Santippe [351]

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Socrate prende la cicuta.

Socrate, filosofo,  nacque nel 469 a.C. circa ad Atene e vi morì nel 399 a.C., per una questione controversa che esporremo. Era di aspetto brutto ed aveva una mente eccelsa e pochi denari in tasca.

Solitamente, le donne preferiscono un bell’uomo, magari di modesta intelligenza. Sua moglie era una certa Santippe, a dire di Socrate e anche di altri ‘la donna più villana e linguacciuta che sia mai esistita e che mai potrà esistere’. Se si era rassegnata a sposare uno brutto come Socrate (e senza soldi) non doveva essere  una reginetta di bellezza. Inoltre, aveva sposato Socrate quando il filosofo aveva tra i 50 e i 55 anni. Ebbero comunque tre figli.

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Santippe versa una brocca d’acqua sul collo di Socrate.

Una volta Santippe, dopo ore di urla e brontolamenti, rovesciò una brocca d’acqua sulla testa del marito. Diogene Laerzio, che era presente, riporta la reazione composta di Socrate: “Non ti dicevo forse, o Diogene, che i tuoni di Santippe si sarebbero tramutati in pioggia?”. Socrate parlava ai suoi allievi, tra i quali Platone, parlava nell’Agorà alle riunioni democratiche di Atene, insomma, fuori casa. In casa non poteva parlare e diceva all’amico Antistene: “Sono stato fortunato a ritrovarmi con una moglie come Santippe. Senz’altro per farmi un piacere, appena apro bocca mi interrompe e sentenzia lei, così mi evita  la fatica di parlare”.

Famoso è il suo detto: “L’uomo colto sa una cosa sola: di non sapere.”

Venne accusato di appartenere ai sofisti,  considerati corruttori morali dei giovani. In realtà, era odiato dai politici per la sua rettitudine morale e perché criticava tutti severamente.

Fu giudicato nell’Agorà (spazio per le assemblee pubbliche) di Atene da 501 cittadini e fu condannato con uno scarto di trenta voti. La condanna consisteva nel bere un infuso di velenosissima cicuta (conium maculatum) o più probabilmente, dati i sintomi, un infuso di vari veleni, addolcito con miele e vino. Di solito i condannati, per evitare la morte, si autoesiliavano col tacito consenso dei giudici ma Socrate rifiutò, si dice per rispettare le leggi. In realtà, come abbiamo detto, i giudici si aspettavano che fuggisse ma Socrate non volle dare loro questa soddisfazione, di vederlo cioè transigere dai suoi ferrei principi morali. Diogene Laerzio riporta le parole di Socrate: “Non temo la morte, che nessuno sa se sia o meno un male ma temo l’esilio: quest’ultimo è un male sicuro.”

Altri dicono che abbia aggiunto: “Se dovessi andare in esilio, per una questione di rigore morale mi dovrei portare appresso anche Santippe: meglio allora morire in pace che continuare a vivere in guerra.”

Rimane un problema: non essendo un sofista, perché mai Socrate accettò una ingiusta condanna, senza appellarsi? Sorge il dubbio che, anche qui, c’entri Santippe. Infatti una volta, rivolto a Socrate, il filosofo Antistene ribadì: “Perché, Socrate… non istruisci a dovere Santippe e continui invece a startene con lei, una donna la più fastidiosa, credo, di quelle che sono, furono e saranno?”.

Pochi, pochissimi, anzi quasi nessuno ha avuto la sorte di sposare una donna tipo Santippe. La quasi totalità degli uomini, da me interrogati, si sono detti felicissimi di avere come moglie la donna a suo tempo prescelta. Forse non tutti saranno stati sinceri sino in fondo ma anche questo è comprensibilissimo.

Per chi è sposato, Buon Natale alla sua consorte e a lui, in via subordinata. Per chi non è sposato, Buon Natale e tanti auguri di sposarsi presto con una donna bella, gentile, fedele, affettuosa, rispettosa e magari (perché no?) anche danarosa, insomma l’esatto contrario di Santippe. E sogni d’oro.

Un suggerimento: prima del grande passo, esaminate accuratamente la signorina candidata al matrimonio sotto una luce fortissima, di quelle usate dalla Gestapo (Gehemeine Staatspolizei, Polizia segreta di Stato tedesca), per fare gli interrogatorî di terzo grado. E questo perché?

Parché al lùstro de candéła no se stìma né dòna né téła. [Perché alla luce della candela non si stima né donna né tela]. Ma dato che la tela è menzionata, con ogni probabilità, solo perché fa rima con candela, ne consegue che, secondo la saggezza popolare, l’unica a dover essere esaminata con una lampada a diecimila candele è il pericolo numero uno: ovverossia la donna.

E il risultato dell’esame, deve restare segreto? Certo che sì, anche perché…

El segréto de le fémene no lo sa nessùn,
fòra che vu, mi e tùta la comùn.

[Il segreto delle donne non lo sa nessuno, tranne che voi, io e tutta la comunità.]

Ma Socrate non poteva scegliersi una donna bella? Questione ampiamente dibattuta… potremmo citare decine di proverbi che sconsigliano di sposare una bellezza. Valga uno per tutti, il più lapidario:

“Co łe bełe, no pól fàr che te créssa i còrni.” [Con le belle, è probabile che ti crescano le corna].

E allora meglio una brutta? Non si direbbe, perché è parimenti vero che “Fùmo e dòna brùta i fa scampàr el òmo de càsa.” [Fumo e donna brutta fanno scappare l’uomo da casa].

Sembra quindi che la soluzione non sia ancora stata definitivamente trovata perché, bella o brutta, la donna si ammala:

“‘Na dòna va sogèta sólche a trè małatìe a l’àno e ògni małatìa ła dùra quàtro méxi…” [Una donna va soggetta solo a tre malattie all’anno e ogni malattia dura quattro mesi].

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