Personaggi 3 [391]

chiosco
Venezia – Un chiosco di souvenirs, come quello di X, personaggio del racconto.

Nel calderone dei personaggi originali che si possono trovare, esiste una categoria, a Venezia, di persone ricche o quantomeno benestanti, mentre la stessa categoria, in altre città, non è altrettanto facoltosa: si tratta  dei commercianti che hanno un chiosco di souvenirs per turisti.     

Quello che probabilmente ha guadagnato di più è stato un armeno, facente parte di una numerosa comunità in Venezia, il quale aveva un banchetto ultra microscopico (ottanta centimetri per quaranta circa) in Piazza San Marco e vendeva cartocci piccolissimi di grani di mais per dar da mangiare ai piccioni. Ne vendeva uno sterminio, sempre, in continuazione. Se non siete veneziani, non potete avere un’idea di cosa significhi. Le cavallette, in confronto ai turisti di Venezia, sono un flagello infantile.

Aveva la sua brava licenza, apriva alle sette di mattina e chiudeva alle nove di sera, ogni giorno che il Padreterno mandava in terra. Dopo alcuni anni, quando ha venduto la licenza, solo con essa ha guadagnato una vera fortuna ed ha aperto, sotto il Campanile della Piazza, un meraviglioso negozio di macchine fotografiche, anche d’epoca, gioiellerie e cose del genere. Bisogna provare a stare per anni, ogni santo giorno, in Piazza, anche quando c’è vento, pioggia, bora, neve, freddo, caldo, nebbia, acqua alta, coi turisti e bambini dei turisti che vogliono subito, subito, il cartoccetto per i piccioni e si sospingono l’un l’altro e chiedono attenzione in tutte le lingue, con un vociare continuo. Io l’ho conosciuto quando lavoravo in banca nel 1962 e posso dirvi che molte volte saltava il panino, pur di raggiungere il suo obiettivo di farsi una posizione: una persona veramente da rispettare.

Come lui, anche se un poco meno fortunati, sono anche gli altri commercianti di souvenirs della città, gente che parla dieci lingue come ridere, se non di più. Io ne conoscevo molti ma uno, X, lo conoscevo benissimo, col chiosco sulla Riva degli Schiavoni. Da X ho imparato tantissimo perché era sempre a contatto coi forèsti [forestieri].

Vendeva ventagli di rafia con disegni del Ponte di Rialto, cappelli di paglia da gondoliere col nastro rosso oppure blu, sfere di vetro grandi come un’arancia con la Basilica di San Marco con la neve, foulards di cotone o di seta con disegnato il Campanile di Piazza San Marco, gondole in miniatura, da venti centimetri, borse di paglia con una passamaneria col Leone di San Marco, occhiali da sole in celluloide (la plastica ancora non c’era) con scritto Venezia, Venice, Venedig, Venise in trenta o quaranta lingue, portamonete di  cuoio o di tela con disegnato il Ponte dei Sospiri, raccolte di cartoline con fotografie di Venezia, portasigarette con sopra una gondolina che quando si apriva faceva suonare un carillon con la musica della ‘Biondìna in gondołéta’; ombrelli da sole o da pioggia con disegnato il Canal Grande, orribili cravatte con disegnato il ferro di prua delle gondole, comperate soprattutto dagli americani. Importantissimo era, per il mio amico X, capire da dove proveniva il turista, per offrirgli il souvenir più comperato dai suoi connazionali. Io gli dicevo in continuazione: “Scométo che el pròssimo forèsto che rìva no ti indovìni.” [Scommetto che il prossimo forestiero che arriva non indovini]. Era diventato un gioco.

 E lui: “Quésto el xe ebréo, el gà i filàteri ma el xé połàco, vàrda ła giachéta… po’ el xè rincurà, el vien da Varsàvia.” [Questo è ebreo, ha i fillatteri (lunghi riccioli religiosi sulle tempie) ma è polacco, guarda la giacca… poi è molto curato, viene da Varsavia].

Ora, i fillatteri designano chiaramente l’ebreo, la deduzione sull’accuratezza può implicare che venga dalla capitale (Varsavia) ma come si facesse a capire dalla giacca che si trattasse di un polacco, rimane un mistero.

Subito dopo, X disse in lingua yiddish: “Lei è ebreo polacco e viene da Varsavia”. Era vero: ma l’ebreo, come poi mi riferì X (non conosco la lingua yiddish), rimase colpito dal fatto che lo stesso X parlasse yiddish, una lingua nuova creata da un miscuglio di tedesco, ebraico, slavo e neolatino, scritta in ebraico.

In banca, all’ufficio cambia valute, avevo imparato come si comportano i turisti in base alla loro nazionalità: queste cose le sapeva anche X. I più generosi con la mancia sono gli indiani, i più tirchi i francesi, i più litigiosi e attacca brighe gli spagnoli, i più precisi, sia nel dare che nel ricevere, gli ebrei. L’ebreo vuole il suo e se per caso gli dài qualcosa in più te lo restituisce.

Distinguere un americano da un inglese è facile, anche distinguere un newyorkese da un texano o da un californiano  ma distinguere uno di Toronto da uno di Chicago non lo è altrettanto. Come distinguere un taiwanese da un coreano o da un giapponese? Eppure, X li distingueva. Il record però consisteva nel distinguere un neozelandese da un australiano. Quando gli chiesi come facesse, disse: “El neo zełandése el ga un fià de spùssa sóto’l nàso, el ga i cavéi come un todésco, el xe màgro, pién de creànsa, el pàrla sóto vóze… el australiàn el xe un fià contadìn, el parla più vèrto, più fòrte, el ga i òci róssi… però i cómpra compàgno… el neo zełandése el xe più sparagnìn…” [Il neo zelandese ha un poco la puzza sotto il naso (si dà arie), ha i capelli come un tedesco, è magro, pieno di educazione, parla sotto voce… l’australiano è un poco contadino, parla più aperto, più forte, ha gli occhi rossi… ma comprano le stesse cose… il neo zelandese è un poco più tirchio…]

Come facesse X a raggiungere questi livelli, in realtà, non l’ho mai capito. Quella degli occhi rossi, ad esempio, può essere buttata là ed inventata, certo che un personaggio come X probabilmente si trova solo a Venezia, dove l’esperienza con turisti di tutto il mondo deve essere unica.

Era involontariamente depositario delle perle di una giovanissima prostituta, Mira, di cui X avrebbe potuto essere il nonno, la quale, quando col suo lavoraccio metteva da parte qualcosa, andava da Missiaglia, in Piazza, il miglior orefice, si comperava una perla e la portava da X, dicendo: “Tiénmeła ti, de ti me fido: co questa, łe xe vintisìe…” [Tienimela tu, di te mi fido: con questa, sono ventisei].

Al che, X rispondeva invariabilmente: “Vàrda, Mìra, che se i me dà ‘na bastonàda e i me ròba łe pérle...” [Guarda Mira, che se mi danno una bastonata e mi rubano le perle…]

Mira: “Ma fórse i te łe ròba, fórse! Se invénse mi me fassésse un gìro, co ła zénte che frequénto, ‘na cortełàda sarìa el mànco e te tocarìa végnar in bòto a San Micèl co un crisantèmo… e po’, da sèno, ti perdaréssi ànca ‘na zornàda de łavóro…” [Ma forse te le rubano, forse! Se invece io mi facessi un giro (di perle: una collana), con la gente che frequento, una coltellata sarebbe il minimo e dovresti venire di colpo a San Michele (cimitero) con un crisantemo… e poi, seriamente, perderesti anche un giorno di lavoro…]

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