Essere o Avere [374]

rodin
Il pensatore di Rodin.

Gli uomini che non hanno ricevuto un’educazione decente o che successivamente, nella vita, non hanno saputo darsela, sentono il bisogno di affermarsi e di emergere con il verbo ‘avere’. Sanno che il loro ‘essere’ è limitato, non stanno bene con sé stessi (per questa ragione) e pertanto hanno un bisogno assoluto di stare con gli altri.   

Abbiamo quindi da un lato quelli che pensano al proprio ‘essere’, che si auto apprezzano e che stanno bene con loro stessi: non si annoiano mai.

Dall’altro lato, quelli che non hanno una grande opinione di sé, che trovano noiosissimo stare col proprio ‘essere’, ovvero stare da soli, e che si salvano confrontando il proprio ‘avere’ con gli altri. Molte volte non se ne rendono corto e osservano sbalorditi coloro che preferiscono l’isolamento e questi ultimi lo fanno non tanto per misantropia: lo fanno perché hanno tante cose da dire a sé stessi.

Questi, che non stanno bene da soli, non potendo confrontare profittevolmente il proprio ‘essere’ con quello degli altri, gareggiano mettendo a confronto il rispettivo ‘avere’. Escludono con dispiacere quelli che preferiscono ‘essere’ e si trovano, istintivamente, con quelli disposti a misurarsi sull’avere.

Mentre un colloquio tra due persone che apprezzano il proprio ‘essere’ è un armonico e costruttivo dialogo, basato su scambi di intuizioni e di opinioni, senza rivalità, da cui si esce avvalorando ciascuno la propria personalità perché i colloquianti sono a priori soddisfatti di loro stessi, un colloquio basato sul confronto dell’avere’ si rivela frustrante, stucchevole ed inevitabilmente con un vincitore e con un vinto, o per ragioni dialettiche o per questioni di censo, possibilità, patrimonio. Penosa discussione, quella basata sull’avere e caratterizzata da limiti assoluti, discussione che genera inevitabilmente invidia nello sconfitto e un senso di inutilità superficiale nel vincitore. Limiti assoluti dicevamo, perché parlando dell’avere si parla inevitabilmente di oggetti, estranei al sé.

Il sogno di chi ha sarebbe di incorporare i suoi averi nel suo essere (vedi ‘La roba’ di Giovanni Verga, 1883, col personaggio del contadino Mazzarò che, in procinto di morire, non vorrebbe lasciare la sua roba su questa terra).

 Limiti che sono insomma dei surrogati per compensare un ‘essere’ debolmente rappresentativo.

Diceva il lattaio filosofo Mario Vianello di Campiello della Pescaria, Bragora, Castello, Venezia:

Caro mio, éssar o avér? Quéło che ti xe e che ti sarà el vignarà co ti su ła tómba par sémpre e i to parénti te ricordarà come ‘na dégna persóna. Quélo che ti ga el résta qua e’l ghe ‘ndarà ai to parénti, che i zercarà de desmentegàrte parché a nissùni ghe piàxe éssar riconossénte par sémpre. E po’, quéło che ti xe no i pol portàrteło via. Se i barùfa par l’eredità, i te darà anca ła cólpa a ti.” [Caro mio, essere o avere? Quello che sei e che sarai verrà con te nella tomba per sempre e i tuoi parenti ti ricorderanno come una degna persona. Quello che hai resta qua e andrà ai tuoi parenti, che cercheranno di dimenticarti perché a nessuno piace essere riconoscente per sempre. E poi, quello che sei non possono portartelo via. Se litigheranno per l’eredità daranno a te anche la colpa del litigio].

Tra quelli che, non potendo esibire l’essere, esibiscono l’avere, si crea una sorta di ostinazione ad esibire e ripetitivamente perché, ogni volta che lo fanno, si accorgono di non avere una vera soddisfazione e che la vera strada sarebbe l’essere e, per il loro futuro, potranno dire col poeta:

Ahi pentirommi, e spesso,

Ma sconsolato, volgerommi indietro.

(Giacomo Leopardi, 1798 – 1837, Il passero solitario, I canti, XI)

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