Signorilità [308]

Venezia – 1961 – Piazzetta dei Leoncini col negozio di Venini. La piazzetta fa parte della Piazza San Marco, dove di apre il Patriarcato - Ernesto Giorgi ©
Venezia – 1961 – Piazzetta dei Leoncini col negozio di Venini. La piazzetta fa parte della Piazza San Marco, dove di apre il Patriarcato – Ernesto Giorgi ©

Si chiamava Gervaso. Trattava affabilmente e cortesemente gli altri e aveva dei gusti sicuri. Quando possedeva un oggetto, l’oggetto stesso brillava in modo diverso e gli altri desideravano averne uno uguale, perché era immediatamente considerato un oggetto di sicuro buon gusto. Nessuno lo avrebbe sospettato (e nemmeno ne siamo certi) ma sotto sotto non prendeva i suoi simili troppo sul serio. E non prendeva troppo sul serio nemmeno sé stesso.

Aveva quello che si definisce a sense of humour, un certo senso dell’umorismo, molto velato, in verità, molto sottile e quando lo usava non se ne era mai certi, come se il senso dell’umorismo non fosse in lui ma nella vita stessa e lui facesse soltanto da tramite.

Se qualcuno assumeva un tono di superiorità nei suoi confronti, stava al gioco per due motivi:

  • Per non umiliare l’interlocutore, quindi evitava di fargli capire che caso mai, dei due, il superiore era Gervaso.
  • Per godere (egoisticamente, forse) della vanità degli altri ed assecondandoli non cessava di stupirsi di sino a che punto potessero arrivare.

Quando rifletteva sul proprio modo di essere, pensava che dipendesse dal fatto che egli era un profondo studioso della Storia e concludeva:

Cóme se fa a ciapàrse sul sèrio co se fa calcòssa se uno pénsa de ‘vèr fàto ‘na ròba nóva, originàl e dòpo ti ciàpi un lìbro de Stòria e ti te incòrzi che quéła stéssa ròba ła xe stàda fàta mi no so gnànca quànte vòlte… e ‘łòra, te vignarìa da ridàr ma, par creànza, bisògna sol che sorìdar… cóme che dixe la Bìbia, gnénte de nóvo sóto el sól… e ti védi che i se afàna a dìr, a métarse in móstra… e ‘ncòra e ‘ncora…” [Come si fa a prendersi sul serio quando si fa qualcosa se uno pensa di aver fatto una cosa nuova, originale e dopo prendi un libro di Storia e ti accorgi che quella cosa è stata fatta non so nemmeno quante volte… e allora, ti verrebbe da ridere ma, per educazione, bisogna solamente sorridere… come dice la Bibbia, niente di nuovo sotto il sole… e vedi che si affannano a dire, a mettersi in mostra… incessantemente…]

Insomma, Gervaso non ci teneva ad apparire: stando in disparte, gli sembrava di influenzare meno i suoi simili e di esaminarli meglio da un punto di vista storico ma a queste conclusioni era arrivato anche per i seguenti motivi:

  • Le persone non ascoltano perché sanno di non capire e quindi sanno che non vale la pena di ascoltare. Quindi non imparano. Gervaso parlava pochissimo e la gente gliene era molto grata.
  • Le persone parlano per ascoltarsi. Siccome parlano molto, si ascoltano molto e questo li stanca molto facilmente. Gervaso ascoltava moltissimo e questo faceva sì che la gente, in sua presenza, si ritenesse importante. Per questo era cercato ed apprezzato.
  • Le persone dicono un sacco di bugie, sia per darsi arie che perché sono convinte di essere più accorte di chi ascolta. Gervaso sapeva che la gente si diverte di più a dire bugie, per vedere l’effetto che fa e anche per vivere con la fantasia ciò che non vivono veramente. Mai ha fatto capire a qualcuno che lui si era accorto di tali bugie.

Per quanto avesse un senso umoristico fuori del comune, non si addiceva ad un vero osservatore (come lui) entrare in disputa con gli spiritosi. Sorrideva: “Buona, questa…”

Alla sera, prima di coricarsi, pensava: “Anca incuò go sparagnà el biliéto par ‘ndàr al zoò” [Anche oggi ho risparmiato il biglietto per accedere allo zoo.]

Questo suo atteggiamento non faceva mai sospettare che stesse prendendo in giro gli interlocutori, anzi. Quando qualcuno gli decantava qualche vino che anche un mediocre intenditore avrebbe riconosciuto… egli se ne usciva con espressioni stupite e meravigliate: “Davéro? Ma vàrda…Chi xe che ło gavarìa mài dìto…” [Davvero? Ma guarda… Chi lo avrebbe mai detto…]

Certi, vista la apparente sprovvedutezza di Gervaso, arrivavano a dirgli, magari sulla pittura: “Fórse łu, caro el me Gervaso, nol pól capìr…” [Forse lei, caro il mio Gervaso, non può capire…]

Al che, lui rispondeva: “Sì… xe vero, se parlémo de pitùra fàsso tànta fadìga a capìr ben… el me perdonarà…” [Sì, è vero, se parliamo di pittura faccio tanta fatica a capir bene… mi perdonerà…]

Una volta sola uno presente per caso disse all’interlocutore di Gervaso che si atteggiava ad esperto di pittura: “Móna, a pàrte che ti gà dito nòme àltro che castronàe, vàrda che Gervàso el xe profesór de pitùra, el insegna Tecnica de l’afrésco a l’Acadèmia… el fa fìnta de no savér, par no umiłiàrte…” [Sciocco, a parte che hai detto nient’altro che stupidaggini, guarda che Gervaso è professore di pittura, insegna Tecnica dell’affresco all’Accademia… fa finta di non sapere, per non umiliarti…”

Al che Gervaso disse: “Magàri più avànti no insegnarò più… łàssa che’l dìga… in ògni càso, ghe xe sèmpre da imparàr calcòssa…” [Magari più avanti non insegnerò più… lascia che dica… in ogni caso, c’è sempre da imparare qualcosa…]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...