Contadini 20 [436]

TREBBIATRICE
Vecchia trebbiatrice per battere il frumento.

I contadini andavano a Messa non solo per motivi religiosi ma anche per socializzare, così come andavano al bar. Ma le donne non andavano al bar: ci andavano solo a prendere un caffè, quando dovevano prendere la corriera per sbrigare qualche commissione.   

Insomma, le rarissime occasioni per ritrovarsi e per vincere la monotonia della vita quotidiana non erano mai trascurate. Una di queste occasioni era ła batùða del forménto [la battitura del frumento]. Ogni famiglia di contadini si recava a febbraio o a marzo a parlare con una famiglia che aveva una grande aia, un grandissimo cortile e che, se non aveva la trebbiatrice, a sua volta si era precedentemente accordata col proprietario di una macchina del genere. Facciamo un esempio.

Dietro il compenso di un tanto, pagabile in denaro o in frumento, il contadino Toni Girardi si sarebbe recato il 7 luglio, salvo maltempo, nell’aia della famiglia Róss, de prìmo matìna (di prima mattina. Leggasi: alle sei circa o non molto oltre] con i suoi carri e col frumento ancora sulle spighe, co dó òmini de fòrθa [con due uomini forti in modo adeguato] e coi sàc de cànevo che ocóre. [e con i sacchi di canapa o iuta necessari per mettere il grano]. I legacci per imballare la paglia sarebbero stati messi dai Róss. Se il frumento avesse contenuto troppe rosołìne (piante di papavero), Toni Girardi avrebbe dovuto pagare in contanti perché nessuno voleva le rosołìne dentro al grano (il contadino avrebbe dovuto pensarci prima, alla sua disinfestazione). L’orario di arrivo non era l’orario di esecuzione. Se quel giorno cinque contadini avevano l’accordo, venivano serviti in base all’orario di arrivo. Poteva capitare di essere serviti alle quattro del pomeriggio: ecco perché conveniva arrivare nell’aia il prima possibile: primo arrivato, primo servito. A seconda della grandezza della trebbiatrice in un giorno si potevano trebbiare l’equivalente di un campo di terra, di due, di tre… (mezzo ettaro per campo trevigiano, mentre il campo padovano è un terzo di ettaro.) Toni Girardi diceva di avere due campi a frumento, per cui i Róss sapevano quanta gente far venire il tal giorno. Naturalmente il calcolo era approssimativo e si poteva finire anche a notte inoltrata. Poi, al rientro notturno, difficilmente i carri di Girardi avevano lampioni. Per fortuna che nelle strade di campagna giravano poche automobili o quasi. Ma si andava avanti lo stesso. Analogo problema coi carri d’uva in coda alle cantine, quando le automobili erano ormai di più e gli incidenti erano analogamente aumentati. Inoltre l’uva veniva trasportata in settembre e ottobre, il raboso a novembre e le nebbie erano molto più fitte delle nebbie attuali.

Tornando alla trebbiatura, era l’unico giorno in cui i bambini erano pronti per tempo senza farsi pregre, attorno alle quattro e mezza. “Domàn de matìna bonóra ‘ndèn dài Róss, tél stradón dei Róss, drìo ła Bedòja, par bàter el nòstro forménto, cussì vedén ànca ła màchina… sàtu che béa? La àtu mài vista?” [Domani mattina di buon’ora andiamo dalla famiglia Ros, sullo stradone dei Ros, lungo il canale Bidoggia, per battere il nostro frumento, così vedremo anche la macchina (trebbiatrice)… sapessi che bella… l’hai mai vista?].

I ragazzini non potevano salire sul carro strapieno, ma seguivano il carro a piedi, accompagnati dal cagnolino di casa, tanto i buoi o le vacche aggiogate non andavano veloci. Qui sarebbe da aprire una conferenza sui vari tipi di carro, soprattutto con riguardo ai bovini attaccabili al carro. Riassumendo all’osso, se il carro aveva due stanghe (e di solito era relativamente piccolo di superficie utilizzabile) veniva trainato da un animale: meglio il bue ma non tutti avevano buoi. Se il carro aveva un palo (timón) al posto delle due stanghe vi si potevano aggiogare, disponendone, due buoi, più forti perché tale carro era enorme di superficie e poteva trasportare grandi quantità di frumento. Quasi nessuno aveva un trattore per attaccarvi un carro agricolo moderno, con le ruote di gomma. E pochissimi avevano cavalli atti al tiro, animali molto più forti dei buoi ma che mangiavano molto di più.

Arrivati sull’aia, si trovava il trattore (che aveva portato sul posto la trebbiatrice) a due o tre metri di distanza dalla trebbiatrice stessa. Il trattore aveva una presa di forza rotante, cioè una ruota collegata col motore, alla quale presa era collegata una cinghia in tela, impregnata di pece (pégoła), che a sua volta era collegata ad un’altra presa di forza rotante, passiva, della trebbiatrice e così si otteneva il movimento degli ingranaggi. Dietro alla trebbiatrice veniva messo il carro del contadino. Con un lavoro di forconi, un uomo di Girardi passava il frumento dal carro al tetto della trebbiatrice, dove c’era un foro rettangolare di un metro per un metro circa. Un manovale dei Róss, sul tetto della trebbia, riversava il frumento nell’inghiottitoio di un metro per un metro. Lavoro pericolosissimo, perché chi cadeva nell’inghiottitoio moriva in modo orribile. Gli ingranaggi separavano il grano dal frumento che ora diventava paglia. Da un lato usciva la paglia e alcuni addetti ne facevano balle coi legacci. Dall’altro lato, in un cassone di legno, si accumulava il grano. Quando il cassone era pieno, si sganciava con una leva la presa di forza passiva della trebbiatrice, fermandola,  mentre il trattore continuava ad andare al minimo. Sotto il cassone c’erano dei maniglioni in ferro ai quali, con un sistema di pinze a scatto, venivano assicurati i sacchi di iuta o canapa. Si apriva con un’altra leva il fondo del cassone e il grano veniva trasferito per caduta nei sacchi sottostanti. I sacchi venivano messi tutti in fila e alla fine sarebbero stati pesati con una stadera, per sapere quanti quintali di grano competessero ai Róss. Un altro foro, sotto la trebbia, espelleva pula (involucro dei chicchi di grano), polvere ed altri cascami o scarti, come sassolini. Toni Girardi tornava a casa col carro pieno di sacchi di grano e con le balle di paglia. Se le balle di paglia non ci fossero state tutte, Toni Girardi sarebbe venuto a prendersele il giorno successivo. Per due giorni ci si ritrovava con polvere di frumento nel naso e negli orecchi, infatti i cani presenti alla trebbiatura starnutivano in continuazione.

Poi, dopo anni, fece la sua comparsa la mietitrebbia, macchina infernale che mieteva il frumento, lo divideva in grano e paglia, avanzava nel campo lasciando i sacchi di grano da una parte e le balle di paglia dall’altra. Non tutti i contadini, nel Veneto, possono chiamare una mietitrebbia per farsi fare il lavoro, perché la mietitrebbia è troppo grande rispetto a certi campi: la soluzione più comunemente adottata in tali casi è di non seminare più frumento ma qualcos’altro. Negli Stati Uniti ci sono macchine agricole mastodontiche, anche di trenta metri. Ad esempio le cipolle escono da una macchina nei sacchi di plastica già lavate e, con un nastro trasportatore, i sacchi stessi, già etichettati, sono caricati su un camion che segue il macchinario.

Resta da dire che di solito l’accordo prevedeva anche una rustica colazione sull’aia: magnàr e béver calcòssa tél miudì. [mangiare e bere qualcosa nel mezzogiorno]. Tale colazione prevedeva: vino bianco e vino rosso (poco perché bisogna lavorare), pane di casa, salame di casa oppure sopressa di casa, formaggio di latteria. Caffè, niente grappa.

Se uno finiva anche poco prima di mezzogiorno, non aveva diritto alla colazione. A causa del costo della colazione, i bambini non erano visti di buon occhio: mangiavano a tradimento. “No te vignarà mìo co tùti i tosatèi…” “Bén, bén, pagarò quel che l’è…” “Te dìxe sémpro cussì… l’àno passà no te ha pagà gnént e te sì gnìst quà co to fémena e co òto bocéte… pòrteghin un, dó, no de pì, ànca parché l’è quèi de che’àltre faméje… e po’ i và a pericolàr: se i è tànti, no se ghe ténde…” [“Non verrai mica con tutti i ragazzini…” “Va bene, va bene, pagherò quello che è…” “Dici sempre così… l’anno scorso non hai pagato niente e sei venuto qua con tua moglie e con otto bambini… portane uno, due, non di più, anche perché ci sono quelli delle altre famiglie… e poi, vanno verso i pericoli: se sono tanti, non si riesce a controllarli…”]

 

 

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