Usanze a Venezia 11 [285]

Venezia – novembre 1986 – Piazza San Marco – I piccioni assalgono un ragazzino che vuole offrire loro dei chicchi di mais - Ernesto Giorgi ©
Venezia – novembre 1986 – Piazza San Marco – I piccioni assalgono un ragazzino che vuole offrire loro dei chicchi di mais – Ernesto Giorgi ©

Non parleremo della notte tra il 31 ottobre e il primo novembre, con la ricorrenza di Halloween: è troppo recente per considerarla veneziana. S’inizia quindi con Ognissanti e con la celebrazione dei defunti.

Un vecchio scherzo, quando una persona aveva un nome strano, era quello di dire: “Nól fa fésta gnànca a Tùti i Sànti…” [Non festeggia neanche ad Ognissanti] perché il suo nome era talmente strano che non trovava posto neanche nell’ipotetica lista agiografica del primo novembre.

Come culinaria, il primo e il due novembre si mangiano łe fàve, che non hanno nessuna relazione con i baccelli mangiati nel meridione d’Italia. Si tratta di una varietà di meringhe lisce e screpolate, coloratissime, di due dimensioni: par bòce e par gràndi. [Per bambini piccoli e per adulti]. Il termine bòcia deriva dal fatto che i piccolini hanno una testa grossa e rotonda, come una palla per il gioco delle bocce. Le fàve si acquistano in tutte le pasticcerie e le latterie, sono vendutissime ed è una delle tradizioni più radicate: non c’è buon veneziano che passi i Santi e i Morti senza aver mangiato le fàve. I colori delle fàve sono quattro: giallo uovo, bianco candido, rosso ciclamino e marrone cioccolata. Ci sono sacchetti trasparenti di cellophane che contengono tutti i colori oppure un colore solo. Le due misure per grandi e piccini dipendono dal fatto che le fàve  sono, a differenza delle meringhe, molto friabili e quindi, per non perderle in briciole, vanno messe in bocca intere: da qui le due misure. La superficie è fessurata e non compatta come quella delle meringhe.

Il giorno dei morti, il vaporetto che va dalle Fondaménte Nóve all’isola di San Michele (il cimitero) costa poco o niente e, a determinate ore, il solo traghetto Fondamente Nove – San Michele può essere anche gratuito. Il cimitero non è grande ed andare a trovare i propri morti nel giorno del 2 novembre può essere molto problematico: conviene andarci un paio di giorni prima. La calca, dal 2 novembre in poi, può protrarsi anche per una settimana. Non c’è l’usanza, come per gli anglosassoni, di portarsi la colazione e consumarla in cimitero. Ho visto, tuttavia, qualcuno farlo nel periodo successivo a Pasqua. Notare che anche a Trieste si usano łe fàve.

In novembre, le pasticcerie non fanno a tempo a finire il lavoro delle fàve che s’inizia il lavoro del San Martin. Come si sa, la ricorrenza di San Martino si celebra il giorno 11 novembre. In tale data, in terraferma, si chiude l’annata agricola, si fanno i conti e i fittavoli o i mezzadri che non hanno rinnovato l’accordo se ne vanno. Martino, benché di origine ungherese (della Pannonia) era vescovo di Tours (316 circa – 8 novembre 397) ed è venerato dai cattolici, dagli ortodossi e dai copti. L’11 novembre fu il giorno del suo funerale. Fu uno dei fondatori del monachesimo e fu proclamato santo anche se non fu martire (uno dei pochi non martiri santi, all’inizio). La leggenda vuole che Martino, prima di essere vescovo, fosse un militare romano che eseguiva la ronda di notte. Nell’inverno del 335 incontrò un mendicante mezzo nudo. Martino tagliò in due il suo mantello militare (la cosiddetta clamide della guardia imperiale) per darne metà al poveraccio. La notte seguente si sognò di Gesù, coperto dalla metà della clamide che diceva agli angeli: “Questo è Martino, soldato romano non battezzato: egli mi ha vestito.” Al risveglio, Martino ritrovò la clamide intera. Siccome il mantello corto in latino si dice cappella, tale nome venne esteso a coloro che conservarono il mantello (cappellani). La Pasqua successiva, Martino fu battezzato ma rimase nell’esercito e dopo vent’anni divenne vescovo. Storia bellissima, che a Venezia si racconta ai bambini, pur se non con tutti questi dettagli.

Il dolce di San Martino ha la forma di un cavaliere che con la spada divide una clamide per darne metà al povero. Con lo stesso stampo si creano due versioni del San Martìn:

  • Versione con la cotognata (mele cotogne), dolcissima, con dei confettini argentati nell’occhio del cavallo, nell’occhio di Martino e nell’occhio del povero. Poi ci sono le versioni ‘co tànti confèti’ per quelli che non sono mai contenti. Ai primi di novembre si vedono girare nei rii veneziani peàte e tòpi (imbarcazione enorme la prima, di dimensioni più ridotte la seconda) pieni di mele cotogne che hanno come méta i laboratori delle grosse pasticcerie (Rosa Salva, Colussi eccetera).
  • Versione con la pasta frolla, ben cotta, piuttosto amara, con sopra una glassa e gli stessi confettini dell’altra versione. Una differenza è che sulla testa di Martino c’è quasi sempre un piccolo buco, che nella cotognata non c’è quasi mai, dove il pasticcere ha messo un nastrino rosso, forse per appendere il dolce: non li ho mai visti appesi, li ho visti sempre mangiati.

Le dimensioni del San Martìn sono le più varie e ne fanno di enormi, di pastafrolla, da regalo, del peso anche di un chilo. Quelli di cotognata sono meno variabili e un poco più piccoli ma più grossi di spessore.

Non è una tradizione ma come abitudine possiamo citare dei fenomeni di àqua àlta eccezionale dal primo novembre sino a San Martino. Probabilmente ciò è dovuto alla situazione stagionale. In novembre bisogna aver pronti gli stivaloni. Le giornate di bora (vento da nord-est) praticamente non ci sono, ci sono invece alcune giornate di libeccio (vento da sud-ovest) e, soprattutto, molte giornate di scirocco (vento da sud-est).

Altra cosa da far osservare: l’ultima settimana di novembre, da un punto di vista turistico, è relativamente tranquilla. Non perché i turisti non sarebbero venuti, quelli verrebbero sempre, bensì per il motivo che la gran parte degli alberghi chiude per le manutenzioni annuali. Ma turisti ce ne sono lo stesso, anche se meno numerosi. In novembre le signore tedesche grasse hanno sostituito i tuboni a fiori (non tubini…) con le braghe di flanella, sempre a fiori. I giapponesi sono come d’estate, solo che hanno in più una mantellina anti-pioggia trasparente e le mostruose macchine fotografiche con la custodia di nylon, per fare foto anche se piove senza peraltro rovinare la macchina fotografica stessa.

Il giapponese non chiede mai delucidazioni, perché:

  • Parla giapponese.
  • Ha 2215 guide di Venezia, una per ogni tasca e le conosce tutte a memoria: le pagine pari le sa a memoria dall’inizio alla fine, quelle dispari dalla fine all’inizio.
  • Se per caso ti chiede in inglese qualcosa, ti fotografa: che non siano tutti James Bond al servizio del loro imperatore?
  • Se parlasse inglese e chiedesse delucidazioni, i veneziani, indispettiti dalla macchina mastodontica, risponderebbero in inglese: “No pàrlo el giaponése…”. Tanto, il giapponese sorride sempre e comunque, anche prima di far Harakiri (rituale giapponese per il suicidio, con una spada abbastanza affilata.)

Attenzione: se un inglese (non un americano) vi chiede una calle, un luogo o qualunque cosa, siete tenuti a rispondere in inglese, anche se approssimato, altrimenti si offende in modo incredibile. Come si distinguono gli inglesi dagli americani, dagli australiani e dai canadesi? Perché, per l’appunto, sono quelli che si offendono.

I francesi dicono serissimamente, con la puzza sotto il naso, che una città bella come Venezia dovrebbe essere in Francia e non si capisce come faccia ad essere in Italia. Venezia, allora, contribuirebbe à la grandeur de la France…

Gli americani dicono che è tutto bello ma che hanno tutto anche loro e che in Alaska hanno il McKinley che è più alto del nostro Monte Bianco: 6190 metri contro 4808 metri. E così, noi siamo fregati.

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