Ambiguità [327]

ambiguoLa nostra società occidentale contemporanea non lascia, alla maggioranza, eccessive libertà individuali: purtroppo, per essere abbastanza liberi, al giorno d’oggi bisogna avere molti, molti quattrini. Siccome questa non è la realtà della stragrande maggioranza delle persone, la nostra società moderna si è evoluta prevalentemente in un modo particolare, non troppo sincero.

Ognuno di noi sogna cose inconfessabili: inconfessabili non perché siano delinquenziali ma perché farebbero ridere a crepapelle i nostri conoscenti.

Ad esempio, sognare una villa meravigliosa con un reddito meraviglioso con un coniuge che ci ama, con figli gentili, cortesi ed ubbidienti… non sarebbe un sogno inconfessabile, perché nel sogno in sé non ci sarebbe niente di male, è inconfessabile tuttavia per evitare di cadere nel ridicolo.

Ci sono persone che nel sonno vedono un veicolo per evadere dalla realtà e per sognare questo tipo di sogni.

Al risveglio, ci attende la dura realtà alla quale molti di noi, con le debite eccezioni, fingono di adeguarsi.

Ecco allora il nostro sognatore al lavoro: apparentemente adattato per ragioni di stipendio, nella realtà collabora in azienda in modo sottomesso ma astioso allo stesso tempo.

Si potrebbe fare un film: “Astio e sottomissione. Con Henry Fonda…”

Il datore di lavoro non deve sempre pensare che questo astio sia rivolto verso l’azienda o verso di lui: è una forma di equilibrio del dipendente, un doppio legame, una gabbia dove il dipendente non vorrebbe rimanere ma tuttavia una gabbia nella quale egli deve rimanere. Dovremmo lasciargli il diritto di sfogarsi, magari allestendo una stanza-palestra con dei punching – balls (palloni ancorati da pugilatore), magari con una faccia antipatica disegnata sopra: così potrebbe scaricare delle energie negative represse.

I genovesi per secoli hanno adottato una tecnica similare. Un marinaio, quando firmava un accordo di imbarco, lo poteva fare col mugugno o senza mugugno.

  • Se si imbarcava senza mugugno, doveva obbedire e non poteva lagnarsi assolutamente, né parlottare tra sé. In cambio, aveva un compenso più alto. Di solito, quelli che accettavano questo accordo erano marinai con famiglia che dovevano guadagnare il più possibile.
  • Se invece si imbarcava col mugugno, doveva pur sempre obbedire (non poteva assolutamente fare di testa sua) ma poteva lamentarsi e brontolare: poteva mugugnare, anche se inutilmente. La paga era più bassa. Incredibilmente, gli imbarcati col mugugno non erano pochi.

Le storie e gli aneddoti sono infiniti. Il mugugno poi non era solo circostanziato o motivato. Poteva essere fine a sé stesso e allora si spiega con la gabbia di cui parlavamo prima.

Consiste, ad esempio, nel dire che fa eccessivamente caldo e che il cuoco dovrebbe servire dei cibi freschi, insalate eccetera. Subito dopo, se fa fresco, si può dire che il cuoco dovrebbe aumentare la razione di vino. “Piove, governo ladro…” è una frase spesso citata come prototipo del mugugno.

Il capitano a Genova non imbarcava un numero eccessivo di brontoloni mugugnatori, anche se avrebbe risparmiato non poco.

Allo stesso modo a Venezia, sino al 1900, nelle navi veniva esposto il cartello ‘No se imbàrca cùchi’ dove i cùchi sono gli schiavoni (s’ciavóni), marinai della costa slava, cioè della Dalmazia, Bosnia, Albania. Tali marinai erano considerati particolarmente brontoloni, villani, disonesti, aggressivi e sfaccendati. Molte volte non si guadagnavano nemmeno il pane, per cui a Venezia il detto ‘No se imbàrca cùchi’ è rimasto e successivamente passato a significare ‘non mi faccio gabbare da te, qui c’è posto soltanto per gente seria’.

“I dipendenti e i camerieri, sono simili ai re: tutti costoro sono ambigui” (Voltaire, scrittore e filosofo francese, 1694 – 1778, Le Sottisier)

“La persona ambigua, alla fine, rischia di non sapere più quale sia la sua vera personalità: ha così imbrogliato sé stesso.” (N. Hawthorne, scrittore statunitense, 1804 – 1864, The Scarlet Letter, 20)

“Ognuno di noi dissimula qualcosa che, se ostentata in pubblico, susciterebbe riprovazione.” (Johann Wolfgang Goethe, scrittore tedesco, 1749 – 1832, Massime e riflessioni, 97)

“Negli uomini non si teme l’ambiguità, che li rende schiavi; si teme la schiettezza, che li rende padroni.” (D. de Saavedra Fajardo, scrittore spagnolo, 1584 – 1648)

“Se detestiamo una persona ipocrita (ambigua) lo siamo anche noi. Non ci danno fastidio i difetti che noi non abbiamo.” (Miguel de Unamuno, scrittore spagnolo, 1864 – 1936).

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