Luigi Scarpa [355]

LuigiScarpaLuigi Scarpa non aveva studiato. Tutto quello che sapeva, lo aveva imparato per tradizione orale (trasmissione mediante la voce) dagli altri veneziani, più anziani di lui.     

Suo padre era un negoziante di frutta e verdura e diceva sempre: “Gìgio, no ti gà fàto łe scuòłe ma mi che so to pàre go pensà par tì e co’ móro te làsso el me banchéto de frùta e verdùra, co tànto de łicénsa, cussì ti podarà vìvar bén…”. [Gigio, non hai fatto le scuole ma io che sono tuo padre ho pensato per te e quando morirò ti lascerò il mio banchetto di frutta e verdura, con tanto di licenza, così potrai vivere bene…]

Quando suo padre passó a miglior vita, Gigio ereditò il banchetto con la licenza ed un poco di denaro in banca. Purtroppo, non era abbastanza smaliziato eppoi, non essendo andato a scuola, non sapeva fare nemmeno un’addizione: contava su per le dita. Gli avventori che compravano da lui, siccome non si sbrigava a fare il conto, glielo facevano loro, immaginatevi quanto correttamente… Quando c’erano 50 lire da pagare, dicevano: “Gìgio, i xe trentassìnque frànchi… se ti vól far el cónto ti, bisogna che ti te móvi…“ [Gigio, son trentacinque lire, se vuoi fare il conto tu, dovresti sbrigarti]

Gigio si fidava del conto fatto dal cliente e quindi gli affari andavano molto, molto male. Dato che la posizione del banchetto era buonissima, in una grossa sałizàda [la calle principale della parrocchia, selciata, cioè lastricata in pietra d’Istria], il fratello del suo defunto padre consigliò il nipote di vendere al più presto il banchetto e la licenza. “Gìgio, no ti xe fàto pal mistièr, véndi tùto sùbito, prìma de pérdar ca’l póco che rèsta, ti ciàpi un frànco, zónteghe quèi che ti gà in bànca e ti tìri vànti, fasséndo quàlche sparàgno, un bel póchi de àni…” [Gigio, non sei fatto per il mestiere, vendi tutto subito, prima di perdere quel po’ che rimane, ricaveresti una bella sommetta, aggiungi quelli che hai in banca: tireresti avanti, facendo un poca di economia, un bel numero di anni].

Gigio decise di ascoltare lo zio e di mettersi immediatamente a non scialacquare. Fu molto dura.

Quando una bella donna gli sorrideva era felice perché un sorriso è una promessa futura ma come pensare a promesse future e al relativo matrimonio? Doveva risparmiare. Con questa idea fissa del risparmio invecchiò anzi tempo, rapidamente, anche  se in compenso diventò un filosofo della vita non agiata e bruciata male. Ad esempio, dato che era diventato in pochi anni duro d’orecchi, raccontava agli amici che lo faceva per non sentire più gli uccelli che cantavano e che gli ricordavano un mondo passato, al quale egli, entro breve, non sarebbe più appartenuto.

Una volta ebbe l’incarico da sua sorella di accudire al nipotino piccolo, peraltro vivacissimo. Per farlo stare tranquillo, gli disse: “Se no ti me fa combàtar, doménega te pòrto in Piàssa, davànti al Cafè Quàdri, cussì vardémo insiéme i sióri che màgna el gełàto…” [Se non mi fai inquietare, domenica ti porto in Piazza San Marco, davanti al Caffè Quadri, così guarderemo assieme i signori che mangiano il gelato].

Era talmente abituato al risparmio, a lesinare sul centesimo che, quando andava in chiesa per la comunione, diceva al parroco: “Reveréndo, el me dàga sol che mèza partìcoła, cussì sparagnémo calcòssa…” [Reverendo, mi dia solamente mezza particola, così risparmieremo qualcosa].

Non solo la sordità s’appropinquava: cominciava ad ingobbirsi sempre di più. Ad una fisioterapista che gli disse: “Cerchi di camminare con la schiena eretta…”, rispose: “E brava, ła nòstra furbìssia in persóna: vàrda che mi camìno cussì par no vardàr ‘vànti, vèrso el futùro, che ormài no vedarò più: mègio vardàr par tèra e pensàr a łe bèłe ròbe de quàndo che mi gèra tóso… da séno, fra un fià, no podaró più pensàr gnànca a quéłe…” [E brava, la nostra furbizia in persona: guarda che io cammino così per non guardare avanti, verso il futuro, che ormai non vedrò più: meglio guardare per terra e pensare alle belle cose di quando ero ragazzo… in effetti, fra un poco, non potrò più pensare nemmeno a quelle].

Finalmente, una vecchia megera piena di soldi lo convinse a sposarla. Non voleva morire zitella e Gigio non era poi un brutto uomo. Gigio, in un impeto di lucidità, pretese in presenza di un notaro che si dichiarasse, nero su bianco, che ciò che era di Gigio sarebbe rimasto sempre e soltanto di Gigio. Amen.

Dopo il matrimonio, la megera prese il sopravvento e prese l’abitudine di comandare dispoticamente, nel modo più assoluto. Gigio era letteralmente succube della moglie.

Un giorno, ammalato gravissimo e senza speranza, disse alla consorte: “Càra, pòsso morir, ti me consénti, sémpre che mi no te dàga distùrbo…” [Cara, posso morire, me lo consenti, sempre che io non ti dia disturbo…]

E la megera, dopo aver riflettuto per qualche istante: “Va ben, par ‘sta vòlta… ma co’ tùte ‘ste libertà… no vorìa che ti gh’in  faséssi ‘n’usànsa…” [Va bene, per questa volta… ma con tutte queste libertà… non vorrei che tu ne facessi un’abitudine…]

Le male lingue dicono che Luigi Scarpa avesse contagiato la megera con la sua mania del risparmio, sino all’avarizia più sordida, più invereconda. Dicono infatti che Luigi Scarpa venisse sepolto a San Michele con la testa fuori, in bella vista, per risparmiare i soldi della fotografia sulla lapide.

Concludiamo con un adagio: non si può credere a tutto, nella vita.

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