Città di Venezia 5 [443]

Carn1981
Venezia – Piazza San Marco – 1981 – Cittadini veneziani celebrano il Carnevale – Ernesto Giorgi ©

Un altro motivo per cui i veneziani sono così diversi dal resto dei veneti lo si trova nel loro Carnevale.    

La prima citazione del Carnevale a Venezia si trova in un documento del Doge Vitale Falier e risale al 1094. L’intento delle autorità era quello di dare al popolo un periodo di divertimento. Com’è noto, il Carnevale sovverte i valori sociali ed un popolano, in maschera, può fingersi di essere chi desidera. Le persone in maschera potevano prendere in giro le autorità e questo anche dopo l’arrivo della dittatura, nel 1297. Era l’unico periodo in cui la popolazione poteva scherzare sui potenti.

Nel 1296, un anno prima della Serrata del Maggior Consiglio, le autorità istituirono un giorno festivo (martedì grasso) prima delle Ceneri. Per secoli, il Carnevale durò a Venezia da Santo Stefano alle Ceneri: in periodi prosperi, il Carnevale s’iniziava già a fine settembre.

Bastava mettersi una maschera sul viso per cambiare abitudini ed avere una certa licenziosità. Venezia, per sua configurazione, sembra un salotto e quindi particolarmente adatta per ospitare un Carnevale spensierato. Più le cose andavano bene e più il Carnevale veniva anticipato. Prima del 1300, s’iniziò nella città l’industria delle maschere di cartapesta e la Signoria riconobbe ufficialmente la professione del mascarèr nel 1436.

Nel periodo dal 1700 al 1800 il Carnevale di Venezia richiamava turisti da tutto il mondo, ansiosi di parteciparvi, anche perché le usanze carnevalesche erano al limite del licenzioso se non oltre.

Naturalmente, le maschere non erano solo utilizzate per questioni di sesso anonimo ma anche per commettere ogni tipo di reato, specialmente nel buio delle calli. Un’arma offensiva poteva essere facilmente nascosta sotto il mantello di una persona mascherata.

Il Carnevale fu interrotto da Napoleone nel 1797 e fu riavviato solo nel 1979. La foto che vedete è di uno dei primi Carnevali moderni, cioè del 1981.

Quanto detto sopra tende a chiarire che per oltre quaranta generazioni il veneziano medio ha vissuto in un ambiente dove il Carnevale era determinante per forgiare nel veneziano stesso una mentalità ironica e critica. Questo, oltre a quanto esposto negli articoli precedenti, ha fatto sì che le differenze culturali tra l’abitante di Venezia e l’abitante del resto del Veneto siano ancor oggi molto significative.

Tipico è il senso della barzelletta, molto più sviluppato nei veneziani. In compenso, nel resto del Veneto è molto più sviluppato il senso dell’aneddoto.

Mentre nella barzelletta c’è la creazione di una situazione controversa di attesa che si evolve in modo imprevedibile e senza ulteriori spiegazioni (e l’ascoltatore ride perché la fine lapidaria della barzelletta offre una nuova arma per sopravvivere, stemperando l’ansia di una soluzione sconosciuta), nell’aneddoto il narratore e l’ascoltatore sorridono assieme, ma durante l’aneddoto l’ascoltatore intuisce la soluzione, prevedibilissima e quindi, per l’appunto, più che ridere, sorride.

Esempio di barzelletta: “Perché gli indiani non possono camminare in fila indiana? Perché, se camminassero uno per uno, non sarebbero…” ebbene: manca una sola parola e l’ascoltatore può arrovellarsi sul perché mai non possano camminare in fila indiana. Ciò crea un senso di incompletezza, di mancanza di buona conservazione e sopravvivenza. La parola che manca è “indù” e va data alla fine. A quel punto l’ascoltatore si conserva meglio e ride per mostrare i denti, che, come sappiamo, è un segno di aggressività, come per dire che da quel momento si conserverà meglio perché avrà pur sempre un’arma logica in più.

Nell’aneddoto, non serve che il narratore segua una prosa monolineare e consequenziale. Mentre nella barzelletta il narratore non deve divagare, nell’aneddoto lo può fare benissimo. L’ascoltatore, quando l’aneddoto (ad esempio) è più o meno a metà, lo potrebbe concludere al posto del narratore e l’ascoltatore comincia a sorridere, mentre nella barzelletta la risata fragorosa non può scoppiare prima dell’ultima battuta.

Esempio di aneddoto a rime baciate:

Si dice che i friulani siano avveduti nello spendere.

Veneto: “Furlàn, magnéne del to pàn?” [Friulano, mangiamo del tuo pane?].

Friulano: “No ài fàn…” [Non ho appetito].

Veneto: “Magnéne del mìo?” [Mangiamo del mio?]

Friulano: “Magnénelo condìo (con Dio)” [Mangiamolo condito (oppure con la benedizione di Dio].

L’ascoltatore fin dal ‘non ho appetito’ intuisce a grandi linee che si mangerà il pane veneto. Inoltre molte volte il narratore e l’ascoltatore, assieme, si divertono a commentare la doppia valenza di ‘condito’ e ‘con Dio’.

Per il veneziano, l’aneddoto è una cosa non molto divertente.

Per il veneto di terraferma, la barzelletta è un soliloquio del narratore senza coinvolgimento degli ascoltatori. Tant’è vero che quando si racconta una barzelletta a qualcuno che viene dalla terra degli aneddoti, costui, pur di partecipare discorsivamente-emotivamente alla barzelletta, ne ripete la conclusione al narratore. Così faceva mia nonna Epo, che veniva dagli aneddoti e che, alla fine della barzelletta sugli indiani, avrebbe detto, spiegandomela:

Atu capìo? No i pòl caminàr un par un: i è indù… in do, insóma…” [Hai capito? Non possono camminare uno per uno: sono indù… in due, insomma…]

Mi chiedeva discorsivamente se l’avessi capita e pensare che l’avevo raccontata io…

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