Bivio [311]

bivioIn questo brano, scritto secondo il più classico divertissement (termine francese, ‘divertimento’ non è una traduzione molto buona, forse meglio ‘finzione letteraria di svago’) le verità storiche sono alterate ma non tutte. A chi legge spetta (se lo desidera) il compito di sorridere distinguendo ciò che è stato vero da ciò che è stato soltanto verosimile.

Oppure leggere tutto come sta perché potrebbe essere andata come descritto. Alla fine di ogni vita, c’è la morte. Amen. Tuttavia, se pensassimo sempre in questo modo, cioè se tenessimo sempre presente questa dura realtà, l’umanità sarebbe progredita ben poco, perché molti concluderebbero che non vale la pena di faticare tanto per poi morire. Noi non siamo come gli altri animali ed abbiamo la sfortuna, unici tra tutti, di conoscere l’epilogo della nostra vita. Nessun altro animale lo sa e probabilmente questo è il profondo senso della Cacciata dal Paradiso Terrestre. L’albero della Conoscenza è la dizione esatta per l’Albero della Vita.

Eva ed Adamo (precedenza al gentil sesso), dopo aver mangiato la simbolica mela seppero di dover morire eccetera.

Se noi, loro discendenti, ricordassimo costantemente questo nostro epilogo imminente (al massimo entro un centinaio di anni), saremmo spacciati. Pertanto, abbiamo dovuto creare un meccanismo che dimentica tutte le cose eccezionali, una specie di bottone automatico nel cervello: quelle estremamente negative per consentirci di arrancare comunque verso la fine e quelle estremamente positive perché le stesse sono molto rare (compresi i miracoli) e ci illuderemmo di dover sperare in altri episodi, quando ci attende invece la monotonia. Gli uomini vogliono quindi le solite cose abitudinarie, quelle quotidiane e dimenticano rapidamente le cose eccezionali, come il terremoto del Friùli (Orcolàt del Friùl, 6 maggio 1976).

In verità, pensandoci bene, perché rimanere in casa se il terremoto mostruoso potrebbe ripetersi? Ed anche fuori casa, non può forse succederci qualcosa di altrettanto negativo? Ecco, allora, il bivio fatidico: da che parte si va verso la vita e da che parte si va verso la morte? Come dice Lorenzaccio (Lorenzo de’ Medici, detto anche il Magnifico, nato a Firenze il 22 marzo 1514 e morto nelle nostre terre, a Venezia, il 26 febbraio 1548): “…chi vuol esser lieto, sia: di doman non v’è certezza…” o come diceva Orazio nell’ode 1.11: “…carpe diem…” [letteralmente: ‘cogli il giorno’. Traslato: ‘vivi le occasioni che ti capitano’].

E così volevano fare anche gli alti prelati, vescovi, cardinali e soci: volevano avere un attimo di piacere in questa valle di lacrime ma… mal gliene incolse. Lorenzaccio era ancora vivo, in quel di Venezia, quando il papa decise di morigerare la bella vita dei prelati e dei nobili, insomma dei benestanti tutti. Fu allora che, ad esempio, nel mansionario del Patriarcato di Venezia, venne introdotta una orrenda limitazione, mai più depennata ed ancora in vigore ai giorni nostri:

 “Stante che il venerdì di deve comunque mangiar pesce, viene stabilito che il venerdì santo non solo si deve mangiar pesce ma non si possono avere nella tavola più di cinque portate”, dove si sottintende che negli altri venerdì le portate di pesce possono essere anche venticinque. Qualche bello spirito disse che si sottintendeva un avverbio ‘contemporaneamente’ e cioè che finite le cinque portate, c’era spazio per non più di altre cinque e poi per non più di altre cinque ancora e così via ma l’interpretazione fu considerata troppo gesuitica, anche se tale Ordine Militare (Societas Iesu) fu fondato solamente nel 1534 da Sant’Ignazio di Loyola, primo generale dell’Ordine e quindi a quei tempi era di là da venire.

Un frate domenicano, il ferrarese Girolamo Savonarola (Ferrara, 1452 – Firenze, 1498) oltre a profetizzare sciagure in proprio (per esempio diceva che nei prossimi 666 week – ends ci sarebbe sempre stato brutto tempo), aveva istituito un gruppo di personaggi che i fiorentini chiamavano Piagnoni, ovvero bigotti, i quali erano dei veri rompiscatole, così come il loro capintesta Girolamo e quando vedevano qualcuno che se la passava alla meno peggio, gli sbattevano davanti agli occhi una croce nera e dicevano, agitando la croce e con occhi di fuoco: “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris.” [Ricordati, o uomo, perché sei polvere e in polvere ritornerai.]. Solitamente, l’interessato faceva le corna con la mano sinistra (manus cordis, la mano del cuore) verso il Piagnone, dicendo con enfasi: “Tiè!”. Insomma, per dirla qui in confidenza, il Piagnone non era eccessivamente simpatico. Notoriamente, le corna con la mano sinistra hanno un’efficacia superiore a quelle fatte con la mano destra. I prelati e i religiosi in genere, invece, di fronte alla declaratoria del Piagnone, dovevano fingere di assumere un atteggiamento compunto e riverente, giusta l’enciclica di Santa Romana Chiesa Cattolica Apostolica, enciclica che è andata smarrita ma che probabilmente era nota come enciclica “De gaudentibus”. [Sui gaudenti]

Probabilmente i Piagnoni ruppero le scatole anche in quel di Venezia, al seguito dell’impunito gaudente Lorenzaccio.

Ma c’è di più: il papa, o chi per esso, visto che tale frase era sicuramente Parola di Dio (si trova infatti nella Bibbia e precisamente nel Genesi 3,19), tanto valeva mettere un Piagnone alle costole di ogni prelato, gaudente o meno che fosse, per fargli andare di traverso la giornata e visto che abbiamo fatto trenta, facciamo anche trentuno e mettiamo un Piagnone pure alle costole dei nobili e dei ricchi in genere.

Ecco allora il nostro Piagnone che brandisce la croce domenicana, spoglia ed asettica, nera e bianca come la tonaca dei domenicani, davanti agli occhi del povero prelato, il quale non può dire di non capire, perché il latino, giocoforza, lo deve pur sapere. Ma non così Lorenzaccio ed altri gaudenti veneziani, i quali, indispettiti, facevano finta di non capire il latino e, comunque, dicevano:

Frate! no capìsso! ti pòrti pégola! no capìsso el to latinòrum, łàssime stàr, ciàpa ‘sto ducàto de òro e va fóra dei pìe!” [Frate! non capisco! porti scalogna! non capisco il tuo latinorum, lasciami in pace, prendi questo ducato d’oro e vai fuori dai piedi!].

{Nota: ti pòrti pégola = letteralmente, porti pece, nera come la scalogna, porti nera.}

Si dà il caso che il Piagnone non capisse il veneziano: comunque capiva di intascare il ducato d’oro e lo faceva velocissimamente. Subito dopo, come una zanzara molesta, ricominciava da capo, brandiva nuovamente il crocefisso sopra il capretto arrosto che il nobile uomo veneziano avrebbe voluto distruggere voluttuosamente a morsi: “Memento homo…” Ora non è chi non veda che tale capretto dovesse risultare, in tali frangenti, vieppiù indigesto e coriaceo.

Era una situazione insopportabile e nel 1498 il papa, d’accordo coi prelati, coi Medici e con i nobili in genere, fece bruciare Girolamo Savonarola [così impara a rompere…] (naturalmente si dette la colpa al popolino…) e nel 1530 il papa fece disperdere definitivamente tutti i Piagnoni superstiti [sempre in base al principio che così imparano a rompere…].

Bisogna dire che nel 1492 Leonardo da Vinci, per eliminare il flagello alla radice, aveva progettato una macchina speciale per macinare esclusivamente i Piagnoni e farli scomparire dall’orbe terracqueo. Innocenzo VIII° era appena morto, si dice per colpa dei Piagnoni stessi che portavano iella ma il suo successore Alessandro VI°, al secolo Rodrigo Borgia, eletto proprio quando Cristoforo Colombo stava partendo da Palos, nonostante non fosse uno stinco di santo, non se la sentì di autorizzare la terribile macchina trita-Piagnoni di Leonardo, macchina assassina che rimase a livello di progettazione. Era una macchina troppo, troppo crudele anche per un Borgia.

Da quella volta, per gente come Leonardo che riteneva di non essere responsabile di alcunché, si disse: “El tìra el sàsso, ma’l scónde el bràsso…” [Tira il sasso ma nasconde il braccio] come il futuro intrepido Balilla, che “sta gigànte ne ła Storia, fìs-cia’l sàsso, scónde’l bràsso…” [fischia il sasso, nasconde il braccio]

Durante il periodo dei Piagnoni, si dice che ben pochi progressi furono fatti perché tutti gli imprenditori pensavano alla morte e non alla vita: vedevano il bicchiere mezzo vuoto e non mai mezzo pieno, come si addice a chi intraprende. In particolare, nel 1492, Cristoforo Colombo, terrorizzato dai domenicani Piagnoni, pensò bene di scapparsene in America a fare qualche scoperta. Dovette andare tuttavia in Ispagna a procurarsi le navi, perché in Italia gli veniva detto: “No, carissimo, stai qui anche tu, così ti beccherai il tuo Piagnone… non solo noi…”. La regina Isabella e il marito Ferdinando il Cattolico, nonostante la denominazione osservante, erano un tantino meno bigotti di quel che si può pensare; videro il bicchiere mezzo pieno (d’oro…) e gli diedero tre caravelle, che comunque, per il quieto vivere, a poppa avevano la scritta: “Memento homo…” col pistolotto che segue.

In verità, l’Ordine dei Domenicani aveva proposto di mandare un Piagnone a bordo della Santa Maria (Nina e Pinta sembravano nomi un poco frivoli per un ecclesiastico, altrimenti avrebbero voluto mettere un Piagnone per caravella) ma Cristoforo Colombo, disse “Piagnoni, no party…” [mezzo inglese e mezzo genovese, che significa: Se ci sono i Piagnoni, non parto…]. E così partì senza Domenicani, anzi partiva apposta per evitarli ma bisogna dare il merito ai Domenicani stessi di aver indotto Colombo a scoprire l’America.

 Poi, dopo il 1530, con la scomparsa dei Piagnoni, il Rinascimento riprese vigoroso, prosperoso, rigoglioso e luminoso… d’altronde, come dicono a Venezia e fors’anche altrove, se vìve ‘na vòlta sóła… chi vuol esser lieto, sia…

Anche Martin Lutero fece finta di creare il Protestantesimo per divergenze sulle confessioni a pagamento ma in realtà i prodromi, il vero celato motivo fu che aveva il terrore dei costituendi Piagnoni. Voleva mangiarsi qualche capo di selvaggina in santa pace. Già la vita di un frate in convento è triste, se ci aggiungi i Piagnoni…

Noi ora sappiamo che il fenomeno dei Piagnoni si estinse nel 1530 ma nel 1517, quando Lutero affisse a Wittenberg, nella Schlosskirche, le sue famose 95 tesi che determinarono l’Eresia, egli non sapeva che i Piagnoni sarebbero scomparsi entro breve. Anche questo fatto è dunque dipeso dai Piagnoni ma non si è ancora stabilito se ascriverlo ai Domenicani come loro merito o come loro demerito.

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