Città di Venezia 3 [441]

Sarpi
Venezia – Campo Santa Fosca – fra’ Paolo Sarpi, al secolo Pietro Sarpi: statua eretta nei pressi del tentato omicidio.

Abbiamo detto che i veneziani non erano ligi alla Chiesa Cattolica, perché mentalmente sono sempre stati refrattari a dogmi di ogni genere, in modo particolare refrattari al papa che, con la scusa della religione, voleva sottomettere anche Venezia. La potenza della Chiesa era enorme, spaventosa e il Vaticano, quando si trattava di riaffermare il proprio potere temporale, non andava troppo per il sottile.   

Fra’ Paolo Sarpi, fuori da Venezia è quasi sconosciuto o si fa finta di non conoscerlo, soprattutto in Vaticano. La sua storia, cui accennerò solamente perché su Internet si trova comunque di tutto, va raccontata per capire bene:

  • Chi fosse in realtà Santa Madre Chiesa.
  • Come ci si possa difendere anche contro una potenza enorme.
  • Come Paolo Sarpi sia un simbolo della mentalità indipendente dei veneti e dei veneziani in particolare.

La nostra storia è ambientata nel periodo del Concilio di Trento (1545-1563), mentre Paolo Sarpi, nato e morto a Venezia, visse dal 1552 al 1623. Paolo Sarpi nacque dunque quando il concilio s’era iniziato da sette anni e quando il Concilio si concluse, Sarpi aveva 11 anni di età.

 La Chiesa di Roma aveva un’influenza terribile in tutta Europa e tutti la temevano perché lo Stato che non avesse obbedito ciecamente ai dettami del papa se ne sarebbe pentito amaramente. Le armi principali erano l’interdetto e la scomunica ma il papa poteva e sapeva ricorrere anche ad alleanze inique contro lo Stato disobbediente. Il meccanismo di solito, ipotizzando un interdetto sul paese X, era il seguente: il paese X veniva interdetto, cioè il popolo di X poteva partecipare alla Messa ma non poteva ricevere l’Eucaristia (che non poteva essere distribuita) e gli atti di governo potevano continuare. La popolazione di solito era favorevole al pontefice, di cui il popolino stesso non dubitava. Gli Stati terzi diffondevano in giro la notizia dell’interdetto per questioni di convenienza propria. L’interdetto aveva anche altri aspetti, soprattutto nella confessione. Lo Stato che non avesse ottemperato all’interdetto, si vedeva scomunicato automaticamente. Un motivo per comminare l’interdetto era anche il seguente: “…chi pubblicamente suscita rivalità e odi da parte dei sudditi contro la Sede Apostolica…”. In pratica, con qualche scusa miserabile il papa poteva interdire chiunque, a suo piacimento. Era il Vaticano stesso che decideva in merito… quanti delitti e quanti soprusi ma non in nome del papa, bensì in nome di Dio.

Nel caso che l’interdetto fosse ‘digerito’ dallo Stato incriminato senza pecche particolari, il papa dunque si sarebbe inventato una scusa qualsiasi ed avrebbe dichiarato la scomunica.

La scomunica comportava l’invito a tutti i popoli cristiani ad armarsi contro gli scomunicati, a spogliarli delle loro merci e a considerarli nemici della fede cristiana. Gli Stati non scomunicati arraffavano tutti i beni, le merci, gli immobili, le sedi di ambasciate e quant’altro lo Stato scomunicato avesse presso di loro.

Non si scherzava.

In ogni caso, però, se si fosse profilata una figuraccia per il Vaticano, erano pronti codicilli artificiosi per appianare e revocare. Ad esempio: “Il reo di scomunica o interdetto può essere pentito ‘in pectore’ (in cuor suo). In tal caso, dato che la scomunica e l’interdetto sono medicine, il reprobo è da considerare guarito, perché non si voleva punire il reo ma farlo rinsavire. E chi decideva questo? Non certo un tribunale paritetico ma una congregazione di prelati che decideva a porte chiuse. Se voglio ti punisco e, se la va male per i nostri interessi, ti assolverò. Bandius. Avevamo scherzato o quasi.

Ebbene, Venezia incorse nell’interdetto e nella scomunica nel 1308 a causa di una questione circa la città di Ferrara.

Nel 1606, due preti cattolici accusati di reati comuni gravissimi (assassinio ecc.) stavano per essere giudicati (e lo furono) dalla Repubblica di Venezia, quando il papa disse che la giurisdizione era del Vaticano. Al rifiuto di Venezia, il papa minacciò l’interdetto di Venezia, come nel 1308. Siccome l’ultimatum del papa fu respinto, il papa ufficializzò l’interdetto e Venezia espulse i gesuiti ed altri ordini. Il massimo del dispetto fu quando il papa si accorse che la popolazione veneziana non era dalla sua parte ma dalla parte della Signoria. Fu in questa circostanza che Paolo Sarpi fece il suo capolavoro: invece di fare l’errore di Martin Lutero, che era arrivato allo scontro aperto con Roma (Magonza, 1517, le famose 95 tesi affisse sulla porta della chiesa [Schlosskirche] del castello di Wittenberg) si dichiarò rispettoso e fedele al papa, riuscendo tuttavia a dimostrare, con l’assenso di teologi in tutta Europa, che il papa poteva comminare, sì certamente, a suo insindacabile giudizio, sia l’interdetto che la scomunica, tuttavia ad una persona fisica e non ad uno stato.

Il papa fu costretto, come si dice, ad abbozzare e di fronte a tanta competenza revocò tutto e come contentino il papa per la prima volta si vide costretto a giudicare i due preti tramite una commissione paritetica tra Roma e Venezia.

Da quel momento, la vita di Paolo Sarpi cambiò e tutti vissero felici e contenti? No! Per fra’ Paolo s’iniziò il calvario. Un primo attentato fu compiuto alle 11 di sera, il 5 ottobre 1607, sul ponte di Campo Santa Fosca, da ben cinque sicari che si rifugiarono in casa del nunzio pontificio per poi partire la stessa notte per Ravenna, Ancona e Roma. Erano convinti di aver ucciso il frate con tre coltellate ma riuscirono solo a deturparlo e a spaccargli la mascella. La Serenissima assegnò una casa a San Marco al frate, elogiandolo. La casa sarebbe stata piantonata. Sarpi rifiutò la casa ma accettò una barca per evitare percorsi nelle callette. Non contento, il Vaticano corruppe due frati dell’Ordine di Sarpi ma l’attentato fu sventato all’ultimo momento.

I preti s’inventarono poi, non ancora contenti, altre fandonie, dicendo che il Sarpi era da considerare scomunicato, che il suo commento sul Concilio di Trento era un’eresia di un nemico della Chiesa e, nonostante fosse già morto, pretendevano che fosse riesumato, processato (col suo cadavere presente) e bruciato: non poteva e non doveva trovare pace in terra consacrata. Quanta perfidia. Venezia si rifiutò.

Non meravigliatevi: le carognate, pensate da chi è una carogna, non finiscono mai.

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