìa ‘na ciàcoła da prète…” [Che non sia una chiacchiera da prete…]

Sottinteso che la chiacchiera del prete è: fai quel che ti dico e non guardare quel che faccio.

Quando qualcuno vi fa gli auguri e vi dice: “Tanti ma tanti auguri”, si suggerisce di non rispondere col cuore ed augurargli ogni bene, perché quest’individuo avrebbe potuto sottintendere qualcosa di negativo, come “Te àuguro un brùto mal de pànsa” [Ti auguro un brutto mal di pancia].

Pertanto, le persone avvedute rispondono: “Anca mi te fàsso i stéssi augùri, proprio i stéssi che ti me ga ‘péna fàto ti…” [Anch’io ti faccio gli stessi auguri, proprio gli stessi che mi hai appena fatto tu…]

Siccome quasi tutti conoscono questa risposta, conviene sempre dire: “Augùri de ògni bèn e sóło che bén.” [Auguri di ogni bene e solo bene.]

Càn che sbàja no mórsega ma col gà finìo de sbajàr…” [Can che abbaia non morde ma quando ha finito di abbaiare…] poi, potrebbe mordere…

Aggiungo un paio di filastrocche dei bambini, che venivano usate per le conte a chi sta sotto o per i giochi, come il salto della corda o il campanon, il quale ultimo è diffuso in tutto il mondo e risale a prima di Cristo. Scrivendole, saremo in tanti a ricordarle.

… ła vècia Pièrina
ła va sùła cuxìna
ła tól el cortèło
ła tàgia el vedèło
ła tól el pirón
ła tàsta che bón…

[La vecchia Pierina – va nella cucina – prende un coltello – taglia il vitello – prende una forchetta – e assaggia quanto sia buono…]

… su e zo sessànta nòve,
càse nóve da fitàr:
déghe ła pàpa al vècio,
dégheła co’l scugèr…

[Su e giù sessanta nove – case nuove da affittare – date la minestra di semolino al vecchio – dategliela col cucchiaio]

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