Il gondoliere 3 [414]

cadenti10 agosto, tre di notte, a Venezia. E’ appena finita la vigilia di San Lorenzo e comunque le stelle cadenti, di solito, si susseguono per alcune notti e in certe annate anche per una decina di notti.     

Il caldo – umido è soffocante: trenta gradi e umidità ai massimi possibili. Non riesco a dormire, anche per il vociare di alcuni popolani, seduti sulle sedie della Gelateria Lazzarini in Riva degli Schiavoni. La Gelateria è chiusa ormai da ore ma i chiassosi popolani continuano a parlare imperterriti e, di andare a letto, non gli passa neanche per l’anticamera del cervello. Sarà per il caldo, sarà per l’umidità, sarà per il contenuto dei discorsi triti e ritriti che salgono nella mia camera (che àni, mai stà cussì càldo [che anni, mai stato così caldo]), decido di vestirmi e di andare in Piazza San Marco, per vedere cosa succede al centro della città forse più bella del mondo, sicuramente la più visitata. Da casa mia alle colonne di Marco e Todaro, in Piazza San Marco, sono 610 metri esatti.

In due minuti, mi vesto, scendo un piano di scale e, per andare in Piazza, passo davanti ai tavolini con i chiacchieroni. Dico: “Ciacołé più fòrte, par piassér, cussì me desmìssio mègio e vàdo fàrme ‘na caminàda…” [Chiacchierate più forte, per favore, così mi sveglio del tutto e vado a farmi una passeggiata]. Risposta ineffabile: “Séntite qua co nuiàltri…caminàr, co sti całóri, se sùa, ti pól ciapàr un corènte de ària e gran fàto che te végna na plèure, no par auguràr el màl ma no se sa mài…” [Siediti qua con noi… camminare, con questi calori, si suda, puoi prendere una corrente d’aria e Dio non voglia che ti venga una pleurite, non che sia per augurare il male ma non si può mai sapere…].

Passo davanti alla caserma, con la sentinella fuori dalla garitta, distrutta dal caldo: la sentinella, non la garitta. Lancio una parola in dialetto: “Me par che fàssa tànto càldo…” [Mi sembra che faccia tanto caldo]. Risponde dopo un’eternità, con accento piemontese – lombardo, sottovoce: “Ancora due ore e dopo mi tolgo gli scarponi…”

Mi leggo tutte le commemorazioni, casa per casa, lungo la Riva: “Qui ha soggiornato Petrarca” “Qui ha dormito Tizio, monarca di Spagna…”

Oltrepasso il primo ponte, il Ponte della Pietà. Dall’umidità e dal caldo, le tubature dell’acqua inserite nella pavimentazione del ponte trasudano e una striscia del ponte è madida d’acqua: questo, nella notti d’estate, è abbastanza frequente in tutti i ponti veneziani. Passo davanti alla Chiesa della Pietà, così chiamata perché le suore raccoglievano i trovatelli sin dal XV° secolo. Ogni mio passo è un passo davanti ad un edificio storico su cui si potrebbero scrivere libri.

I turisti, alle tre e mezza, sono in buona parte a letto ma non tutti: parecchi passeggiano e si soffermano sui pontili in legno. Le donne fanno presto a togliersi i sandali, a sedersi sui gradini in legno e a rinfrescare i piedi nell’acqua della laguna. Sorridono come i bambini che hanno fatto una canagliata.

Io ho una faccia da interrogabile: mi chiedono questo e quello, rispondo in una qualche lingua nel modo più conciso possibile e scappo via perché l’interrogatorio non finirebbe mai.

Siccome durante il giorno lavoro negli uffici della ‘Cooperativa fra Gondolieri Daniele Manin’, al Ponte dei Dai, praticamente in Bacino Orseolo, conosco tutti i gondolieri e mi propongo di andare a salutare quello che in quel momento è di turno nello stazio di gondole di fronte alla Piazzetta San Marco, sul molo stesso.

Entro nel pontile senza far rumore e, in una gondola, vedo B.C., poco più che ventenne e non troppo scolarizzato, sveglio e cullato dal movimento della laguna.

Mi vede e mi dice: “Ti xe qua… ma domàn matìna, no ti ga da ‘ndàr in ufìcio…” [Sei qua… ma domattina, non devi forse andare in ufficio…]

Sì ma no gavéva sòno e go fàto do pàssi…” [Sì ma non avevo sonno e ho fatto due passi…]

Se ti podéssi star qua mèxa oréta, me farìa ‘na dormìa, parché no vògio fàrme fregàr.” [Se tu potessi star qua mezz’oretta, mi farei una dormita, perché non voglio farmi fregare.]

Mi stàgo qua de gùsto méxa óra ma no go capìo parché che no ti pól dormìr e chi che xe che te fregarìa…” [Io sto qua volentieri mezz’ora ma non ho capito perché tu non possa dormire e chi ti fregherebbe…]

No sta contàrghe a nissùni ma mi no go mai vìsto ‘na stéła che càsca. I me ga dito che, se łe pól, łe càsca co ti te indorménsi, par no fàrse védar e par fàrte dispèto. Cussì, se ti sta svègio ti, vorìa fregàrle mi, parchè no łe vorà fàrse védar gnànca da ti… dòpo, mi me svégio da nóvo e vedémo còssa che nàsse… prìma o dòpo ghe tocarà cascàr, ghe tocarà fàrse vèdar… xe Sàn Lorénso…” [Non raccontarlo ad alcuno ma io non ho mai visto una stella cadente. Mi hanno detto che (le stelle), se possono, cadono quando ti addormenti, per non farsi vedere e per farti dispetto. Così, se stai sveglio tu, le vorrei fregare io, perché non vorranno farsi vedere nemmeno da te… dopo, io mi sveglio di nuovo e stiamo a vedere cosa succede. Prima o dopo dovranno cadere, dovranno farsi vedere… è San Lorenzo…”

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