Stranieri in casa propria [339]

stranieroCi sono dei casi in cui le persone si sentono come se fossero degli stranieri nel loro paese. Di solito, questo dipende non da un problema mentale bensì da fatti concreti accaduti, fatti che hanno creato una frattura profonda nella vita di una persona.

Può essere successo che uno sia stato in guerra: ne ha viste talmente tante da aver cambiato profondamente il suo carattere. Un reduce, poi, si chiede sempre perché proprio lui sia uno dei pochi che sono sopravvissuti ad orrori inenarrabili. Mio padre era uno di questi: durante la prima guerra mondiale, a 17 anni, era sottotenente del genio telefonisti. In Friuli metteva i fili del telefono sugli alberi, per consentire ai comandanti di comunicare ed era esposto ai tiri dei cecchini austriaci: erano partiti in duecento e dopo Caporetto erano ritornati in tre. Ci si aspetterebbe che uno dovesse essere contento di essere sopravvissuto ma invece, e questo ogni giorno per anni e anni, mio padre si chiedeva perché proprio lui non fosse morto. Ma forse anche questa non era la verità vera.

Aveva un’aria lontana, non riusciva a prendere sul serio quasi niente: era come se fosse morto al fronte e, come Lazzaro, fosse risorto. Si era abituato a considerare superflui e vani tutti gli argomenti che la gente considera importanti per la vita. Mi raccontava di essersi ripreso, ma non del tutto, negli anni attorno al 1930: per 12 anni ha vissuto più di ricordi che altro, con sogni da incubo. Mi raccontava che stava giocando a carte con un altro sottotenente quando improvvisamente ha sentito un rumore, come di un fiasco che esplode: il suo compagno di carte era stato centrato alla testa da un cecchino austriaco e la testa stessa non c’era più.  Dopo un fatto del genere, non è facile riprendersi. Aveva conservato per anni il mazzo di carte insanguinato e per spiegare il fatto diceva: “Me so’ tignùo el màsso par àni… par rispèto del me amìgo…. e par pensàr…” [Mi sono tenuto il mazzo per anni… per ripetto del mio amico… e per pensare]. Forse, col mazzo presente, gli sembrava di esorcizzare la morte, chi lo sa…

Altri assenti sono coloro che improvvisamente si separano, che hanno perso il lavoro, che hanno subito una disgrazia in famiglia oppure che sono stati oggetto di rapina. Il trauma fa sì che il pensiero non riesca mai a liberarsi definitivamente e sembra che per questa persona i fatti normali non la riguardino più.

Anche chi ha vissuto a lungo in una casa ed è stato costretto a spostarsi può rimanere traumatizzato. Egli, ogni tanto, cercherà di rivedere la casa dove non abita più e troverà delle scuse per andarvi.  Se poi, addirittura, la vecchia casa è stata demolita, non si ha nemmeno il conforto di vederla e allora veramente ci si sente senza radici, avulsi da tutto e stranieri.

Lo stesso succede a chi per qualunque motivo deve stare all’estero per lungo tempo, come gli emigranti, che quando sono lontani hanno una nostalgia straziante, anche se magari cercano di nasconderla per pudore: in genere, non siamo cittadini del mondo ma attaccati alle radici e alle tradizioni della nostra terra.

Una mia cugina, emigrata con la famiglia in Argentina nel 1949, a sei anni di età, tornata in Italia, recitava la parte della donna emancipata: “El móndo l’è tùt compàgno: ‘Merica, Italia, no càmbia gnént…” [Il mondo è tutto uguale, America, Italia, non cambia niente]. Allora l’ho portata a San Polo di Piave, nella casa dov’era nata e dove aveva abitato sino a sei anni di età: per due minuti buoni ha assunto un atteggiamento corrucciato e non ha detto assolutamente niente, poi si è messa a piangere disperatamente per cinque minuti filati e, quando stavo per piangere anch’io, l’ho portata via, altrimenti forse potrebbe essere ancora là, a diperarsi.

In qualche modo, le sembrava di essere tetragona, impermeabile alla nostalgia: invece, l’aveva semplicemente nascosta anche a sé stessa ma forse la gente prende questi atteggiamenti involontariamente,  per non soffrire e per non piangere.

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