Combai [255]

combaiAP, un mio compagno di ragioneria, era nato nel 1941 o nel 1942 ad Addis Abeba, dove suo padre risiedeva come inviato dal governo italiano.

Purtroppo, in Etiopia aveva preso la malaria, sembra in forma cronica: aveva perso due anni di scuola alle elementari e sta di fatto che ogni mese stava a casa da scuola per tre o quattro giorni filati e, quando ritornava era, se possibile, ancora più magro e malandato di prima.

AP aveva un compagno di banco, DS. Erano letteralmente inseparabili: DS lo aiutava, assieme al sottoscritto, a recuperare le lezioni perse durante gli attacchi mensili. Ma anche quando non c’era da far recuperare le lezioni, DS andava comunque a casa di AP, nel pomeriggio, per fare i compiti assieme. Abitavamo vicini e molte volte ci andavo anch’io per far recuperare entrambi: a scuola ridevano troppo anche se ufficialmente non lo hanno mai confessato. Avevano messo fuori le chiacchiere che io sapevo tutto perché dormivo coi libri di scuola sul comodino e il bello è che qualcuno, come un mio cugino, ci credeva…

AP diceva per burla che, grazie alla malaria, poteva godere di tre o quattro giorni di festa al mese.

Vi racconto questa storia perché, come le due bambine della fotografia, i due compagnoni hanno passato i primi due anni delle superiori, con la mano davanti alla bocca, a ridere come i pazzi. Poi si son fatti bocciare e li ho persi di vista. Non si sa bene di cosa ridessero: un compagno di classe, interrogato, sbagliava qualcosa? Loro, nel banco, si scambiavano una battuta e giù a ridere per un minuto buono, con le lacrime agli occhi e la mano davanti alla bocca. Un professore arrivava in ritardo di un minuto? Scambio di battute e giù a ridere come pazzi, con la mano davanti alla bocca. Se chiedevi cosa mai ci fosse da ridere, invece di rispondere, uno sussurrava qualcosa nell’orecchio dell’altro e scoppiavano entrambi in un’ulteriore irrefrenabile risata. Al pomeriggio, durante i compiti, si sentiva in calle un gatto che miagolava? Giù a ridere. Incredibile davvero. Una volta è successo che la professoressa di chimica si è spazientita per le loro risate:

“AP, DS, siete sempre là a ridere. Venite fuori interrogati, vi farò delle domande difficili, così vi passerà la voglia di ridere.”

Incredibilmente, ad ogni domanda della professoressa, uno dei due inarcava le sopracciglia ed entrambi giù a ridere con la mano davanti alla bocca, in un modo talmente fresco ed innocente che anche la professoressa, come d’altronde tutta la classe, si metteva a ridere.

Professoressa: “Siete proprio due amiconi… perché ridete? Lo vorrei sapere…”

Al che, per la prima volta, AP parlò: “Perché abbiamo pensato che non servono domande difficili per darci l’insufficienza, bastano anche quelle facili…” e giù tutti a ridere, professoressa e classe compresi. Si presero un bel cinque a testa, senza ulteriori conseguenze.

Come ho detto, poi li ho visti saltuariamente a causa delle loro bocciature e, finite le superiori, non li ho visti più. Veramente non ho più visto AP, perché DS l’ho visto dopo vent’anni sul Combai. Ci siamo riconosciuti immediatamente:

Ciao, come va, bene, che bei ricordi, sì, belli, tornerei indietro, torneresti indietro eccetera.

Mi veniva voglia di chiedere come mai non ci fosse lì anche AP, con la sua malaria, con la sua salute, come andasse… ma un triste presentimento mi bloccò, né DS disse alcunché.

Ciao, ciao, ci vediamo. Ho preferito non sapere e mantenere il vivo ricordo di due amiconi per la pelle, che ridevano di niente perché forse apprezzavano la vita più di tutti gli altri, coloro che ridono meno.

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