Voltagabbana [382]

giano
L’immagine classica di Giano Bifronte (Musei Vaticani).

Giano (dal latino ianus (anche con la j), a sua volta da ianua (= porta), è il dio della porta per l’appunto, che guarda dentro e fuori della casa, per proteggerla ma guarda anche nel passato e nel futuro, nel senso che il passato può essere di buon auspicio e far intuire il futuro.     

Non trova riscontro nella Grecia classica ed è stato, agli inizi dell’era romana, il dio più importante. All’inizio, legato ai cicli stagionali naturali, era di buon auspicio perché il suo compito era quello di far sì che, ad esempio, i raccolti agricoli futuri fossero buoni come i passati. Nello stesso modo, se la famiglia era andata bene nel passato, sarebbe stato merito di Giano se avesse continuato ad andare bene nel futuro. Tutti i passaggi e i riti relativi (vedere la nostra Bibliografia alla voce Frazer e Van Gennep) sono protetti da Giano, come il passaggio dall’infanzia alla pubertà, dalla pubertà all’adolescenza e da questa all’età adulta. Ovviamente, oltre alla morte, anche il matrimonio è un rito di passaggio. Il mese di gennaio, januarius, fu dedicato da Numa Pompilio a Giano, come passaggio da un anno all’altro, dove s’inizia il nuovo anno, dopo il solstizio d’inverno. Quindi i riti di passaggio sono una soglia, come quella della casa. Anche una nuova nomina o una nuova società costituivano un passaggio: era opportuno quindi avere il favore del dio Giano. Era protettore di qualunque passaggio, ponti compresi. Il tempio di Giano veniva affollato all’inizio di ogni guerra, perché anche trovarsi prima in pace e poi in guerra era pur sempre un passaggio. E si potrebbe proseguire.

In senso traslato, Giano Bifronte simboleggiava e simboleggia anche ora la parte conscia e la parte inconscia e inoltre rappresenta certe persone che dicono una cosa e ne pensano un’altra. Non sempre questo viene fatto consciamente e diamo un esempio.

 Una ragazzina molto giovane saluta tutti affabilmente ed è amica di tutti. Non ha il fidanzato. Si può pensare che lei si comporti così schiettamente perché è nella sua natura ma non abbiamo elementi per avvalorare il nostro giudizio.

Poi trova il fidanzato. A questo punto, i casi sono due:

  1. Continua a salutare affabilmente tutti, come prima: non era un Giano Bifronte (o meglio, una Gianessa…), era proprio lei, di natura, socievole e cordiale.
  2. Non saluta più nessuno: si potrà arguire, a posteriori, che prima era gentile per convenienza, per calcolo, perché cercava di presentarsi a potenziali fidanzati (o a chi poteva conoscerne) nel modo migliore possibile, anche se non sincero. Si potrà anche dire che ora è presa da altri interessi ma una certa coerenza e un certo rispetto degli altri non dovrebbero mancare. In buona sostanza non ha mai avuto rispetto degli altri: prima cercava di nasconderlo, poi nemmeno quello ed è per questo che di solito ha un attaccamento morboso verso il fidanzato, perché si accorge di non essere interessata agli altri membri della società. Il bello è che, se perde il fidanzato (ed è molto probabile), ricomincerà a sorridere e nessuno dirà niente.

Nel passaggio da non fidanzata a fidanzata ci vorrebbe la protezione di Giano, che dovrebbe tutelare chi aveva presentato prima una faccia e poi un’altra.

Ci sono state delle persone, dapprima gentilissime, anche se poco abbienti, che poi hanno ricevuto una grossa eredità: a quel punto, come si dice, hanno voltato gabbana.

D’altronde, ci sono migliaia di proverbi che spiegano come frequentemente la gabbana sia strettamente collegata al censo, cioè alla disponibilità economica.

Piuttosto che citare proverbi, riportiamo questa volta ciò che si direbbe, a questo proposito, in quel di Venezia:

 “El gèra poaréto, educàto, ànca a mòdo, el sałudàva tùti col sorìso, el paréva un siór véro, no un peòcio refà. El ga fàto i schèi, no’l te sałùda più, el gà ła spùssa sóto al nàso, el xe deventà un pòro can anca se’l ga i bèssi in scarsèa, insóma un miseràbiłe. Co’l gèra poaréto el recitàva ła pàrte, ‘dèsso invésse el xe lù, quéło véro, na béła carògna. Ma cóme se fasséva a savérlo prìma…”

[Era povero, educato, anche a modo, salutava tutti col sorriso, sembrava un signore vero, non un pidocchio rifatto. Ha fatto i quattrini, non ti saluta più, ha la puzza sotto il naso, è diventato un poveraccio anche se ha i soldi in tasca, insomma un miserabile. Quando era povero recitava la parte, adesso invece è lui, quello vero, una bella carogna. Ma come si faceva a saperlo prima…]

Non si dice che il volta-faccia sia proibito o sia da criticare a priori, perché solo gli sciocchi non cambiano mai opinione ma c’è modo e modo di fare le cose, senza urtare la suscettibilità degli altri.

E siccome il volta-faccia può essere sempre in agguato per tutti, meglio essere un poco più tolleranti con gli altri ed evitare di dire ‘Io sono una persona di carattere’, perché, di solito, le persone di carattere hanno un brutto carattere. Attenzione, perché il volta-volta-faccia può essere insopportabile.

Per concludere, riporto il pensiero di uno scrittore statunitense sull’ipocrisia (sinonimo di doppiezza), E. Hoffer (1902 – 1983):

“I nostri più grandi sforzi sono rivolti non a nascondere il male o il brutto che c’è in noi ma il vuoto. La cosa più difficile da nascondere è quella che non c’è.”

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