Cannaregio [334]

Muro
Uno dei muri del racconto con la pavimentazione in pietra d’Istria.

Revisione 16 mar 2019 Una stretta calle di Cannaregio, a Venezia, vuota, tra due muri di mattoni e per terra la pietra d’Istria, a grandi rettangoli, comune in tutta la città. Una delle pareti di mattoni alta sette metri circa, è la recinzione di un convento e non ha alcuna apertura: è un muro desolatamente vuoto in tutta la sua lunghezza, di circa trecento metri.

L’altra parete di mattoni, della stessa lunghezza, distante due metri dalla prima, è molto più alta ed anche questa non ha aperture: è la parete posteriore di alcuni edifici enormi popolari ed è alta una dozzina di metri.

Ogni volta che ci passo mi sembra un sogno sinistro: nel silenzio, ogni mio passo rimbomba tre o quattro volte, come un’eco triste, senza speranza. Un luogo del genere sembra non appartenere a un mondo reale, sembra un’opera di uno spirito arcigno e lontano. Questo essere ha preparato un incubo ad occhi aperti e l’unico sollievo è che ogni tanto si può dare un’occhiata ad un cielo lontano, azzurro e senza nuvole.

Ad un certo punto, mi fermo: non sopporto più l’eco dei miei passi, mi crea un’angoscia inspiegabile e così posso anche ascoltare se per caso ci siano altri rumori: niente, neanche il verso di una rondine.

Al pensiero di rimettermi a camminare e di sentire l’eco sinistra dei miei passi, mi assale un brivido e mi metto a correre, sperando che il rimbombo dei passi che salgono su, su per i due muri, possa cambiare. Non ascolto più e penso solo a correre sino alla fine delle due pareti, che terminano in una calle normale, dove si trova una immagine di Sant’Antonio con dei fiori recisi, posti in un vaso metallico da una mano religiosa. La calle ha il nome del Santo e il Santo ti attende, forse per dirti che l’incubo è finito.

Siamo vicinissimi a Rìo Terà Bàrba Frutariòl, a Santi Apostoli, Cannaregio.

(Rio terà = rio interrato completamente, in modo da diventare una salizàda, strada selciata).

Barbahdr
Il sottoportico della Calle Sant’Antonio col Rio dei Santi Apostoli, a Cannaregio.

A metà della Calle Sant’Antonio si apre un porticato che dà su di una scalinata di due ampi gradini, la quale, a sua volta, si apre sul Rio dei Santi Apostoli, dove lo stesso prosegue col Rio dei Gesuiti.

Di fianco al sottoportico, esiste un edificio del ‘500 sempre in mattoni, enorme, di quattro piani.

Apro la colossale porta dell’edificio e mi trovo in un androne buio, altissimo ed amplissimo, che ha internamente un’altra enorme porta, atta al passaggio delle imbarcazioni e che dà direttamente sul rio. Le imbarcazioni si possono alare sul rio per la porta interna, in modo tale che l’androne in realtà è uno squero per riparare ed ospitare le barche. E infatti, sistemate su cavalletti, ce ne sono due: una vecchia caorlina e un sandalo nuovo o quasi.

La caorlina è di un marrone brillante sino al livello del galleggiamento e, più  sotto, c’è la calafatura di pece nera.  L’odore della trementina veneziana (ottenuta dal larice del Cansiglio) permea tutto l’androne. La caorlina è dotata di un paio di remi nuovi di faggio e gli scalmi sono in durissimo legno di noce.

Il sandalo è blu scuro, brillante (dipinto con blu oltremare e mordente), ricoperto da sacchi di iuta per proteggerlo.

Sono le barche di mio zio, Giannino Rombolotto, uno dei rari maestri d’ascia dell’Arsenale: il suo lavoro principale, nel dopoguerra, era sovrintendere alla pavimentazione dei vaporetti e delle altre imbarcazioni comunali, pavimentazioni quasi tutte in legno di tek, durissimo ed impermeabile.

Salgo i quattro piani su dei gradini del ‘500, altissimi e scomodi. Alla fine, quando il fiato e le scale terminano assieme, entro per una porta in mogano, col leone alato scolpito, fatta da mio zio. Un profumo mi viene incontro e mi sorride: è il profumo molto appetitoso di qualche piatto, con aglio e cipolla.

Ciào, zìa, ciào zìo, bóna Pàsqua… e i me dó cugìni, dóve xéi… che profùmo… zìa, còssa gàstu fàto de bòn…” [e i miei due cugini, dove sono… che profumo… zia, cos’hai fatto di buono…]

“El cavaréto de Pàsqua…” [Il capretto di Pasqua]

I miei due zii e i loro due figli se ne sono andati per sempre, da questo mondo e da questo enorme fabbricato del 1500, posto vicino alla Calle del Convento, forse abitata solo da quello spirito arcigno: egli sarà ancora là, per far rabbrividire altri passanti… Venezia non ha fretta.

1 commento su “Cannaregio [334]”

  1. Affascinante e misteriosa descrizione della Calle S.Antonio.
    Lei cita un convento, racchiuso dalle mura alte sette metri, probabilmente sinistro anch’esso perché forse non esiste più.
    Sa dirmi il nome del convento?
    Grazie

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...