Contadini 16 [432]

sgambirlo
Cavaliere d’Italia.

(Vedi alla fine una variazione). Non sappiamo niente e, secondo me, riaffermare i valori e la cultura che stiamo perdendo contribuirebbe a rinsaldare le radici e il senso di appartenenza di noi tutti ad un mondo che sta per scomparire. Nonché a guadagnare di più. A prosperare di più.    

Consideriamo il Cavaliere d’Italia, chiamato in dialetto sgambìrlo e con denominazione scientifica himantopus himantopus (vedere illustrazione). Un animale simpaticissimo che ha allietato l’infanzia di molti di noi. Mangia insetti, crostacei, molluschi, vermetti ed altri invertebrati. Mangia anche pesciolini e ranocchie piccoline. Si trova presso laghetti stagnanti, acque tranquille e caccia anche di notte perché ci vede benissimo. Si toglie una piumetta col becco e la mette sull’acqua stagnante dove ci sono dei pesciolini. Quando il pesciolino incuriosito assale la piuma, viene catturato al volo. In aprile, il corteggiamento è bellissimo: la femmina sta ferma e il maschio gira e rigira attorno alla femmina, beccandosi le piume del petto e beccando l’acqua, come dire: “Guarda come sono bravo, così prendo i pesciolini, con le mie piume.”

Ebbene: el sgambìrlo, qui da noi (ma non a Ferrara e a Ravenna e sul Delta del Po) è sparito nel 1960 circa ed è ricomparso sono negli anni dopo il 2005. Perché? Quali errori di inquinamento sono stati commessi?

Per noi, che andavamo a rane con l’acetilene e con la fiocina, era importante perché dove c’era lui si prendeva sempre qualcosa: di notte lui prendeva le ranocchie molto piccole e noi quelle più grosse. Lui è alto dai 30 ai 40 centimetri, tutto gambe rosse e pesa attorno ai due etti. Approfittava anche lui della luce del carburo per prendere ranocchie, piccole salamandre, tritoni e pesciolini, tutti storditi dalla luce dell’acetilene. Fin che poi, assieme alle bubéte (lucciole) è tornato anche el sgambìrlo.

Ora è il turno delle rondini (sixìe) e dei passeri (θiìghe), che praticamente non si vedono più.

Come dice il vicentino Dino Coltro (vedi bibliografia) è un Paese Perduto. Nell’ignoranza dei nostri valori. Talmente perduto che molte cose non ho coraggio di raccontarle, perché oggi sembrerebbero inverosimili e cadrebbero nel ridicolo. Per questo il Paese sta per essere perso. Eppure, l’appartenenza alla cultura era determinata dalla profonda conoscenza della cultura stessa. Essere originali e diversi dagli altri non era apprezzato, era considerata una cosa facile e da stolti.

 Mia nonna diceva: “I è tùti bóni a mèterse un pèr de mudànde in tèsta par far i pajàθi ma co te và in quàlche bànda bisògna savérse méter el capèl giùst.” [Sono tutti capaci di mettersi un paio di mutande in testa per fare i pagliacci ma quando vai in qualche parte (di prestigio) bisogna sapersi mettere il cappello giusto (avere l’abbigliamento adatto alla circostanza).

Insomma, bisogna dimostrare di conoscere le regole invalse della comunità e le stramberie individuali lasciano invece il tempo che trovano.

Oggi, invece, certi atteggiamenti originali ed iconoclastici potrebbero nascondere l’ignoranza profonda del convivere civile. Non più una società verticale, basata su valori comuni di tutta la comunità, bensì non-valori, che nascondono il vuoto mentale dietro aspetti esteriori che per gli altri possono avere un significato ma anche no.

Eleganza significa passare inosservati. (Devoto: grazia, gusto, raffinatezza, ricercatezza, finezza, classe, buon gusto, accuratezza, garbo, squisitezza, distinzione, signorilità, leggiadrìa, armoniosità, stile, disinvoltura, forbitezza, nitore). Oggi invece bisogna colpire, farsi notare, impressionare, essere originali coi pantaloni strappati senza accorgersi che di originali del genere ce ne sono a bizzeffe.

La persona elegante non ha il cavallo dei pantaloni all’altezza delle ginocchia, non fosse altro che per ragioni dinamiche, perché i movimenti degli arti inferiori ne risultano inevitabilmente impacciati.

L’originalità si può oggi ottenere solo spendendo cifre folli e non vestendosi da straccioni: per quanto originale, chi si veste da straccione avrà entro breve migliaia di imitatori. E allora, bisogna chiedersi se l’importante è essere differente da un animale (dopotutto abbiamo un cervello) o avere solo un simbolo del proprio stato sociale.

Parafrasando William Shakespeare:

Essere o avere, questo è il vero problema… dalla civiltà dove contava l’essere, siamo passati alla civiltà dove conta l’avere.

Come non sappiamo perché el sgambìrlo sia scomparso e poi sia ricomparso, così non sappiamo perché dall’essere si sia passati all’avere né quando si tornerà all’essere, sempre che ci si ritorni.

Oggi tutti devono avere l’ultimo cellulare, che denota l’appartenenza a chi?

Ieri tutti dovevano essere rispettosi della cultura comune, la quale simboleggiava l’appartenenza.

Mi dicevano: “Màgna el vòvo sbatù col clìnto, el sbatudìn, i lo màgna tùti.” [Mangia l’uovo sbattuto col vino clinto, lo sbattutino, lo mangiano tutti] ed era sottinteso che non potevo far diversamente dagli altri bambini se volevo appartenere alla comunità: era un valore.

Un’altra porcheria (per i bambini) era il cucchiaio di olio di fegato di merluzzo. Se facevi storie, per farlo più buono te lo emulsionavano col latte perché tutti facevano così: un altro valore, anche se col latte era ancora peggio. Appartenere costa qualcosa. C’erano dei doveri. Oggi non più. Chi ha dei doveri è considerato un somaro. Bisogna avere solo diritti.

La vita della comunità era una vita basata sul rispetto dei comportamenti, buoni o cattivi che fossero ritenuti, della comunità stessa.

Il primo dell’anno si girava nelle case per fare gli auguri e c’era l’usanza da parte dei ragazzini di dover accettare un goccio di grappa in cambio, a patto che tu avessi almeno dieci anni. Questa, direte, è una regola sbagliata. Certamente. C’erano regole giuste e regole sbagliate.

Ma l’assieme delle regole della cultura veneta hanno creato il territorio a sviluppo industriale più forte d’Europa, anche più forte della Baviera.

Accettiamo allora anche qualche regola sbagliata, se i risultati sono questi. Oggi invece le regole sono messe all’indice; puzzano tutte di sbagliato. I politici italiani pagheranno duramente per questo e pagheranno anche per tutto quello che non hanno pagato ora: hanno estirpato la società veneta, distruggendone i valori, per sostituirli con il malaffare e con l’opportunismo. Ma stiamo arrivando, secondo me, con gli immigrati, alla resa dei conti. Non per quanto riguarda i migranti in sé ma per quanto i politici hanno costruito attorno.

Per quanto riguarda la religione, bisogna dire che, al di là del credere o meno, i valori cristiani hanno contribuito a creare la civiltà occidentale. Piena di difetti, è vero, vedi colonialismo e così via. Ma noi veneti non siamo colonialisti né l’Italia è più prospera della Germania. Tuttavia il Veneto non è secondo a nessuno: vorrà pur dire qualcosa o no?

Bene, il Veneto deve essere spremuto perché dal 1866 è Italia. Volente o nolente, con la frode o con l’inganno, poco importa. Paese perduto. O non ancora?

E in cambio del Paese perduto, cos’abbiamo? Renzi e i suoi valori? La Merckel e i suoi valori? L’Italia e i suoi valori? Nei filò, negli anni ’50, vecchi saggi dicevano che più fosse passato il tempo e più l’Italia sarebbe peggiorata. Aveva cominciato nel 1866, facendo emigrare i suoi figli, non perché mancasse il pane ai veneti ma perché veniva portato via per darlo a qualcuno che lo sprecava. Informarsi, per piacere.

Potete leggere l’articolo apposito.

 

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