Contadini 4 [419]

arlecchino
Sinistra Piave – Arlecchino e Colombina – 1981 – Foto ed elaborazione grafica di Ernesto Giorgi ©

Attualmente (negli ultimi 14 secoli), secondo Santa Romana Chiesa Apostolica Romana, il carnevale s’inizia la domenica di settuagesima, 64 giorni prima di Pasqua, sì che nel 2016 il carnevale ha avuto origine il 24 gennaio e nel 2017 s’inizierà il 12 febbraio. Il carnevale s’iniziava, una volta, molto più tardi.     

La tradizione pagana poneva invece l’inizio del carnevale al solstizio d’inverno e alle origini cristiane si poneva, per non traumatizzare troppo con le novità, addirittura il giorno di Santo Stefano, usanza conservata a lungo in Venezia, dove per un motivo o per l’altro durava quasi sei mesi.

Non hanno quindi senso le dicerie “El carnevàl sto àno l’è stàt pì cùrt.” [Il carnevale quest’anno è stato più corto], perché tale periodo dura sempre, dal VII° secolo, 64 giorni (ma non a Venezia).

Si potrebbe parlare molto a lungo sul carnevale, che io ritengo molto più genuino (come vedremo) nella terraferma che non a Venezia, dov’è diventato semplicemente una festa. Nella campagna, è rimasto più vicino alle origini. Il carnevale celebra il passaggio dall’anno vecchio all’anno nuovo e crea un intervallo di tempo in cui due mondi si incontrano: il mondo dell’anno vecchio, mondo dei morti e il mondo dell’anno nuovo, mondo dei vivi.

In attesa che il mondo dei vivi riprenda, siamo nel caos, nella frammistione dei morti e dei vivi, dove le regole perdono di valore.

  • I morti non hanno corpo e se lo fanno prestare, nel carnevale, dai vivi ma usano le maschere per non farsi riconoscere. Tale simbologia è intuita dai più, i quali hanno timore delle maschere. Chi indossa la maschera compie una funzione apotropaica, assume cioè le caratteristiche del mondo dei morti e in tal modo lo sbeffeggia, ridendoci sopra, dimostrando di non avere paura (vedi sotto per ridere e sesso). Come certi canti goliardici dove si dice: “Chi ha mai paura della morte?” e dopo, di rimando e ridendo: “Tutti!”
  • Il sovvertimento dei valori fa sì che in Mesopotamia il re dovesse fingersi schiavo ed essere umiliato e gli schiavi fingersi dei re.
  • Oltre che i morti, abbiamo anche i diavoli: Arlecchino è il protagonista diabolico, il suo nome viene dal tedesco Höll König, re dell’inferno, da cui Helle King, Alequin, Arlechin. Dante lo chiama Alichìno e si trova all’Inferno in ben tre canti: XXI, XXII e XXIII. La sua funzione nel carnevale è di sovvertitore dell’ordine costituito. Originariamente (XV° secolo) aveva una palandrana bianca rappezzata, con toppe a colori.
  • Un periodo di sovvertimento era liberatorio per il popolo, onde dare sfogo ai malcontenti repressi.
  • Il carnevale, che parte dalla morte per arrivare alla vita, richiede delle qualità per il passaggio. Per esorcizzare (=scongiurare) la morte stessa, i due antidoti sono il riso e il sesso. Da cui si ricava che il carnevale dev’essere brutalmente e volgarmente (da volgo, popolo) comico e brutalmente orgiastico.
  • La Chiesa ha sempre visto con sospetto tutto il carnevale ed ha fatto con le mani e coi piedi per inserirlo nella tradizione cattolica, senza peraltro riuscirci.
  • Più comico, grasso (da cui giovedì e martedì grasso) e più licenzioso sarà il carnevale, tanto più la morte sarà scongiurata e tanto meglio ci libereremo del vecchio anno per aprirci alla nuova vita in modo prospero e proficuo.
  • Solo i vivi ridono e fanno sesso: questo è il mondo del carnevale.
  • Il nome viene dal latino carnem levare (eliminare la carne) e indicava ciò che succedeva subito dopo l’ultimo banchetto del martedì grasso, subito prima dell’astinenza e del digiuno quaresimali.

Nel mondo contadino non c’era il lusso del mondo veneziano e poche erano le maschere: più che altro la gente si impegàva (sporcarsi di nero) la faccia con carbonella di legno dolce.  Il panevìn è da annoverare tra i riti finali carnevaleschi, benché a sé stante: tale rito comporta, come il rogo di Re carnevale, altrove celebrato, l’ultima cerimonia per la distruzione del periodo grasso e la ricostituzione dell’ordine costituito.

Dice Mircea Eliade, etnologo: “[Nel periodo del carnevale] i morti potranno ritornare, poiché tutte le barriere tra morti e vivi sono rotte e ritorneranno giacché in questo momento paradossale il tempo sarà annullato ed essi potranno di nuovo essere contemporanei dei vivi”.

Gli spiriti circolano dunque tra cielo, terra ed inferno. Tali spiriti, morti e démoni, per non diventare pericolosi, “devono essere onorati e per questo si prestano loro dei corpi provvisori: essi sono le maschere.” Il loro arrivo crea una nuova fecondità per la terra, nella primavera imminente.

Sono cose che abbiamo sempre intuito, anche se non sempre capito sino in fondo.

Sono dei miti: un mito si sente dentro e come diceva Esiodo, “I miti sono delle cose mai successe e sempre esistite.”

Una filastrocca su Arlecchino:

Mi son  el più furbón e ‘l più carógna,

ma ànca el caporión del carnevàl,

oféndo tùti e gnànca me vergògno

se qualchedùn la se la ciàpa a màl..

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