Filò 5 [390]

mucche
Mucche in una stalla, atta al filò.

Nel filò si cercano sensazioni fisiche e sensazioni psichiche. Le sensazioni fisiche sono il tepore della stalla, una luce ovattata, rumori familiari di animali conosciuti, paglia e sedili ruvidi senza sorprese, odori di latte frammisto a sentori di fieno, paglia e stallatico.    

Quest’ultimo odore, acidulo, può non piacere a chi non ne sia abituato ma per i veterani del filò non è affatto così.

Le sensazioni psichiche sono innanzitutto una sentimento di attesa per ciò che sarà impostato come filo (filò?) conduttore da chi è tacitamente autorizzato a dirigere i dialoghi, perché sono pochi coloro che lo possono fare. Non è che queste autorizzazioni siano esplicite: la comunità va per tentativi ed errori e tutti sono memori nel riconoscere prestigio a chi ha saputo tenere viva ed affascinante una serata. Soprattutto, ci si ricorda del contrario, cioè di chi non ha saputo condurre bene.

Errori fondamentali, che escludono l’interessato (o meglio, di solito l’interessata) dal fare il conduttore per il futuro, sono: discorsi in prima persona non richiesti, argomenti troppo frivoli, argomenti spiccatamente volgari e in particolare argomentazioni soporifere prive di un minimo di mistero. Benché ci sia una propensione per le cose che suscitano velatamente un certo orrore, non sono apprezzate descrizioni eccessive, da Grand Guignol (famoso teatro macabro e sanguinolento di Parigi): si preferisce l’orrore intuito e accennato appena, dotato di una certa eleganza, velato da un senso di pudore; chi non capisce, potrà sempre rivolgersi, in seguito,  alle spiegazioni di  qualcuno, magari rincasando: durante il filò è ammessa qualche rara domanda e comunque solo dalle persone di una certa età. I giovani possono essere solo auditori.

Tutti sanno che solo chi racconta per sentito dire indulge nell’orrore: chi racconta in prima persona, come vedremo sotto, non ha memoria dell’orrore ma solo di sofferenza.

Inoltre, il bravo conduttore dà la parola a chi ha qualcosa di importante da dire circa l’argomento trattato. Il conduttore, insomma, deve più che altro intuire chi sia adatto a tener viva la curiosità dei presenti, che sono venuti al filò per rompere con gli argomenti, magari monotoni, della vita quotidiana. Il conduttore deve essere ben inserito nel filò locale, nel senso che deve conoscere perfettamente gli argomenti dei filò precedenti. Né il conduttore deve cedere (se non raramente oppure occasionalmente) alle richieste dei presenti circa le argomentazioni da trattare: deve avere una sua linea logica ed i presenti non dovrebbero esprimersi se non dopo essere stati interrogati. Insomma, nei filò io ho sempre visto molta disciplina. In particolare, i bambini sono ammessi solo se non proferiscono verbo. Madri indulgenti, che vorrebbero far parlare i figli, sono invitate bruscamente a zittirli immediatamente oppure ad abbandonare il filò: il filò è roba da adulti ed un motivo non secondario è che nel filò si vuole rompere con tutto ciò che costituisce la giornata normale quotidiana.

Nel filò non sono bene accetti i pettegolezzi: le storie devono avere, possibilmente, un insegnamento, una morale, una catarsi. Nemmeno sono ammessi discorsi di religione (non costituirebbero novità), a meno che non ci siano risvolti di fatti che abbiano del miracoloso o del sensazionale. Per questo motivo il prete non ama il filò (d’altronde, nemmeno  il filò ama il prete), anche perché si tratta di una spontanea organizzazione di persone che sfuggono al controllo di Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, la quale vuole assolutamente controllare tutto.

Ritornando all’orrore, dicevamo che questo deve essere suscitato leggermente negli auditori durante il discorso del narratore. Bisogna notare come, nel racconto del narratore vero e cioè di chi ha vissuto in prima persona l’episodio (e non per sentito dire), l’orrore non ci sia mai. Il narratore che ha vissuto in prima persona ricorda di aver  vissuto solo la sofferenza e le emozioni dell’episodio.

Tutti i presenti devono immaginare la sofferenza che parla al narratore e che gli dice: “Non aspettare o sperare che io, la sofferenza, ponga termine alla mia presenza in questo dramma che stai (o meglio, stavi) vivendo. Io non finirò mai di essere presente e se lo farò, lo farò solo quando avrai deciso che non finirò mai. Non prima.”

La sofferenza del narratore in prima persona si trasforma per gli ascoltatori nell’orrore intuìto. Gli ascoltatori non possono provare la sofferenza, che sente solo chi ha vissuto i fatti. Se il narratore è là ad esporre i fatti, ciò significa che i fatti stessi non hanno portato ad un disastro irreparabile (la morte). L’orrore degli ascoltatori è per quanto sarebbe potuto succedere e non per quanto è successo. Il narratore invece è uscito vincente dalla prova che sarebbe potuta, con la morte, essere l’ultima della sua vita. Mentre il narratore ha superato la prova, l’orrore attanaglia gli ascoltatori, i quali pensano: “Se fosse toccato a me, sarei sopravvissuto?”

Il vero filò è tutto e solo questo: sofferenza di drammi e fatti vissuti in prima persona, che diventano orribili a dirsi. Chi li ha vissuti e stava soffrendo non aveva il tempo per pensare se fossero orribili o meno.

Ho sentito un minatore, sopravvissuto per miracolo ad una esplosione di grisou (gas terribilmente mortale che si forma nelle miniere di carbone) parlare per un’ora dell’esplosione stessa, fatto che, in realtà, non poteva essere durato più di qualche istante. Nell’istante dell’esplosione, egli aveva certamente sofferto (ha fatto poi un anno di ospedale) ma nel suo racconto di un’ora, la sua sofferenza, per gli ascoltatori, è stata centellinata, diluita nell’orrore di cosa sarebbe potuto succedere a loro, istante per istante.

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