Contadini 8 [424]

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Rosario cattolico nella sua bella scatola.

Un conto era il Rosario e un conto era il Fioretto: benché da un punto di vista religioso fossero esattamente la stessa cosa, non lo erano per i ragazzini più grandi e vedremo perché tutti gradivano il Fioretto e nessuno gradiva il Rosario.    

Come premessa, ripetiamo che avevamo detto come le famiglie contadine andassero avanti rispettando il sole, il suo sorgere e il suo tramontare: d’inverno, il sole tramontava anche alle quattro e mezza (sól a mónt, sole al tramonto) e, specialmente a dicembre, le donne preparavano la cena, che poteva essere pronta anche alle cinque e mezza se non addirittura prima; dipendeva anche dal tempo atmosferico perché, più brutto era il tempo, più presto si cenava. Non in tutte le case c’era la luce elettrica e al centro dell’enorme cucina, sopra l’altrettanto enorme tavola che poteva ospitare comodamente venti persone, si tirava giù con l’apposita carrucola il lume a petrolio, si accendeva con un rametto di legno secco a sua volta acceso nel camino (tel larìn, risparmiando così un fiammifero) e si risollevava un poco la carrucola: si spargeva così una luce fioca che metteva una grande malinconia e la stessa luce proiettava sulle pareti bianche di calce delle ombre profondamente oscure. Non ho ricordi di aver visto termometri a mercurio che segnassero, d’inverno, più di dieci gradi (i termometri non erano un capriccio ma servivano per maggio-giugno, quando c’erano i cavalièri {bachi da seta} che hanno bisogno di 22 gradi minimo): le fonti di calore erano per l’appunto el larìn e la cucina economica a legna ma, in una cucina enorme, contribuivano ben poco al riscaldamento; inoltre, in quasi tutte le cucine, la porta era formata da scuri in legno a due ante, senza vetrata. Solo nella casa di un proprietario terriero, che aveva fatto fortuna te le Mèriche (Argentina) ho visto una stube tedesca, con finestre e porte a vetri ermetiche: il proprietario, che non aveva certo problemi di mezzi, sosteneva che le case dei contadini sono studiate male e non trattengono il calore né tengono fuori il freddo. Diceva: “Qua, le càse le è cóme un passapàste, cóme ànca in tùti i paési indóve che l’é càldo.” [Qui, le case sono come un passapaste, come d’altronde in tutti i paesi dove fa caldo].

Data tale premessa, non appena finito di cenare, i più anziani, i nonni, andavano subito nella stalla, dove c’era umido ma c’erano sempre oltre venti gradi e si stava benissimo.

Una stalla media conteneva cinque o sei mucche da latte, un paio di manzi, un paio di vitellini ed un asino, che di solito aveva il suo posto con la sua mangiatoia vicino alla porta della stalla. El mìstro (mastro muratore) che aveva costruito la stalla le faceva in pratica tutte uguali.

Dopo un poco, arrivavano anche i vicinanti sprovvisti di stalla, i quali esordivano, aprendo la porta della stalla stessa: “Scusàr, scusàr, éo parmésso? sén vignùdi a scaldàrse ‘na s’ciànta, scusàr, savéobeàti vàltri che vé ‘ncà ‘na bèła stàła…” [Scusate, scusate, è permesso? Siamo venuti a riscaldarci un poco, scusate, sapete… beati voi che avete anche una bella stalla…]

Di solito, se necessario, gli avventori si portavano anche una sedia: questo dipendeva tuttavia dalle comodità che offriva la stalla stessa.

Il nonno di casa diceva agli avventori abituali: “Drénto, drénto, vignì drénto sénθa far tànti pracànti, seré puìto ch’l frédo el rèste fòra…” [Dentro, dentro, venite dentro senza fare tanti preamboli, chiudete bene (la porta della stalla) che il freddo rimanga fuori…] [Pracànti = preamboli ma anche malìe, piagnistei; (dal latino praecantare, iterativo di praecanere: predire, profetizzare); confronta anche il francese antico prechant, prechanter (cantare avanti, cantare prima). Il termine pracànti non si usa al singolare].

Secondo me, i filò sono principalmente una diretta conseguenza del fatto che non tutte le famiglie del paese avevano una stalla e il suo calore animale offriva il motivo per radunarsi a gente che, altrimenti, rustica com’era, mai più avrebbe pensato ad effettuare una riunione del genere.

Era moralmente proibito, dagli usi e dalle consuetudini, rifiutare il filò a chi lo richiedeva, a meno che non ci fossero dei dissapori personali noti alla comunità: la motivazione va cercata nel fatto che il calore animale era comunque a diposizione gratuitamente e quindi all’ospitante non costava niente, mentre all’ospitato recava un indicibile sollievo.

Per evitare di perdere l’accesso al filò, gli ospitati si guardavano bene dall’entrare in polemica con gli ospitanti, per cui agli ospitanti non restava altro che discutere tra di loro: il che, neppure era piacevole, né per gli ospitanti né per gli ospitati. Per queste ragioni, gli argomenti trattati nei filò erano molto diplomatici e di solito la conduttrice era una donna di casa esperta, e decideva circa gli argomenti stessi, tagliando corto se tali argomenti non le fossero sembrati adatti. Ma di questo abbiamo già parlato altrove.

Succedeva di solito, all’inizio del filò, quando anche le donne di casa avevano finito di rigovernare la cucina, che tutta la famiglia fosse presente nella stalla.

La conduttrice proponeva allora, frequentemente, di recitare un Rosario, in latino storpiato. La stessa conduttrice (mai visto un conduttore) dirigeva il Rosario e tutti erano tenuti a rispondere, particolarmente i ragazzini che davano già segni d’insofferenza ancora prima che il Rosario cominciasse.

óra pronòbi pecatóri busnùn chetinóra nòstre mòrti àme” (ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora nostrae mortis, amen.)

Gli animali erano riposati e tranquilli, non erano stanchi, in quanto nelle giornate d’inverno raramente facevano il loro lavoro, pertanto non si dimenavano né muggivano, e ciò contribuiva all’atmosfera di relax del salotto-stalla. Finito il Rosario (difficilmente più di 15 o 20 minuti), mentre gli adulti conversavano sui temi designati dalla conduttrice, i ragazzini giocavano a carte sulle balle di paglia (i più grandi) con un mazzo di carte unto e bisunto (se una carta mancava, in qualche modo si giocava lo stesso) mentre i più piccolini giocavano magari con le palline di terracotta, avendo ricavato delle piccole buche (gècołe) col tallone degli zoccoli  nel calpelstìo in terra battuta della stalla. Vinceva chi, da una debita distanza, riusciva a far ruzzolare ła so baléta de fràgna [la sua pallina di terracotta] sino a farla cadere nella buca. Tutti i partecipanti dovevano allora dare la loro pallina in premio al vincitore.

Il Rosario era sopportato con impazienza ma non così il Fioretto, esattamente uguale al Rosario ma officiato in chiesa dal parroco o dal cappellano nelle sere di maggio. I motivi, inconfessabili, erano i seguenti:

  • Evadere dall’ambiente familiare e gustare la folle libertà eventuale, anche se ovviamente non succedeva proprio niente ma quanto meno, andando a Fioretto, si poteva evitare de mólðer o varnàr łe bèstie [mungere gli animali o dar loro da mangiare], lavori solitamente riservati ai ragazzini per cui, mentre la madre era favorevole al Fioretto, il padre brontolava.
  • Prendere in prestito dal papà la bicicletta da uomo, infilandosi sotto al bastone. In mancanza, andava bene anche la bicicletta della mamma, la quale tuttavia aveva la retina par salvàr le còtołe [per salvare le gonne] e quindi ne veniva raccomandata l’integrità (stà ténto a no ròmper la retìna… no stà fàrme asenàde… [stai attento a non rompere la retina… non farmi delle sciocchezze…])
  • Avere l’occasione per parlare o anche solo vedere qualche ragazzina già messa nella lista delle possibili future morose.
  • Tornare a casa un poco più tardi del solito, inventando qualche scusa.

 

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