Città di Venezia 1 [439]

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Venezia – San Giorgio Maggiore, dalla Riva degli Schiavoni, con l’aliscafo proveniente da Trieste – 1961 – Ernesto Giorgi ©

I veneziani sono famosi per aver subito dal 1297 la Serrata del Maggior Consiglio e per aver fatto buon viso a cattivo gioco per 500 anni, sino al 1797.   

Questo per quanta riguarda il comportamento del popolo rispetto all’aristocrazia oligarchica che aveva preso il potere. I veneziani avevano altro cui pensare: commerci, benessere, prosperità ed in questo intervallo di tempo, tranne il sommovimento del nobile Bajamonte Tiepolo nel 1310 e quello del doge Marin Faliero nel 1354-1355, ben pochi furono i tentativi di sommossa. In ogni caso, quasi tutti capeggiati dalla nobiltà veneziana. D’altronde, quasi sempre e in tutto il mondo i sommovimenti popolari a fini politici sono stati capeggiati da nobili o aristocratici. Fanno eccezione le jacqueries, movimenti popolari spontanei non originati da questioni politiche ma da insopportabili condizioni di vita. Quasi sempre generate da contadini, derivano il loro nome da jacque, il cappotto corto (per risparmiare) portato d’inverno dai contadini in Francia ma ormai il nome jacquerie è usato per identificare tali movimenti in tutto il mondo. La Prima Rivoluzione Francese stessa (14 luglio 1789) ebbe origine dai politici e non fu un moto originato dalla popolazione, sebbene le condizioni per una jacquerie ci fossero state tutte.

Tornando a Venezia, era difficile innescare una rivoluzione quando la pancia dei veneziani era piena. Tirannia, certamente, tuttavia il popolo stava bene ed un eventuale capintesta avrebbe fatto molta fatica a trovare dei seguaci. Quindi, lentamente, con questo benessere continuo, nella popolazione si consolidò un detto: “Fin che stémo bén, łàsseghe el zogàtoło…” [Fino a quando si starà bene (noi, popolazione), lascia il giocattolo (del comando) all’aristocrazia]. Si creò quella mentalità che i francesi chiamano del laissez faire, lasciate fare. Ma non dimentichiamo che la popolazione stava bene, a differenza della situazione che si è creata altrove, dove le popolazioni non stanno affatto bene: in quest’ultimo caso, solo delle popolazioni senza dignità accettano la dittatura.

Lentamente, tutta la Serenissima, anche l’oligarchia, acquistò una filosofia realistica, che puntava più al benessere di Venezia che a questioni morali e di principio. Fu così che, ad esempio, mentre Enrico VIII° d’Inghilterra, nel 1536, confiscava praticamente tutti i beni della Chiesa (e così quasi fecero anche altri regnanti), Venezia cercò il quieto vivere per non danneggiare i commerci. Le proprietà della Chiesa, ad esempio, nella provincia di Ferrara, sotto la signoria di Venezia, erano nel 1780, al catasto, ben oltre il 60 per cento. Il che ha dell’incredibile. In cambio, i commerci continuavano e i preti, a Roma, quando si trattava di Venezia, tendevano a chiudere un occhio. Una mano lava l’altra.

Lo stesso vale per il Ghetto ebraico veneziano di San Basegio: la Chiesa, fino allo ieri, sputava fuoco e fiamme contro gli ebrei e pretendeva che vivessero isolati nei ghetti e rinchiusi come le bestie, soprattutto di notte, per i soliti ridicoli motivi che han fatto bruciare sul rogo migliaia di creature innocenti.

La Chiesa aveva l’Idea, unica, immarcescibile, irreversibile, sacra, divina, indiscutibile, infallibile. Venezia invece aveva le idee, molte, nessuna delle quali con l’iniziale maiuscola: la filosofia reale era di lasciar perdere questioni di principio, cercar di star bene eccetera. La Chiesa, quando aveva bisogno di soldi, si rivolgeva a Venezia che a sua volta si rivolgeva gli ebrei. Non è che gli ebrei avessero doti superiori: era che la cristianità non voleva sporcarsi le mani col denaro e lasciava queste attività agli ‘assassini di Cristo’. In realtà, le porte del Ghetto di San Basegio, di notte, erano ‘chiuse ma aperte’ e questo era ufficiosamente noto a tutti, alla faccia di Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Vivi e lascia vivere.

A morte il turco, dicevano gli europei. E Venezia, che pur li combatteva, non lo faceva per questioni religiose, anche se la Chiesa lo voleva: li combatteva per accaparrarsi più mercati, tant’è vero che, contemporaneamente, dove oggi c’è il Museo di Storia Naturale, c’era il Fondaco dei Turchi, sul Canal Grande e la calle si chiama ancora Salita Fontego, di fronte alla chiesa di San Marcuola che si trova dall’altra parte del Canal Grande. Cercate, se volete vedere el Fóntego dei Tùrchi, su Google Earth: cercate esattamente ‘Venezia, Fondaco dei Turchi’.

El Fontego dei Tùrchi era un punto franco per gli arabi, che dal 1621 vi portavano gratuitamente le loro merci. Pagavano le tasse su ciò che vendevano e si riportavano a casa l’invenduto, oppure lo lasciavano nel fondaco sine die (sino a data da precisare, anche per anni).

D’altronde, c’era un altro fondaco pre-esistente dal 1223, situato subito dopo il ponte di Rialto: si tratta del Fóntego dei Tedeschi o Todeschi, il quale in realtà dovrebbe chiamarsi Fondaco dei Tedeschi e degli Ebrei. Le tre città tedesche che avevano sottoscritto l’accordo originale erano Norimberga (Nürnberg) e Augusta (Augsburg, Augusta Vindelicorum romana), entrambe in Baviera, Germania, nonché Judenburg, in Stiria, Austria, fondata nel 1074, che significa letteralmente ‘Castello degli ebrei’, grossissimo centro di commercio ebraico.

Quanto sopra per dire che, mentre i vari stati europei, Vaticano in testa, si azzuffavano con tedeschi protestanti, con gli ebrei e coi musulmani per questioni di principio, Venezia lo faceva solo ufficialmente, per il quieto vivere ma in realtà pensava al tornaconto di tutti i veneziani, aristocrazia e popolazione.

Benché la Serenissima fosse una dittatura ferrea, c’era una notevole libertà, a patto che non si criticasse eccessivamente la Repubblica stessa. Ne è una prova la tipografia in contrada Sant’Agostìn di Aldo Manuzio, che dal 1494 cominciò a stampare e che introdusse tecnologie ancora oggi usate ed insuperate. L’ex libris di Manuzio, Festina lente (affrettati con calma), è ancora oggi conosciutissimo. Sotto l’occhio benevolo della Signoria, Manuzio pubblicò di tutto. Una cosa del genere, negli altri stati, soprattutto in Vaticano, non solo non sarebbe stata possibile ma nemmeno concepibile. La stampa a caratteri mobili era appena stata inventata da Giovanni Gutemberg nel 1448 circa e nel 1455 ultimò la stampa, col nuovo sistema, del primo libro in assoluto: la Bibbia (la famosa Bibbia a 42 linee, un capolavoro), con una tiratura di 180 copie, in due volumi. Riproduce il testo della Vulgata, la Bibbia scritta da San Girolamo, nel V° secolo. Le copie furono stampate a Magonza e messe in vendita a Francoforte. Il valore di un esemplare della Bibbia di Gutemberg si aggira oggi sugli otto o nove milioni di Euro. L’Università di Magonza si chiama Johannes Gutemberg.

La prima tipografia vaticana fu messa in funzione solo nel 1563, su ordine di Pio IV°, sempre da un veneziano, Paolo Manuzio, figlio terzogenito di Aldo. Naturalmente c’era una commissione di preti che controllava cosa venisse stampato.

E’ così che, come per l’ebraismo, anche la religione cattolica (e qualunque altra religione) è presa dai Veneziani con un grano di sale e con un etto d’ironia.

Il veneziano tipico è refrattario all’Idea con la I maiuscola, alla Missione con la M maiuscola, perché “Pàrla dal pùlpito o pàrla da l’ambón, quéło che pàrla no ga remissión.” Ambone: tribuna chiusa da tre lati con una scala, vicina all’altare maggiore, per leggere l’Epistola o il Vangelo. Il pulpito invece serviva alla predicazione ed era situato nella navata centrale. Per ricordarselo, basti dire che il pulpito poteva essere anche fuori dalla chiesa, per predicare a folle numerosissime. Così facevano i domenicani, militari, famosissimi e coltissimi oratori. Quindi chi parla in pubblico non ha remissione di sorta (non perdona), è spietato in quanto ha degli obiettivi da perseguire e non parla certo nell’interesse di chi ascolta. Con questa chiave di lettura in testa, difficilmente si subisce il fascino dell’oratore.

Si diceva anche: “A Venéssia, fra’ Savonaróła el pól vardàrse el Canalàsso in gondoła.” [A Venezia, fra’Savonarola può guardarsi il Canal Grande in gondola], non rimanendogli altro da fare. Certamente la filosofia del veneziano non lo porta al proselitismo facile.

In questo modo, nel corso dei secoli, i veneziani hanno maturato una filosofia ironica, e questo vale sia per il popolo che per i maggiorenti.

 

 

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