Ombre lunghe [378]

ombrelungheOmbra in veneto ha il significato di un bicchiere di vino. Fra tutte le storie che ho sentito, alcune delle quali a mio avviso inverosimili, la più credibile (sempre a mio avviso) è la seguente e non riguarda Venezia ma soprattutto la terraferma. Pochissime sono le espressioni veneziane diffuse nella terraferma stessa.      

Campagna veneta. Estate. Caldo. Alcuni contadini espongono una frasca di gelso (il gelso in agosto non serviva più e togliere un ramo non era uno spreco perché i bachi da seta avevano completato il loro ciclo da giugno, non certo si poteva togliere un ramo di vite, in pieno lavorìo). Poco più in là, sotto un noce ombrosissimo, c’era un piccolo tavolino ed una sedia impagliata.

La frasca era una insegna per il passante e significava: “Vuoi riposarti un poco? Vuoi stare un poco all’ombra? Pagherai qualcosa ma in compenso di porterò un bicchiere di vino bianco fresco di cantina. O di acqua, se proprio vuoi…”

Il viandante, senza parlare, stanco, sedeva sotto il noce e prendeva il fresco, prendeva l’ombra.

La figlia del contadino diciottenne, se c’era, portava una brocca con un quartino di tocai fressscoooo… e ritirava una moneta.

Da qui, l’espressione ‘Tórse ‘na ómbra’ [Prendersi un’ombra].

Se leggete su Internet, troverete le spiegazioni più incredibili, quasi tutte correlate a Venezia e all’ombra del campanile ma c’è un argomento che taglia la testa al povero toro: non si spiega la frasca, che i contadini esponevano sull’ingresso del cortile (o meglio, ‘su ła passàda’) [sul passaggio]. La frasca infatti, ancora oggi, ha delle trattorie a Venezia che la espongono e vicino alle Fondaménte Nóve c’è un locale che si chiama ancora così. L’ombra quindi è l’ombra di un vegetale, di un albero, e non certo l’ombra del campanile, tutt’altro che refrigerante.

Quand’ero piccolo io (anni ’50), i contadini continuavano ad esporre la frasca di gelso (morèr, perché fa le more) per avere qualche monetina, comoda perché, mancando gli spiccioli, la spesa si faceva con le uova.

E veniamo alla zènte da ómbre lónghe [gente da ombre lunghe]: il termine deriva scherzosamente dal fatto che ła zènte da ómbre lónghe, oltre che essere la gente che beve grandi bicchieri di vino, è anche la gente che quando si alza alla mattina e comincia a lavorare è talmente presto che l’ombra del loro corpo si proietta lungamente per terra, perché il sole è appena sorto.

La gente dalle ombre lunghe quindi beve grandi bicchieri di vino ma lavora molto e si alza all’alba. Così, quando uno di questi popolani, finito il lavoro, entrava di sera in un bàcaro, si sentiva salutare dagli amici col doppio senso: “Ombre lónghe! Vardè che xe rivà n’àltro de ła confratérnita…” [Ombre lunghe! Guardate che è arrivato un altro della confraternita…] Vero che il nuovo arrivato beveva di gusto ma si era alzato all’alba per lavorare. Rispettarlo era un dovere.

Per il termine bàcaro non servono ulteriori spiegazioni: le abbiamo già date.

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