Poco destino 2 [293]

Il destino? Dall’esito dei processi, qui non si è trattato di destino – Vajont – 1963 – Ernesto Giorgi ©
Il destino? Dall’esito dei processi, qui non si è trattato di destino – Vajont – 1963 – Ernesto Giorgi ©

Nell’articolo precedente abbiamo detto che molte volte non si tratta di destino ma di decisioni sbagliate nonostante si potesse prevedere, basandosi sulla Storia, dei probabili esiti negativi di tali decisione, per cui fa comodo dare la colpa al destino. Daremo quindi la seguente equivalenza:

Più decisioni umane soggettive = più errori possibili = più probabile che il destino sia tirato in ballo e ritenuto colpevole.

Se è così, mai l’uomo ha preso tante decisioni come da quando esiste la rivoluzione industriale, situazione inasprita dalla globalizzazione, mai gli errori sono stati così tanti, mai l’umanità si è sentita così a disagio e mai si è data così tanto al destino la colpa di questa situazione e vediamo di chiarire queste affermazioni, parlando del Veneto e sottolineando che, qui da noi, la vera rivoluzione industriale s’è iniziata negli anni che vanno dal 1950 al 1956.

Prima del 1950, c’era un tipo di società con pochissime decisioni rivoluzionarie e dagli esiti sconosciuti.

Il figlio del contadino faceva (generalmente) il contadino. Fin dalla prima infanzia, per lui s’iniziava un apprendistato implicito, vedeva cosa faceva il padre e approssimativamente sapeva quale sarebbe stato il suo futuro: alzarsi all’alba, le mucche, il grano… sposare una brava ragazza che sarebbe entrata in famiglia, sapendo approssimativamente quale sarebbe stato anche il suo futuro. IL padre d’altronde poteva atteggiarsi a grande esperto, perché quanto insegnava al figlio era stato collaudato da decine, decine e decine di generazioni. Famiglia allargata, composta da una quindicina o ventina di persone, una specie di mutuo soccorso. Come dice Ignazio Silone, l’assicurazione sociale non era indispensabile perché addirittura ci si aiutava tra famiglie dello stesso borgo.

Si potrà dire che si trattava di un’esistenza prevedibile o monotona ma che cos’è oggi l’esistenza di un operaio? E la madre obbligata a staccarsi dai figli piccoli per lavorare?

Il figlio del falegname imparava il mestiere e faceva il falegname e così via. Questo, a quanto ci risulta, è stato vero per tremila anni almeno.

Queste idee sono ancora radicatissime e ci vorranno secoli per modificarle: il politico che mette suo figlio al suo posto non fa altro che perpetrare questa tradizione, ancora vivissima. I figli sono pezzi di cuore. Come si può pretendere che questa norma comportamentale sia scomparsa nei cervelli? Solo politici in malafede oppure poco intelligenti lo possono pretendere. Ignorano la Storia perché oggi, come abbiamo detto, sono al mondo loro. Ma nulla c’è di nuovo sotto il sole e l’umanità non è pronta a cambiamenti così radicali. Inoltre lo sviluppo spaventoso delle popolazioni modifica il quadro e ci rende avulsi da ogni e qualsiasi esperienza precedente.

Ad un dirigente pubblico veniva richiesto come mai avesse appoggiato la nomina ad una posizione qualificata di suo figlio, anche se lo stesso non avesse avuto i titoli necessari per occupare tale posto. Il dirigente guardò il giornalista, esitò parecchio e poi rispose:

Ma… el vàrda che el xe me fìo… no so se me spiégo…” [Ma… guardi che si tratta di mio figlio… non so se mi spiego…]

Giornalista: “Ma ci sono delle disposizioni che richiedono dei titoli per la partecipazione ad un concorso… non lo sa?”

Dirigente: “Sì, sì… ma quéłe łe xe par ciapàr vòti, se łe fùsse vère, chi sarìa el móna che no łe scoltarìa, łe ròbe giùste i łe scólta tùti, łe ciàcołe par ciapàr vóti no, quéłe no łe scólta nissùn…” [Sì, sì… ma quelle sono per prendere voti, se fossero vere, chi sarebbe lo sciocco che non le ascolterebbe, le cose giuste le ascoltano tutti, le chiacchiere per prendere voti no, quelle non le ascolta nessuno…]

La percezione del nostro dirigente era che tali disposizioni non fossero giuste, perché, dico io, erano in contrasto con la Storia, col diritto naturale, dove un padre ha da sempre favorito il figlio e non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di cambiare e anche se volesse cambiare si troverebbe contro la moglie. Quindi il nostro tipo di società, che vorremmo costruire, non è adeguato ai tempi attuali. Si potrebbe imporre forse con una dittatura ma se poi fate votare il padre…

Nella trasmissibilità dal padre al figlio, aumentano le certezze, come è stato per migliaia di anni, e diminuisce la probabilità di prendere decisioni sbagliate, che poi, inevitabilmente, vorremo chiamare destino.

Dice: Ma la corruzione o la concussione sono un’altra cosa…

Vàrda… ła difarénsa tra corussión e concussión ła xe un fià cóme ła difarénsa tra chi che ròba e chi che tién el sàco… ma mi, che no i me łàssa trovàrghe gnànca el pósto al fìo, chi me dixe che ‘sti połìtici no i sìa drìo tórne in gìro, sénsa parlàr del pùlpito… dìséghe che i comìnsia a no robàr lóri…” [Guarda… la differenza tra corruzione e concussione è un poco come la differenza tra chi ruba e chi tiene il sacco… ma a me, che non lasciano nemmeno trovare un posto al figlio, chi mi dice che questi politici non ci stiano prendendo in giro, senza parlare del pulpito…(dal quale viene la predica)… dite loro che comincino col non rubare…]

Il nostro dirigente ha concluso che i politici rubano, pertanto è meglio non fidarsi di tutto ciò che dicono e si sente legittimato ad aiutare il figlio, non importa come. Il pesce puzza dalla testa e nessuno ritiene di far parte di quella testa…

Fino a quando non ci si decide a dare l’esempio, nulla cambierà e, comunque, penso che ci vorranno secoli.

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