Apicoltura [261]

apeQuando avevo un ufficio al centro di Oderzo, andavo qualche volta nel bar di fronte a mangiare un tramezzino.

Spesso incontravo, nel bar, un signore molto anziano, seduto ad un tavolo, sempre circondato da parecchie persone di tutte le età che ascoltavano attentamente e con la bocca spalancata.

Non avendo idea di quali argomenti trattasse, per appagare la mia curiosità, una volta mi avvicinai, con fare indifferente, per sentire l’argomento: l’argomento erano le api e il lavoro di questo signore anzianissimo era l’apicoltura.  

Allevava le api da oltre settant’anni e lo stesso mestiere veniva fatto dai figli. I suoi alveari erano in quel di Fratta, una frazione di Oderzo.

Raccontava storie fantastiche, di esperienze avute con le api e le raccontava con tale sentimento che tutti ascoltavano quasi con commozione.

Era una persona felice, che aveva raggiunto ciò che desiderava. Le domande degli ascoltatori erano molto poche: bastava una domanda sola per aprire un fiume di argomenti piacevoli sulle api, argomenti che si concatenavano l’un l’altro come una serie di fuochi d’artificio.

Riporto solo qualcosa dei suoi discorsi perché, purtroppo, non ho preso appunti.

L’ape è a strisce gialle e nere, come i serpenti velenosi, come le salamandre ed altri animali e, come diceva lui, si tratta di un messaggio: “Sono pericolosa perché vi posso pungere.” Sembra che la natura abbia pensato anche a questo: il segnale della radioattività e parimenti giallo e nero.

Dopo una ventina – cinquantina di punture, dipende dalla persona, l’allevatore si immunizza ma non bisogna farsi pungere comunque perché ad ogni puntura di un’ape, l’ape muore e questo non è giusto.

Per non farsi pungere, agli inizi, bisogna proteggersi un poco ma soprattutto bisogna voler bene alle api. Come, non si sa ma si può intuire.

L’ape regina non ha pungiglione, e la madre di tutto l’alveare ed è la sola che può fare nuove api. La regina vien fecondata nel suo volo nuziale da un maschio, chiamato fuco e poi depone migliaia di uova ogni settimana che le api operaie (sterili perchè hanno trasformato l’organo riproduttivo in un pungiglione) mettono in ogni celletta dell’alveare. Poi le celle vengono chiuse con la cera e dopo tre settimane nasce una piccola ape che viene nutrita col miele (i primi tre giorni, tuttavia, con la pappa reale).

L’affollamento normale è sulle 30 mila api (ed anche 80 mila). Vivono 30 o 40 giorni, quindi è un lavorìo continuo. In inverno le operaie vivono anche sei mesi. Mentre nei primi 21 giorni si occupano all’interno dell’alveare delle pulizie, dei piccoli appena nati, di produrre cera, di immagazzinare miele, di fare la guardia, di sbattere le ali per tenere fresco l’alveare, dopo i 21 giorni raccolgono nettare, polline, propoli (resina delle piante), acqua e così diventano bottinatrici, api che fanno il bottino e sulle zampette sviluppano delle tasche per trasportare polline, propoli eccetera.

Non si sa come, se l’alveare è molto affollato compare una nuova regina!

L’alveare si divide allora in due gruppi, api meno anziane a api più anziane e quelle meno anziane seguono la nuova regina.

A questo punto sarebbe stato da chiedere come si possano distinguere le meno anziane dalle più anziane e come compaia la nuova regina ma nessuno ha mai fatto domande del genere, che potessero interrompere o fuorviare l’oratore. Era considerato una persona sacra.

Sembra che le api, quando trovano un posto buono con nettare abbondante, tornino all’alveare e facciano una specie di danza con dei riferimenti per l’orientamento: mi sorge il dubbio che le api abbiano scoperto il navigatore prima degli esseri umani.

Non si può prendere alle api tutto il miele, come fa l’orso innocente: il miele serve a nutrire la regina, a nutrire le api operaie e le api piccoline.

Si può insegnare alle api dove andare a raccogliere il nettare? Sembra di sì ma non è stato detto chiaramente come. Sta di fatto che i tipi di miele dipendono dagli alberi o dai fiori.

Una volta non c’erano i camioncini e non si poteva andare in montagna con gli alveari.

I camioncini moderni sono importantissimi: prima che arrivi il grande caldo, che farebbe soffrire le api, si caricano gli alveari sui camioncini e si va nel Cansiglio, a mille metri di quota, dove le api prendono il fresco. Inoltre si sistemano gli alveari nei posti giusti, vicino agli alberi giusti: il miele di castagno è prelibatissimo e così pure il miele di tiglio e così via.

Passato il grande caldo si ritorna in pianura e si fa la manutenzione dell’alveare. Ma le api non reagiscono?

Risposta: se sono trattate bene, no…

Meglio di un film! Meglio di tante cose…

Poi, quando le api stanno male o hanno qualche parassita, si vede subito che stanno male, si capisce immediatamente e bisogna intervenire chiamando il veterinario.

Le operaie sollevano l’addome per spigionare un odore che identifica la colonia nei trasferimenti ed è utile quando una bottinatrice si perde: se non sentisse tale odore, la bottinatrice smarrita sarebbe destinata a morte certa. Le bottinatrici che si smarriscono e vengono salvate dall’odore sono moltissime: per questo all’entrata dell’alveare ci sono sempre delle operaie che sprigionano in continuazione, a turno, tale segnale odoroso per ridare l’orientamento alle bottinatrici.

Se l’ape vi punge, richiama le altre (perché la aiutino a sconfiggere il nemico) con un particolare odore: tale odore, alcuni allevatori sono in grado di sentirlo.

Affascinante.

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