Cartoleria del Pignater [253]

Foto tratta da Google Heart.
Foto tratta da Google Heart.

Questa vetrina è in Sałizàda del pignatèr, come recita el nissioéto [lenzuolino, cartello toponomastico dipinto in bianco con caratteri Stencil], che non si legge troppo bene, nella parrocchia di San Giovanni in Bragora.

Parla di un’Arte Africana in Vetro… a Venezia! Il colmo! Probabilmente anche a Murano… ma che facciano pure quello che vogliono, tanto Venezia è distrutta.

Ricordiamoci che Sałizàda significa selciata, rivestita di pietra, in quanto si trattava di una delle principali calli della parrocchia, vicina alla chiesa, dove di solito si trovavano le bancarelle del mercato, il che lascia intendere come le altre calli minori fossero in terra battuta. Anche i ponti erano senza gradini e pure in terra battuta perché sino al XVIII° secolo vi circolavano i cavalli. Per questo motivo il negozio di alimentari si chiama ancora oggi  el biavaròl, perché vendeva anche la biada per i cavalli (biàva in dialetto).

Pignatèr è chiaramente colui che vendeva e riparava il pentolame. Di calle del pignatèr ce ne sono a decine. Ogni parrocchia era un microcosmo, col suo lattaio, panettiere, salumaio, alimentarista (nell’ordine pestrìn, pistór o fornèr, luganeghèr, biavaròl o droghièr) e recentemente, nell’ultimo secolo, con lo sviluppo della scuola, anche il cartolaio in ogni parrocchia, quando prima erano solo alcuni in tutta la città. Ricordate: più i nomi sono strani e più sono tradizionali e antichi.

Pochi i negozi di frutta e verdura, in quanto tali generi venivano preferibilmente venduti nei banchetti mobili delle sałizàde.

Ma veniamo al negozio di Arte Africana in Vetro che ha spodestato la Cartołerìa Sant’Antonìn del sior Ànzoło.

La vetrina della cartoleria era, quando facevamo le elementari, la sosta obbligata: cinque, dieci minuti ad ammirare la vetrina e sognare di comprare tutto.

Fogli protocollo a righe e a quadri per i compiti in classe: la distanza tra le righe e la grandezza dei quadretti cambiavano a seconda della classe stessa. I ragazzini di prima e seconda elementare guardavano increduli i fogli di quinta: ma come si fa a scrivere su delle righe così strette e su dei quadretti così piccoli?

C’erano poi le penne stilografiche per i ricchi signori, i quaderni con la copertina di Topolino (dal 1949) non ancora accettati dalle maestre perché troppo rivoluzionari.

Il Pongo, plastilina spalmabile per fare pupazzi, le maschere per il carnevale, i coriandoli, i caleidoscopi costosissimi, la carta a fioretti piccolissimi per rivestire i libri, le cartelle di crosta (non esistevano gli zaini attuali) oppure di cartone con gli spigoli in latta. Le meravigliose carte assorbenti, coloratissime, coi disegni più belli.

Gli astucci per mettere le penne e le matite.

Con voce sognante: “’Scolta, Pièro, che astùcio te piasarìa?” [Ascolta, Pietro, che astuccio ti piacerebbe?]

“Queło blu, co disegnà la màchina spòrt… e ghe xe ànca ła matìta ròssa e blù, come queła de ła maèstra… magàri se pòl cambiàr łe coressiòn… no so…provàr…” [Quello blu, con disegnata l’automobile sportiva… e c’è anche la matita rossa e blu, come quella della maestra… magari si possono cambiare le correzioni… non so come… sarebbe da provare…].

Poi i giochini: la rana di latta che faceva ‘clack’, la polvere per grattarsi, le scatolette che una volta aperte facevano schizzare un diavoletto, la dama, la tombola, il gioco dell’oca, le carte del Mercante in Fiera e poi palle, palloni, palline, sino a quelle più piccole di terra cotta per giocare nei campielli. I minuscoli fuochi artificiali di tutti i tipi, con le girandole che emettevano scintille molto pericolose.

Al centro di Venezia, quanto io facevo le elementari, vivevano veramente centottantamila persone: oggi si dice siano cinquantamila ma in ogni caso non vivono di vita propria, vivono per il turismo.

Della mia parrocchia è rimasto solo il ristorante “Al Tesón” [Al Tendone]: per il resto, non c’è più niente. Solo turisti.

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