Felicità [321]

felicità“El gèra cussì contènto, che el se ga mésso a piànzar…” [Era così felice, che si è messo a piangere]. Quante volte abbiamo sentito una frase di questo genere? E quante volte lo abbiamo constatato di persona?

Siamo ad una manifestazione sportiva: c’è l’assegnazione della coppa o di quel che volete, dove quello che ha perso piange ma potrebbe anche andar bene, tuttavia che pianga anche il vincitore è un poco meno comprensibile.

Partiamo da quello che perde, forse più facile da spiegare. Vediamo le ragioni del suo pianto, senza pretendere di elencarle tutte:

  • Di più, onestamente, non mi potevo preparare. Ci ho messo tutto il mio impegno: l’altro meritava ed è giusto che abbia vinto. Piango perché credevo di essere il migliore. Ero un illuso.
  • Di più, onestamente, non mi potevo preparare. Ci ho messo tutto il mio impegno: l’altro non meritava e non è giusto che abbia vinto. L’arbitraggio è stato scandaloso. Piango perché ho una rabbia che spaccherei tutto.
  • Onestamente, mi potevo preparare di più. Ho voluto prendere la competizione sotto gamba e mi sta bene. Piango perché la gara mi è solo servita di lezione per la prossima volta e niente di più. Peccato. Sotto sotto, con un maggior impegno, mi attenderà sicuramente qualcosa di migliore.

Ora, vediamo il vincitore che, secondo me, piange per un motivo solo: ha vinto la coppa e di più non può fare; lo aspetta qualcosa di uguale o peggiore. Il sacrificio è stato grande, la felicità è durata un attimo, è già finita, d’ora in poi gli istanti di felicità forse non ci saranno più… insomma, la felicità è durata un istante.

Come vedete, il confine tra i sentimenti, quando sono esasperati, è molto labile. La felicità non sempre si distingue bene dal dolore e in certe situazioni la felicità e il dolore durano solo un istante. Solo con l’esperienza ci si prepara alla distinzione.

Con gli anni, si teme più il dolore che la felicità e, per evitarne la frammistione, la mescolanza, si tende ad evitare le situazioni dove potrebbero comparire improvvisamente entrambi.

Próva a domandàrte se ti xe fełìce: se ti gèri, ła te pàssa in bòto…” [Prova a chiederti se sei felice: se lo eri, ti passa di colpo] La felicità è solo vivibile e a ragionarci sopra la si perde… (ripreso da John Stuart Mill, filosofo ed economista inglese, 1806 – 1873, Autobiografia, V)

L’òmo fełìce xe cóme l’òmo sàn: nissùn dei dó sa de éssarlo…” [L’uomo felice è come l’uomo sano: nessuno dei due sa di esserlo].

E Margherita Yourcenar (scrittrice belga, 1903 – 1987) nel suo Memorie di Adriano, dice: “Ogni felicità è un capolavoro: la più piccola sciocchezza rompe il suo meraviglioso equilibrio.”

“Se procuri l’infelicità altrui, non per questo diventerai felice.” (Seneca, filosofo latino, 4 a.C. – 65 d.C., Lettere a Lucilio, 94,67)

“Vuoi essere felice? Impara prima a soffrire.” (Turgenev, scrittore russo, 1818 – 1883)

I poaréti i vìve infelìci parché cósta mànco.” [I poveri vivono infelici perché costa meno].

Par éssar infełìce, bàsta che ti ghe crédi.” [Per essere infelice, basta che tu ci creda].

Se ti xe sémpre zó, no sta ‘vér contentésse: te vignarìa da piànzar.” [Se sei sempre demoralizzato, non avere contentezze: ti verrebbe da piangere]

L’infèrno el exìste de sicùro, nel cuòr del małincònico.” [L’inferno esiste di sicuro, nel cuore del malinconico.]

Di uno sempre insoddisfatto, si dice:

Col xe a Venèssia el vorìa éssar in campàgna e col xe in campàgna el vorìa éssar a Venèssia. Bisognarìa che’l fùsse cóme Sant’Antònio e fùrsi gnànca…” [Quand’è a Venezia vorrebbe essere in campagna e quando è in campagna vorrebbe essere a Venezia. Dovrebbe essere come Sant’Antonio e forse nemmeno…] Sant’Antonio, col dono dell’ubiquità, poteva essere contemporaneamente in più posti.

Viene in mente la malattia della ‘Beat Generation’ e lo scrittore Jack Kerouac, col suo romanzo ‘Sulla strada’ (1957), considerato uno dei migliori cento romanzi del XX° secolo:

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non saremo arrivati.»

«Dove andiamo?»

«Non lo so, ma dobbiamo andare.»

(Jack Kerouac, Sulla strada, p. 17): Quand’erano a Los Angeles, i protagonisti avevano nostalgia di New York e viceversa.

El Padretèrno el gavéva do sachèti, uno co déntro ‘na polvaréta par i sémpre conténti e uno co déntro ‘na polvaréta par i mài conténti. El ghe ne ga dà a tùti ‘na présa a càso, o da un sachéto o da cheàltro. Sóło che’l sachéto par i sémpre conténti el gèra picenìn, el te stàva còmodo in scarsèła e quélo par i mai conténti el gèra gràndo, gràndo… còme tùta Venèssia e ànca de più…” [Il Padreterno aveva due sacchetti, uno con dentro una polverina per i sempre contenti e uno con dentro una polverina per i mai contenti. Ne ha dato a tutti un pizzico a caso, o da un sacchetto o dall’altro. Solo che il sacchetto per i sempre contenti era piccolo, ti stava comodo in tasca e quello per i mai contenti era grande, grande… come tutta Venezia ed anche di più…]

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