Cielo privato [310]

Stelle e la scopa di saggina del nostro amico Operatore Ecologico.
Stelle e la scopa di vimini del nostro amico Operatore Ecologico.

Personaggi: IO, me stesso che sto scrivendo; OE, Operatore Ecologico di Pordenone.

Abbiamo già avuto modo di parlare, in un articolo precedente, di un Operatore Ecologico (che fino a poco tempo fa veniva denominato spazzino e a me piaceva di più), il quale sosteneva che il suo era il miglior lavoro del mondo. Ecco la nuova storia: un’altra volta, sempre a Pordenone e nelle stesse circostanze, ho rivisto il mio amico di panchina.

Come va, bene, grazie e lei, anche, grazie.

IO: “Mi sembra che ci troviamo sempre alla mattina presto. I suoi orari se li sceglie lei?”

OE: “A parte il fatto che qualcuno deve pur venire la mattina presto per tenere pulita la città dai rifiuti che i maleducati lasciano nottetempo, io, se posso, preferisco fare il mio lavoro di notte. Le persone si distinguono in allodole e gufi. Le allodole si alzano alla mattina presto e si coricano alla sera presto; i gufi, al contrario, si alzano possibilmente il più tardi possibile e vanno a letto il più tardi possibile. Io sono un gufo che ha sposato un’allodola e con gli orari non ci troviamo. I preti dovrebbero dirlo: gufi sposati con gufi ed allodole sposate con allodole. Quando ci si sposa, lo si dovrebbe sapere.”

IO: “Anch’io allora sono un gufo: alla sera leggerei sempre, anche fino alle tre di notte.”

OE: “Allora, noi due siamo dei gufi. Il gufo fa fatica ad ingranare alla mattina. Non è che non ce la faccia, ma preferisce la notte. Forse è una questione di metabolismo o di ciclo circadiano.”

OE si rivelava dunque una persona istruita.

IO: “Mi sembra di capire che, come gufo, anche lei alla sera legge…”

OE: “Sì… leggo quando non esco per lavoro… se esco per lavoro, quando rientro, non leggo…”

IO: “Ma cosa fa, se è lecito…”

OE: “Non glielo dico, perché so già che lei si metterebbe a ridere…”

IO: “Veramente, non mi permetterei mai! Lei è una persona che merita la massima stima: volevo sapere cosa fa se non legge solo perché viviamo due realtà diverse e da una persona come lei penso di avere da imparare. Magari fa qualcosa che potrei fare anch’io…”

Le mie parole probabilmente convinsero OE, che si mise a parlare.

OE: ”Alla sera, quando esco per il mio lavoro e giro per i giardini della città, a meno che non ci sia forte pioggia e brutto tempo, mi piace guardare il cielo. Forse tutti i gufi di notte guardano il cielo. Prima di tutto, faccio meno fatica a lavorare, perché il cielo è enorme ed anch’io mi sento enorme con la mia scopa di vimini, enorme pure lei, mentre i viali mi sembrano piccoli piccoli e facili da pulire. Ovviamente, è un gioco ma mi sembra di essere la stessa cosa col cielo e con le sue stelle. Se non c’è la luna, preferisco. Insomma, mi assorbo il cielo, me lo respiro, me lo bevo come se fosse un bicchiere di buon tocai. Poi, quando ho finito il mio lavoro, me lo porto a casa.”

IO: “Scusi, cosa si porta a casa? il bicchiere di tocai?”

OE: “Nooooo! il cielo! mi porto a casa il cielo, con le stelle e metto tutto dentro la mia testa, con tutti i particolari, con il Carro, con la Stella Polare, con Cassiopea… vado a letto e mi godo il cielo che mi sono portato a casa, con tutti i particolari nuovi, appena visti. Lo faccio uscire dalla testa e lo metto con la fantasia sotto al soffitto della stanza. Come la canzone, sa… quella del cielo in una stanza… ma è un cielo per conto mio… tutto mio… me lo gusto disteso sul letto. Potrebbe provare anche lei… non ho detto ‘dovrebbe’… mentre guardo le mie stelle mi canticchio la canzone che mia madre cantava a Tolmezzo alla mia sorellina piccolissima:

Sdrindulàile, sdrindulàile che bambinùte,

che si tòrni, che si tòrni a indurmidî…

je jevàde, je jevàde la bièle stèle…

son trê òris, son trê òris dénant dì…

[Cullàtela quella bambina, perchè si riaddormenti, si è alzata la bella stella, mancano tre ore all’alba…]

IO: “Grazie mille, sono commosso dalla sua personalità… e la ninna-nanna è meravigliosa, se non le dispiace, proverò anch’io… le stelle… arrivederci…”

OE: “A riviòdisi, màndi…

[Arrivederci, (mandi = {m’arco}mandi) mi raccomando che lei stia bene…]

Per ascoltare Sdrindulaile.

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