Spendaccioni [328]

denaroSi può pensare che la gente spendacciona sia la gente facoltosa e invece i più spendaccioni sono solitamente i meno facoltosi.

Chiaramente, se non sei facoltoso non puoi comperarti l’ultimo modello di Ferrari ma, in proporzione ai mezzi disponibili, chi non ha molti soldi spesso spende di più. Se non hai quattrini, alla Ferrari nemmeno ci pensi ma puoi illuderti o quanto meno alleviare la tua frustrazione spendendo piccole cifre disponibili, illudendoti così di essere qualcuno.

Veramente non stiamo dicendo che tra l’essere e l’avere sia meglio l’avere ma quante sono le persone che oggi ti stimano perché non t’interessa l’avere e preferisci altro? Primamente ti dicono che forse stai facendo come la volpe con l’uva: visto che non la puoi raggiungere…

Inoltre, se a prezzo di mille sacrifici riesci a mettere da parte mille euro, ne vale la pena o tanto vale usare i mille euro per addolcire un poco i patemi della vita quotidiana? Sembra che chi potrebbe risparmiare molto poco a prezzo di grandi fatiche preferisca rinunciare al risparmio.

Un poco alla volta, lo spendere, anche poco, diventa una malattia: c’è gente che, se ogni giorno non compra qualcosa, non si sente viva. Forse non è che spendano perché pensano che non valga la pena di risparmiare: forse sono di natura spendereccia e queste allora sarebbero tutte considerazioni inutili.

Bisogna dire tuttavia che c’è gente piuttosto modesta che compera vestiti costosissimi quando potrebbe spendere la metà, magari per vestiti non firmati. In questo caso però la ‘griffe’, il marchio, servono per dare una patina e a far sì che magari per un attimo il nostro spendaccione si senta gratificato…

Le maschere goldoniane sono tutte imperniate su ricchi che possono spendere e magari non lo fanno e poveri che spendono anche se non potrebbero, per darsi un tono o per i motivi che abbiamo appena illustrato.

Un Arlecchino spendaccione può dire: “Spéndi e spàndi e i pensièri  métiłi sóto el cussìn…” [Spendi e scialacqua e i pensieri lasciali sotto il cuscino].

Al che, un signor Balanzone potrebbe rispondere: “El témpo e la razón xe sémpre del parón” [Il tempo e la ragione sono sempre del padrone]

Al che, Arlecchino potrebbe controbattere: “No ghe xe più poaréto de l’avàro: ària ai bèssi…” [Non esiste più povero di un avaro: che si dia aria ai soldi!]

E può aggiungere: “Ràgno e mósca, parón e servidór…” [Ragno e mosca, padrone e servitore]

“Par spéndar… i pitòchi co i pól, i sióri co i vól…” [Per spendere… i poveracci quando possono, i ricchi quando vogliono…]

E Balanzone replica: “Mègio un siór viłàn che un pitóco de sèsto.” [Meglio un ricco villano che un poveraccio educato].

Arlecchino protesta la sua indipendenza: “Servidór de do paróni, mài de ùno” [Servitore di due padroni, mai di uno] Questo al fine di arrabattarsi e destreggiarsi il più possibile, perché non puoi avere un padrone solo, in quanto “El pàn de un parón el ga tre cróste” [Il pane di un padrone ha tre croste]. E aggiunge che “El magnàr dei poaréti el xe in bisàca dei sióri” [Il mangiare dei poveri è in tasca dei ricchi].

Poi: “Spéndi in bòto quéle dó palànche, che misèria fa misèria…” [Spendi subito quelle due palanche (che ti ritrovi), ché miseria fa miseria].

I poveri non sono felici nemmeno sentimentalmente: “Co ła fàme ła vién drénto par la pòrta, ‘càro el me bén’ el va fóra pa’l balcón…” [Quando la fame entra per la porta, l’amore esce per il balcone].

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