Passaporto [322]

passaportoParleremo di due architetti, entrambi classe 1910, entrambi veneziani, entrambi laureati a Venezia ed entrambi commilitoni in Africa, ad El Alamein.

Uno si chiamava Alvise Palladio, esattamente come il grande Palladio, che tuttavia di nome faceva Andrea. Anzi, a suo dire, aveva fatto architettura a causa del suo cognome. Come dicevano i latini, ‘nomen omen’: nel nome, il presagio. In effetti, ognuno di noi ha probabilmente conosciuto qualcuno che faceva sospettare che avesse potuto scegliere la professione pensando al proprio cognome profetico. Basti citare il dottor Cesare Malattia, medico condotto in quel di Spilimbergo. Suo figlio, Bruno, mio amico, fece invece l’avvocato perché rifiutava il nomen omen. O, per concludere con gli esempi, il luminare dottor Ossetti, primario ortopedico e traumatologo all’ospedale di Treviso. Di esempi, se ne potrebbero citare a decine. Sicuramente, ne conosce anche il nostro lettore.

Riprendendo il nostro discorso, l’altro architetto veneziano, militare ad El Alamein, si chiamava di nome Alvise anche lui ma il suo cognome era un comunissimo Vianello.

Prima del servizio militare, c’era una enorme differenza tra i due. Alvise Palladio sembrava un predestinato, dotato di una vena artistica favolosa, riusciva e si faceva apprezzare in qualunque cosa facesse. Alvise Vianello invece era una persona qualsiasi che anche all’Università non faceva fuoco e fiamme: aveva scelto architettura perché un giorno, finito il liceo classico, stava meditando su quale facoltà scegliere quando entrò in casa uno zio materno, architetto, persona simpatica, con dei rotoli in mano contenenti schizzi, disegni a china e piante di edifici. Fu un lampo: gli sembrava che l’entrata del simpatico zio, quando stava riflettendo su quale facoltà scegliere, fosse un segno del destino.

Timoroso di poter cambiare idea, pensando che cosa fatta, capo ha, disse:

Ti sà, zìo, go decìso queł’àltro giórno de fàr ànca mi l’architéto…cóme ti…” [Sai, zio, ho deciso l’altro giorno di fare anch’io l’architetto… come te…].

E così fece, senza più cambiare idea ma… non fu una buona scelta. Portatissimo per la matematica, non era abile nel disegno, che è forse la dote essenziale per un architetto.

Durante le fredde notti nel deserto nord – africano, Alvise Palladio cercava di catechizzare Alvise Vianello con discorsi affascinanti, ma Vianello, più che apprezzare i discorsi dell’amico, quasi per ripicca, voleva trovare non si sa bene quale strada tutta sua, diversa da chiunque altro, sperando in un futuro nebuloso e non ben precisato: comunque, era affranto perché tutta la sua famiglia era stata fucilata dai tedeschi per aver aiutato degli ebrei di San Baségio. Alvise Vianello era rimasto solo e, dopo la fucilazione dei suoi, mal sopportava di combattere accanto alle truppe di Rommel. I genitori del Palladio erano pure morti da tempo ed egli era figlio unico: all’eventuale rientro a Venezia lo aspettava una cospicua eredità.

Fatti prigionieri dagli inglesi nel 1942 e portati in India, riuscirono a fuggire dopo due anni non si bene come, e furono rimpatriati, non si sa bene come, con un aereo della Croce Rossa svizzera che li portò a Treviso il 6 aprile 1944. Presero alloggio in un appartamento ma, il giorno dopo, il 7 aprile, ci fu il grande bombardamento alleato che distrusse quasi completamente Treviso.

Alvise Palladio fu dilaniato e il suo corpo non fu mai identificato mentre Alvise Vianello, sfigurato dall’esplosione ed irriconoscibile, si salvò ma rimase in coma per lungo tempo. I pompieri avevano trovato, come unico documento, brandelli di un passaporto. Le autorità, finita la guerra, fecero un documento nuovo, ricavato dai frammenti, col nome Alvise Palladio. Alvise Vianello subì una mezza dozzina di interventi alla testa, di chirurgia plastica e maxillo-facciale: mandibola, arcata palatale, zigomi e così via.

Alvise Vianello fece presente che non si chiamava Palladio e che aveva abitato in Calle X, ora occupata da profughi istriani che nulla sapevano. Le autorità pensavano che le strane affermazioni fossero dovute ai postumi dell’esplosione nel bombardamento. Comunque, come Alvise Palladio, c’era a disposizione una grossissima eredità che altrimenti sarebbe andata allo Stato.

Così, Alvise Vianello, facendo di necessità virtù, scomparve e ricomparve simultaneamente come Alvise Palladio, con tanto di documenti e soprattutto erede di beni sostanziosi.

Il nuovo Alvise cambiò così cognome: il volto era cambiato dal bombardamento e, dopo gli interventi al viso, nessuno lo poteva riconoscere ed associare al primo o al secondo dei due Alvise.

Ora era lui che si chiamava Palladio, nomen omen… permanendo la sua debole attitudine al disegno, convinto tuttavia dal cognome prestigiosissimo, si orientò verso costruzioni di enorme complessità, dove poteva far valere le sue indubbie capacità matematiche, ottenendo un successo enorme.

 Applicava le regole in modo ferreo, come ad esempio la sezione aurea, senza eccezione alcuna, in omaggio al suo nuovo cognome: poteva forse, un Palladio, essere un architetto mezza cartuccia? Sicuramente, no… c’era una corrispondenza assoluta, biunivoca, tra le sue opere ed i manuali di Architettura e questa era una cosa apprezzatissima dai docenti della facoltà: lui non faceva alcuna concessione alla propria fantasia, anche perché non era tra le sue doti…

A causa del volto deturpato, non riuscì mai a sposarsi ma sosteneva di essere lui a non volerlo fare… una debolezza che gli possiamo anche perdonare…

Ogni mese andava a San Michele, al Cimitero di Venezia, per portare dei fiori sulla tomba di Alvise Vianello, cioè la sua, che conteneva qualche povero resto del suo sfortunato amico, Alvise Palladio. Ovvero, un nome diverso ha creato attitudini diverse… Requiescat in pace. Amen. [Che riposi in pace. Amen].

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