Legge [319]

leggeAvevo vent’anni e stavo parlando, in un ormeggio di gondole, con un gondoliere di 80 anni, Gigio Scarpa, nato quindi nel 1883.

In realtà non faceva più il gondoliere ma el gansèr, mestiere che consiste nell’avvicinare le gondole quando arrivano al pontile per far scendere i passeggeri e nell’allontanare le gondole dal pontile quando se ne devono andare. Il mestiere è riservato ai vecchi gondolieri e hanno la preferenza nell’assegnazione coloro che hanno una pensione insufficiente o che addirittura, per varie vicissitudini, non ce l’hanno. La divisa da gansèr è come quella di un gondoliere, tranne per il fatto che sul cappello ha scritto per l’appunto gansèr e che la sua dotazione è costituita da un attrezzo speciale a due punte imbottite, una dritta e l’altra fatta a gancio, che si chiama ‘mezzo marinaio’ in italiano e gànso [gancio] in veneziano. Suo padre era del 1843, vissuto quindi per 23 anni nel Lombardo – Veneto, stato dipendente dall’Impero Austriaco, anche se dal 1859 solo il Veneto era rimasto sotto l’Austria.

Questa premessa è necessaria perché con Gigio stavamo parlando di ciò che è giusto secondo la legge e di ciò che non lo è. Gigio aveva modo di confrontare ciò che gli diceva suo padre, cresciuto sotto l’Austria, con ciò che aveva visto lui sino al 1922 (prima del fascismo), dal 1922 al settembre 1943 (fascismo), dal settembre 1943 all’aprile 1945 (Repubblica di Salò), quando a Venezia c’era il Ministero dei Lavori Pubblici, per finire con la Repubblica Italiana.

Gigio aveva quindi modo di parlare di ben cinque corpi di legge ed aveva imparato che il concetto di giusto era molto variegato, molto sfumato e che lo stesso cambiava a seconda dell’Autorità costituita, con l’invariabile pretesa, da parte di chi comandava, che le leggi applicate fossero le sole, le indiscutibili, quelle giuste per la popolazione e nell’interesse della stessa popolazione.

Si soffermava su come suo padre narrasse che sotto l’Austria valesse il principio del sostentamento: le tasse non potevano colpire il minimo indispensabile vitale; sia per carestie che per problemi analoghi e in tal caso l’Impero si rivolgeva dove, momentaneamente, non c’era carestia. Il principio era saggio e giusto. A partire dal 1866, invece, l’Italia si comportò molto peggio e applicava quello che Gigio chiamava il principio della contribuzione: crisi o no, ogni regione come il Veneto doveva contribuire al mantenimento del governo centrale. Ci sono stati episodi in cui i contadini avevano abbondanza di grano ma se lo vedevano confiscare quasi tutto, rimanendo alla fame. S’iniziò nel Veneto una emigrazione spaventosa dapprima verso l’Europa, poi verso le Americhe e l’Australia. Anche questo principio, dal punto di vista Savoia, poteva essere considerato giusto.

Durante il fascismo la legislazione in sé, a detta di Gigio, non era male solo che il centralismo era troppo accentuato e c’era a Roma poca rappresentanza veneta. Poi, la seconda guerra, vista dalla popolazione come non necessaria a differenza della prima, finì col rovinare nei veneziani quel poco di buono che ricordavano del fascismo.

Per quanto riguarda la Repubblica di Salò, fatta da Hitler tra paure e pregiudizi, durò troppo poco per poter dire qualcosa. Comunque, a Venezia c’era molta fame e poca voglia di parlare di leggi.

Poi, la Repubblica Italiana.

Gigio: “Chi che dìxe de vołér mètar łège giùste, òdia la zénte. No xe possìbile métarle prìma, bisògna métarle dòpo, vardàndo còme che va le ròbe. No exìste la giustìssia de par sé. Chi che comànda el ga da éssar giùsto lù e man a man che càpita i fàti el ga da ciapàr i provediménti. Pol dàrsi che a Pałèrmo sìa giùsta ‘na lège contrària de Vicénsa…Na lège fàta prìma no pól éssar pròpio giùsta, ła xe sémpre ‘na càtivèria: i càxi de ła vìta i xe màssa par savérli prìma. Venèssia gà da vér łe so lège fàte de man in man, in stésso Pàdova e vìa discoréndo… Dòpo, se i dìxe che no se pól fàr, vol dir che i intarèssi de chi che comànda no i xe quéłi stéssi de ła zénte.” [Chi dice di voler mettere leggi giuste, odia la gente. Non è possibile metterle prima, bisogna metterle dopo, guardando come vanno le cose. Non esiste la giustizia in sè. Chi comanda dev’essere giusto, lui stesso e mano a mano che succedono le cose deve prendere i provvedimenti. Può darsi che a Palermo sia giusta una legge contraria di (quella applicata a) Vicenza… Una legge fatta prima non può essere veramente giusta, è sempre una cattiveria: i casi della vita sono troppi per saperli prima. Venezia deve avere le sue leggi fatte di volta in volta, lo stesso per Padova e così via… Dopo, se dicono che questo non si può fare, vuol dire che gli interessi di chi comanda non sono quelli stessi della gente.]

Gigio: “Par dirla qua, ła democrassìa xe ‘ndove che rivarèmo fra domìłe àni se bàsta ma còme se fa a vołér métar a Venéssia łe łège che se méte a Róma… e infàti, no funsióna gnènte e no i vol capìr o no i capìsse… parché, da séno, quéło che comànda a Róma el vól comandàr anca qua a Venèssia… ma sicóme nol pól dìrla ciàra…” [Per dirla qua, la democrazia è dove arriveremo fra duemila anni se non di più ma come si fa a voler mettere a Venezia le leggi che si mettono a Roma… e infatti non funziona niente e non volgliono capire o non capiscono… perché, in verità, quello che comanda a Roma vuole comandare anche qua a Venezia… ma siccome non può dirlo chiaramente…]

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