Marco e Todaro 10 [398]

marcoTodaro(Vedi anche i precedenti, l’ultimo dei quali è Marco e Todaro 9). Todaro: “Màrco, me fa végnar el nervóso quéi che dìxe ‘xe ciàro, xe evidénte…’ e invésse no xe pròpio ciàro gnénte parché ògni cristiàn ła pénsa a mòdo sùo.   

No ghe xe barùfa che no nàssa parché ła zénte ła xe convìnta che tùti gàbbia da avèr ła stéssa idéa.” [Marco, mi fanno venire il nervoso quelli che dicono ‘è chiaro, è evidente…’ e invece non è proprio chiaro niente perché ogni cristiano la pensa a modo suo. Non c’è polemica che non nasca perché la gente è convinta che tutti debbano avere la stessa idea.]

Marco: “Xe véro. Te dirò che ògni discórso no’l pól éssar ciàro par definissión, parché el se bàxa su idée difarénti e lo gà dimostrà un austrìaco, Kurt Gödel, nel 1933. Ma ghe łàsso ła paròla a l’ànema del nòstro amìgo Leonàrdo da Vìnci, che, anca se no’l xe de Venèssia, sui nùmari ła sa più łónga de mi.” [Vero. Ti dirò che ogni discorso non può essere chiaro per definizione, perché si basa su idee differenti e lo ha dimostrato un austriaco, Kurt Gödel, nel 1933. Ma lascio la parola all’anima del nostro amico Leonardo da Vinci il quale, anche se non è di Venezia, sui numeri la sa più lunga di me].

Leonardo da Vinci: “Il tedesco Gödel ha dimostrato matematicamente, creando quasi un miracolo, due princìpi di incompletezza e a noi interessa il secondo, dove, semplificando, possiamo dire: nessun discorso coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza. La conclusione più sorprendente è che non è possibile scrivere un programma per computer in grado di determinare con certezza se una certa affermazione sia vera o sia falsa. Per dimostrarlo, bisogna collocarsi all’esterno, ponendo una regola fuori dalle regole. Sempre che non si tratti di affermazioni banali. Per fare un esempio, tutta la geometria si basa su di una affermazione che non è dimostrata e cioè che per un punto nello spazio passa una sola retta parallela a una retta data. Quest’affermazione non è mai stata dimostrata. Se non la si accetta, tutta la geometria non sta in piedi. Queste dimostrazioni non sono popolari perché gli uomini credono con tutto il cuore ai linguaggi più semplici e ai ragionamenti più terra – terra. Ci sono tuttavia, ad esempio, delle ricette molto complesse che generano piatti buonissimi e che pertanto sono accettate, come il Filetto alla Wellington.”

Marco: “Podèmo dìr che quàndo ùno dìxe una fràse complicàda e po’, par fàrse bèło, el zónta che ła xe ciàra, che ła se dimóstra da sóła, savémo che no xe véro, che ghe xè calcòssa che vién dà par scontà ma che se ti vàrdi bén no’l xe scontà par gnénte.” [Possiamo dire che quando uno dice una frase complicata e poi, per farsi bello, aggiunge che la frase è chiara, che si dimostra da sola, sappiamo che non è vero, che c’è qualcosa che viene dato per scontato ma che se guardi bene non è scontato per niente.]

Leonardo: “La verità di una frase va chiarita a livello più alto. Un esempio classico è la seguente frase: ‘Questa affermazione non è vera’. Se la considero vera, allora è vero che non è vera, il che è una contraddizione. Se invece la considero falsa, allora la posso considerare vera ma ciò implica che a un livello superiore risulterà falsa. Insomma, per trarre delle conclusioni su tale frase bisogna porsi al di fuori di essa, ovvero al di sopra, a un livello più alto, o, come si suol dire, mettersi a meta-livello. Un altro esempio è il seguente: ‘Io, Socrate, ateniese, giuro di aver le prove che tutti gli ateniesi sono dei bugiardi’. Pensateci un poco…”

Todaro: “Quèsta dei ateniési ła xe pròpio bèła…” [Questa degli ateniesi è proprio bella…]

Marco: “Da sèno, se Sócrate dìxe ła verità, ałóra, sicòme el xe atenièse, el xe buxiér anca łu come i àltri, se invésse el dixe ‘na buxìa i ateniesi no dixe buxìe e ałóra gnànca łu…” [In effetti, se Socrate dice la verità, allora, siccome è ateniese, è bugiardo anche lui come gli altri, se invece dice una bugia gli ateniesi non dicono bugie e allora nemmeno lui…]

 

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