Contadini 18 [434]

ARNICA
Àrnica montana.

Mia nonna viveva facendo l’erborista e la chiropratica (giustaòss). Aveva inoltre una dote naturale: se c’era un’artrite, una contusione o un problema di articolazioni, ‘vedeva’ la pelle del malato, nella posizione interessata, colorata di un verdino pallido. Vède come un vèrdo… ‘na màcia, no són bóna de dìrte mèjo parché ho fàt sól che quàtro àni de scuòłe. Fàte dir da un dotór. ”    

[Vedo come un verde… una macchia… non sono capace di spiegarti meglio perché ho fatto solo quattro anni di scuola. Fatti spiegare da un medico]. Non era vero: in realtà non voleva parlare, come non mi aveva mai parlato di come facesse ad avere nozioni chiropratiche e come facesse ad essere un’enciclopedia botanica vivente, né ho mai saputo esattamente chi le avesse trasmesso queste conoscenze.

“Nonna guarda che i medici non vedono macchie verdi…”

Se sa che i łe vède, sinò come fàłi a guarìrte…” [Certo che le vedono (le macchie verdi), altrimenti come potrebbero guarirti]. Se io mi ostinavo, mi diceva che lei era indietro con le scuole ma che non era stupida: i medici, a suo dire, vedevano le macchie verdi solo che non te lo volevano dire…

 Ho un sospetto di come avesse appreso tutto, perché una volta l’ho sentita parlare con una sua vecchia conoscente. Ho capito che durante la Guèra grànda (1915-1918) era a Spilimbergo come cuoca di un reggimento e sembra che abbia appreso tutte le sue conoscenze da una vecchia della Val Cellina, tant’è vero che nel 1915 faceva solo la aiuto-cuoca e nel 1918 invece faceva la cuoca e, a tempo perso, la crocerossina, curante piccoli traumi, piccole ferite e slogature. Il motivo di tanta riservatezza l’ho intuito una volta, quando le dicevo che le sue conoscenze sulle erbe sarebbero andate perdute.

Le è ròbe pericołóse, se te sbàlia calcòssa te pòl ànca copàr un.” [Sono cose pericolose, se sbagli qualcosa puoi anche far morire qualcuno.]

Era un andirivieni di popolani, chi con un pollastro, chi con un sacchetto di farina, chi con sei uova, chi con mezzo salame e chi con un chilo di formaggio. Non c’erano tariffe e ognuno portava alla Epo (Genoveffa) quello che aveva in casa. Non c’era sala d’attesa e si stava fuori nel cortile a chiacchierare. Mia nonna preparava un paio di sedie in cortile per chi magari aveva una caviglia slogata.

Nei giorni in cui non riceveva infermi partiva, di solito, all’una del pomeriggio con un sacco di iuta e col grembiule (traversón). Tornava morta di fatica anche alle cinque del pomeriggio con il sacco pieno di erbe varie e pure col grembiule pieno. Usava, ad esempio, il decotto delle foglie di salice, saéθ in dialetto (acido acetilsalicilico) per applicarlo su ginocchia arrossate o sui geloni (bugànθe) o per torcicolli. Infusi di fiori per chi era incinta e aveva il problema tale o tal’altro.

L’arnica (àrnica montana, vedi immagine) lessa ridotta a poltiglia se uno si slogava un polso, faceva due cartoncini usando la carta da zucchero blu e bendava strettamente, torna fra tre giorni e portati le bende perché io non vendo niente. (Mi no ghe vénde gnént a nessùni).

SanGiovanni
Erba di San Giovanni.

Poi metteva in un vaso pieno d’olio l’erba di San Giovanni (ne usava due tipi, l’Hypericum perforatum e l’Hypericum perfoliatum, che si usa anche in omeopatia, vedi immagine) e la lasciava per sei o sette giorni nel vaso. Usava l’olio così ricavato per funghi, infiammazioni, emorroidi, piccole piaghe, ad esempio causate dagli zoccoli, ferite lacero-contuse (non tagli netti, per quelli bisognava andare dal dottore a fàrse dàr un pónt. [a farsi dare un punto di sutura].

Faceva un decotto corroborante par tiràr su de łe sóe le pajołàne [per rinforzare le puerpere] e non ho mai saputo con che cosa.

Poi c’era l’aconitum napellus, cònito in dialetto, velenosissimo, se lo faceva portare (dalla montagna) dalle donne cadorine che portavano piccoli oggetti di legno come mestoli, zoccoli, uova di legno per rammendare, in quanto da noi l’aconito praticamente non si trova. Quando preparava il decotto di aconitum non voleva nessuno attorno e lo preparava in un tegame apposito che non poteva essere usato per nessun’altro motivo per pericolo di avvelenamento. Il decotto si metteva poi in un vaso con olio dove era disegnata una testa di morto.

I bambini che andavano soggetti ad otiti verso la mezzanotte dei giorni freddi e secchi d’inverno, una volta guariti venivano portati da mia nonna per mettere nei loro orecchi un goccio d’olio ‘invełenà’ [avvelenato]: i bambini non si ammalavano più di otite da freddo. Mia nonna si rifiutava di mettere l’aconito se il bambino non fosse stato sfebbrato. Controllava lei col termometro. Se il bambino aveva la febbre, doveva essere portato dal medico.

 

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