Baruc 1 [388]

barucBaruc, un profeta della Bibbia, si lamentava. Si lamentava in modo talmente intenso che un libro della Bibbia s’intitola appunto ‘Le lamentazioni di Baruc’. Pertanto, siccome scriveremo alcuni articoli di lamentele, il titolo Baruc non sembri inappropriato. Assumeremo, per coerenza, qualche tono ieraticamente biblico. Inoltre, il procedere sarà per riflessioni, nello stile di Nietzsche (lungi da noi intenzioni emulative).   

Per trovare la verità vera, bisogna per un istante dimenticare i fanatismi, le contrapposizioni e le divisioni, accettando il concetto che la verità sia un poco per parte.

Si possono dividere gli uomini in alti o bassi, vecchi o giovani, gobbi o diritti, di destra o di sinistra, dove ognuno sarà convinto di avere delle caratteristiche privilegiate ma tra gli alti e i bassi ci sarà sempre qualcuno né troppo alto né troppo basso, qualcuno al confine tra vecchiaia e giovinezza, qualcuno né gobbo né diritto e infine qualcuno né di destra né di sinistra. Il centro, in politica, è stato introdotto per questo ma il risultato è stato che ora ci sono due zone di transizione invece di una.

Ci sono delle verità in ciascuna delle parti e ognuno accoratamente vi spiegherà che la verità è solo ed esclusivamente dalla sua parte. E ognuna delle parti farà la stessa indiscutibile professione di fede. Ma la verità vera è quella che semplifica e quindi unisce. Quando le varie fazioni politiche avranno la stessa verità, ecco che quella sarà la vera verità e i conflitti finiranno.

Sappiamo già che tutte le ideologie possono essere indubitabilmente dimostrate e quindi non varrà la pena di discuterne.

La verità si trova nell’obiettivo comune e nella strada che si percorre assieme e dura finché non si sia arrivati all’obiettivo. Poi, l’amore e l’interesse derivanti dalla comunità di intenti vengono a cessare.

Colui che zappa il campo per costruirsi un’azienda agricola migliore o che assesta colpi di piccone per migliorare la sua azienda mineraria non è da confrontare con l’ergastolano, che assesta colpi di piccone perché è obbligato a farlo.

Nel campo di concentramento, la scritta ‘il lavoro rende liberi’ (arbeit macht frei) non solo non era vera ma era altamente offensiva in quanto al danno subito dai deportati aggiungeva anche la beffa. Infatti solo la libertà, tautologicamente, rende liberi.

Nel 1929, moltissimi erano contadini e, come si sa, il contadino non muore mai o meglio, muore a metà perché, nella famiglia allargata, egli trasmette a figli e nipoti la sua esperienza e le sue conoscenze. Egli continua così a vivere in questi passaggi. Poi, l’industria ha strappato quasi tutti i contadini dalla terra, alienandoli, e così l’ex-contadino è morto due volte: una volta quando ha smesso di fare il contadino e l’altra quando, pensionato ed eliminato da un lavoro da ergastolano non suo, è morto biologicamente, dimenticato perché ai figli  ha trasmesso un mucchio di niente.

L’operaio, anche se ancora in vita, è morto alla vita perché non ha goduto, né mai godrà, della soddisfazione di aver fatto qualcosa di compiuto, di artigianale, col proprio lavoro.

Non è condizione sufficiente, per uno spirito felice, che la civiltà industriale lo vesta, lo nutra e crei diversivi per centinaia di milioni di individui alienati, né potranno risolvere il problema alcuni politici o alcuni burocrati spesso in mala fede: gli operai sono morti ma, come zombies, stanno in piedi perché l’industria ha come modello il consumismo.

Tipico l’esempio della fabbrica di automobili utilitarie create per la classe operaia, che più licenzia e più clienti perde.

Allora bisogna far vedere all’operaio il film della classe operaia che va in paradiso, creare bisogni surrogati, fare apparecchiature che durano poco come furbata escogitata, perché l’ingranaggio non deve assolutamente fermarsi.

Oppure si possono mettere loro addosso delle uniformi e dire loro che per la patria è bello morire, anche perché essendo già morti, fanno poca fatica a morire di nuovo.

 [Segue in Baruc 2]

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